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Paolo di Orazio “Spaghetti Western Freak Show”

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Un errore che c’è da evitare leggendo la trama di “Spaghetti Western Freak Show” è di ghettizzare il romanzo relegandolo solo alla sfera dell’horror anche se siamo, ovviamente, di fronte ad un romanzo disturbante, che colpisce più volte a fondo nello stomaco.

Se Anne Rice ha messo la parola fine sulla figura del vampiro con la sua saga, Di Orazio la mette su quella dei “freak”.

Una trama inusuale, forte, dalle scene estremamente vivide, ma soprattutto una scrittura incisiva, notevole spesso venata di surrealismo per ciò che viene narrato.

Siamo davanti ad un grande scrittore di talento che, attraverso la parabola dell’horror, ci mette di fronte alle falsità ed idiosincrasie della società.

L’azione si svolge a fine ‘800, ma potrebbe benissimo, lo stesso, descrivere il mondo odierno.

Da Primi Delitti a Spaghetti Western Freak Show come e quanto è cambiato Paolo di Orazio narratore?

Sono trascorsi 30 anni. Arco di tempo in cui ho visto evolvere il mio modo di descrivere il comportamento umano in situazioni estreme, sia in ambito realistico, sia surrealistico. Ho narrato di assassini, di mutazioni corporee e maledizioni, e delle figure più care alla cultura classica dell’horror (il licantropo, il morto vivente, la possessione demoniaca, l’uomo nero, il vampiro). In questo lungo viaggio composto da nove romanzi e quattro raccolte di racconti, sono riuscito a inserire ciò che mancava nei primi libri e conferire maggior potere alle storie: una connotazione geografica italiana e, successivamente, romana (con l’eccezione di Spaghetti Western, ambientato fra le Marche e la New Orleans del 1880). Assieme a una dote di humour nero. Primi Delitti è completamente avulso da ogni intento umoristico, Spaghetti Western Freak Show pienamente intriso. Una curva naturale, perché sentivo questo impulso di rinnovamento sempre più urgente, iconoclasta di me stesso ma fedele alla carica che voglio dare ai miei personaggi e alle loro storie. Impulso che persiste e mi guiderà verso una evoluzione ulteriore. Almeno spero.

Sei l’emblema dello splatterpunk italiano, ma soprattutto sembra che tu abbia tracciato un tuo personale sentiero che non è stato condiviso da altri.

Ho esplorato tutte le dimensioni dell’orrore, in barba all’utopia editoriale che disegna il lettore come incapace di immergersi in una storia senza freni immaginari. In questo senso, ho dato fondo alla libertà di affrontare temi piuttosto scomodi come il plagio televisivo di massa, alcune perversioni sessuali estreme, la pedofilia criminale, la necrofilia. E, ovviamente, la violenza in generale. Forse territori banali ma inseriti in contesti sovrannaturali che sono solo un faro della mia critica sociale e umanocentrista.

Come nasce la tua ultima fatica letteraria?

L’occasione editoriale nasce con la proposta della Independent Legions Publishing dell’amico editore nonché autore Alessandro Manzetti di inserirmi nell’antologia ebook da lui concepita Danze eretiche (2015), accanto ai pesi massimi Richard Laymon e Poppy Z Brite. Puoi immaginare l’onore e l’ansia. Ho voluto partecipare sperando di produrre qualcosa di altamente spettacolare, ma ho solo gettato un seme. Il racconto si intitola Carousel Raiser ed è oggi uno dei capitoli di Spaghetti Western Freak Show pubblicato da Watson, rivisto e corretto. L’idea viene però da lontano e da più ispirazioni: un vecchio quattordicinale a fumetti che acquistai nel 1973 in edicola, «Psycho», presentava una bellissima storia in 10 tavole, Frankenstein-Parata di mostri, scritta e disegnata da Tom Sutton (Frankenstein in Freaks of Fear, uscita nel 1971 nell’omonima testata americana targata Skywald), in cui la Creatura vagante e sola si aggrega al Dunseney Freak Show dello spietato dottor Freon, versione dispotica del celebre PT Barnum. Altra storia a fumetti a cui si mescolano alla lontana i cromosomi del mio Spaghetti è Santa Claus Story di Alan Ford (firmato Magnus e Bunker per l’editoriale Corno), per quanto riguarda la componente umoristica, che acquistai in edicola nell’ottobre del 1975. Adoro il concetto dello spettacolo itinerante su carrozzoni, le vetture che sono allo stesso tempo casa mobile, camerino e palco. Non mancano ovviamente le suggestioni filmiche: Freakshow (Tod Browning) e Crash di David Cronenberg, film che ha definito infine la mia idea di fondo di steampunk ortopedico. Dal momento che il mio dottor Branzini, protagonista a cui presto il mio ritratto fisico, coi suoi trabiccoli pionieristici correttivi fa di ogni suo paziente-attore una Creatura di Frankenstein precedente il galvanismo.

Il tema del Carnival, delle fiere dei fenomeni da baraccone percorre l’immagine orrorifico di racconti e prodotti cinematografici e televisivi. Perché pensi sia cosa ammaliante ed estraniante nello stesso tempo?

Il circo, tranne quello che contempla lo sfruttamento degli animali, per me è la bolla del sogno per eccellenza, la stravaganza spettacolare, il prodigio dietro sipari, luci e lustrini, il lavoro che ha sede e radici solo nei muscoli. Una filosofia di vita zingara, il concetto massimo di libertà e indipendenza. Se io fossi nato negli Stati Uniti, o nella Londra vittoriana, sarei uno dei clown psicopatici di Rob Zombi. Uno spettacolo itinerante è la nostra vena selvaggia, evoca l’arcaico istinto di appartenenza tribale a un gruppo, una non-famiglia dove ognuno è ingranaggio specializzato contributore della potenza di gruppo. Prendi i Mummenschunz, i Momix, gli Stomp, il Cirque de Soleil o, nel rock in particolare, i KISS e i Rammstein, per citarne due. Sono tutti esempi di clan creativo, non li immagini separati né umani, ma una sorta di super-eroi capaci di impersonare i tuoi desideri. E, a volte, ispirarti a realizzarli.

Spaghetti Western fa subito pensare a Sergio Leone eppure non siamo davanti ad una sua tematica direi.

No, c’è solo la facilità dell’uso della pistola per motivi futili. E la mia sfacciataggine di ricostruire un mondo speciale dove la sola legge è la sopravvivenza e non esistono tabù. O sei buono o sei cattivo. Oppure un diversamente buono. Un freak psichico.

Spaghetti Western Freak Show è ben diverso da ciò che in realtà fino ad ora abbiamo visto e letto su questo tema, quanto la tua italianità ha influito sul suo svolgimento e sull’ideazione dei protagonisti?

Lo reputo un enorme complimento e ti ringrazio. Be’, c’è tutto. Superstizione, ingegno, livore doc, passione, credo cattolico e infrazione di tutti i comandamenti, rassegna di ogni peccato capitale, razzismo, fascismo. E questi moti, inclusi quelli impopolari, sono la molla umana e credibile che non viene offuscata dai prodigi dei miei frX-Men (sì, perché i mostri del mio romanzo sono anche dotati di poteri straordinari). Branzini è il massimo della discordia interiore, è determinato e rassegnato, sbaglia praticamente tutto ma in cuor suo si eleva al di sopra dell’humana ratio, viaggiando sospinto dai venti dell’antroposofia e dalla recente conclusione del secolare (e blasfemo) dubbio sull’origine non divina del pensiero. Qualche lettore ha già chiesto se ci sarà un seguito, poiché sente la mancanza di Branzini. Sulle prime ho detto di no. Ma ci ho già ripensato. Perché lasciarlo solo nel prologo del romanzo? Sono un mostro!

Lo stile pare quello di un diario redatto nell’epoca in cui si svolgono i fatti, ha qualcosa di epico, di narrazione “vecchio stie”, è un passo evolutivo del tuo modo di scrivere o è stato ideato proprio per questo libro?

Diciamo che, per ora, l’esperimento stilistico si conclude qui. Mi è venuto naturale per immergere il lettore (e prim’ancora me stesso) nel cuore della vicenda. La spinta propulsiva di questo accorgimento mi è stata data dalla visita nell’abitazione di Teresa Fattorini, ovvero la Silvia leopardiana. Un ambiente perfettamente conservato con le suppellettili dell’epoca, gli abiti. Sembra il set di un film, ed è quello il Vecchio West italo-marchigiano che volevo ricreare. 

Come nasce l’idea di suddivisione delle varie parti del libro?

La parte più complicata di quest’opera. In realtà, alcuni dei capitoli sono cinque racconti che ho pubblicato singolarmente negli anni, sempre con gli stessi personaggi, a partire da Carouselraiser. Era tempo che desideravo farne una storia unica, e a Watson è piaciuta la proposta. Mancava solo di metterli in ordine logico, creare lo scheletro connettivo e scrivere i passaggi, ovverossia i capitoli che lo rendessero un blocco sequenziale compatto. Negli anni, tra i singoli racconti mi sono curato della loro autoconclusività, e al momento dell’assemblaggio ho dovuto provvedere a una distratta continuità. Perciò, la malaugurata idea di farne un racconto unico è stato uno dei più gravosi puzzle che mi sono proposto di fare. Ma ce l’ho fatta. Ho scritto parti suturali, ho prodotto interconnessioni e, di massima, ho distinto la parte marchigiana da quella americana spingendo lo stile linguistico simil ottocettentesco per tutta la parte in cui Branzini concepisce il Freak Show, e normalizzandolo nella sezione ambientata oltreoceano quando vediamo lo spettacolo nel suo svolgimento. In realtà, tutto il libro è una grande bio-metafora. Narra la personale consegna editoriale alla lingua inglese dei miei mostri, ovvero l’horror, per proseguire in italiano col mio genere di partenza, lo splatterpunk, il nero, il crime. 

Un consiglio a chi si vuole approcciare alla scrittura.

Non serve (soltanto) leggere mille libri se non se ne studia la ricetta. Sono 50 anni che mangio lasagne, non ho mai studiato come cucinarle quindi non le porterei a tavola illuso che siano mangiabili. Bisogna fare autopsia di quel che si legge e, soprattutto, capire cosa si voglia scrivere e se (brutalmente) è proprio necessario. Dopodiché prefiggersi obiettivi. Enormi. E soprattutto, saper fare tesoro delle critiche.

Intervista di: Luca Ramacciotti

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