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Da conoscere Luigi La Rosa

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“Parigi, 1863. Gustave Caillebotte è ancora un ragazzo quando, nel salotto della ricca casa di famiglia, sente parlare, con toni di ferma condanna, dell’esposizione dei pittori Refusés e in particolar modo dell’opera di un certo Édouard Manet. La visione di quel quadro, Le déjeuner sur l’herbe, al quale si avvicina di nascosto e mosso da un’oscura fame, segna il nascere della passione contrastata che brucerà dentro fino a divorargli l’anima, pervadendo i giorni della sua breve esistenza.” – questo è l’inizio di un romanzo tra lo storico e il ricostruito di cui non mi addentro oltre per non rovinare la sorpresa ai lettori. Scritto dal giovanissimo autore siciliano Luigi La Rosa, sospeso tra Italia e Parigi, “L’uomo senza inverno” (editore Piemme) è un romanzo che entrerà nei vostri cuori per le emozioni, i sentimenti e per la cura con cui viene ricreata un’epoca ed un ambiente che ha dato il via all’arte moderna rivoluzionando il passato. 

Leggendo il romanzo si ha la netta sensazione di ritrovarsi davanti ad un “classico” della letteratura perché le descrizioni dettagliate, le sensazioni dei protagonisti, tutto ha un ritmo “rallentato” che ci fa assaporare ogni attimo. Quale sono le sue influenze letterarie?  

In effetti, io nutro un profondo amore per la letteratura classica, Tolstoj soprattutto. Adoro i romanzi che hanno respiro, visione, che si dipanano imitando i tempi lunghi e abbondanti della vita. Nel meditare la vicenda di Gustave Caillebotte ho pensato in realtà a una sorta di vasto affresco storico, che testimoniasse l’artista ma anche l’epoca, la seconda metà dell’Ottocento, soffermandosi sui costumi, sulla pittura, sull’amore per la cultura di un secolo che, malgrado le sue tante contraddizioni, rimane fondamentale per il pensiero moderno. 

Quando e come ha deciso di scrivere L’uomo senza inverno.  

La prima idea del romanzo risale a circa sette anni addietro, e prese spunto da una visita al museo d’Orsay, dov’era esposto “Les raboteurs de parquet”, il celebre quadro ispirato ai piallatori. Ho sentito che quelle immagini racchiudevano una storia, una storia forte e in parte anche romantica, in qualche misura legata alla vita stessa di Gustave Caillebotte, alla sua sensibilità artistica. Da quel momento, scriverne è stata un’ossessione. 

Gustave Caillebotte e gli impressionisti sono i protagonisti del libro. Lei con la sua scrittura ha tentato di fare ciò che loro espressero in pittura?  

In un bellissimo articolo apparso sul “Venerdì” di Repubblica, Paolo Di Paolo sottolineava l’impressionismo della mia scrittura. In effetti, scrivendo ho cercato di tramutare la penna in un pennello, di raccontare per tagli di luce, per sezioni d’ombra e di colore, dando voce alle forme. Mi piaceva insomma che il lettore assistesse alle scene narrative come se le stesse vedendo dipinte. E sono felice che il lettore abbia colto questo mio intento. 

Nel suo romanzo lei riporta al giusto valore la figura di Gustave Caillebotte, perché, parlando degli impressionisti questo mecenate spesso viene lasciato in disparte?  

Quello della scarsa fama di Gustave Caillebotte rimane ad oggi un mistero. Una delle ragioni importanti è secondo me legata al ruolo di mecenate, che ha oscurato quello dell’artista. Poi, il carattere: riservato, sfuggente, poco incline alla mondanità dell’epoca. Infine, forse, le scelte sessuali, la sua attrazione per gli uomini e lo scandalo generato dalle stesse opere, ritenute da molti forti, irriverenti. Purtroppo l’Ottocento è un secolo di enorme moralismo. Tutto questo ha chiuso il nome di Caillebotte in una sorta di oblio, dal quale però, negli ultimi anni, si sta tentando di liberarlo. Spero che il romanzo contribuisca a tale sforzo. 

Quanto c’è di vero nella narrazione e quanto lo dobbiamo alla sua fantasia?  

I fatti cronologici della vita dell’artista e dei suoi famigliari, la storia dei pittori amici, le trasformazioni dell’epoca haussmanniana, Parigi, la Comune: tutto questo affonda su griglie di rigida verità. La direzione sentimentale ed evocativa della passione, le storie d’amore e alcuni dei personaggi minori appartengono invece innegabilmente alla fantasia. L’opera nasce proprio dalla commistione dei due piani. 6) C’è un episodio che non ha scritto, ma che avrebbe voluto?  No, devo riconoscere che la mia volontà di scrittore è stata rispettata. Completamente. Non ci sono tagli al testo: tutto è esattamente com’è stato pensato, meditato, gettato sulla pagina. Le figure sono proprio quelle che ho sognato e costruito: nitide, ferme, austere, oppure fragili, umanissime. E ciascuna, nel suo piccolo, costretta ad affrontare il duro rapporto con un tempo che non perdona. 

Oltre al protagonista Gustave Caillebotte quale è un altro personaggio a cui si è affezionato durante la stesura del libro?  

Sono affezionato soprattutto a due figure. La prima è quella di Cyrille, il povero artista mancato, l’amico privo di talento costretto a vivere tra i giganti del suo tempo, una creatura fragile che non riuscirà a venir fuori dal bozzolo drammatico del proprio destino. Poi adoro Charlotte Berthier, che rimane per molti anni a fianco del pittore, amandolo disperatamente pur sapendo di non poterlo avere sessualmente. Qualcuno mi dice che sia la figura più bella dell’intero romanzo. È una donna forte, volitiva, che non si piega alla sorte, cercando di indirizzare comunque la sua giovane vita. Una di quelle presenze che lasciano il segno. 

LUIGI LA ROSA, nato a Messina nel 1974. Collaboratore di quotidiani e riviste, docente di scrittura creativa, per Rizzoli-Bur ha curato i volumi Pensieri di Natale, Pensieri erotici, L’anno che verrà e L’alfabeto dell’amore. Un suo racconto è nell’antologia Quello che c’è tra di noi – storie d’amore omosessuale, Manni Editori. È autore di Solo a Parigi e non altrove – una guida sentimentale e Quel nome è amore, usciti entrambi per ad est dell’equatore. Per Touring Club ha curato la sezione letteraria e artistica dell’ultima guida verde di Parigi.

Intervista di: Luca Ramacciotti

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