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Conosciamo meglio Francesco Tesei

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Francesco Tesei ha lo sguardo tanto arguto quanto penetrante. Un modo di porsi in scena unico. Sa ammaliare pur conversando in maniera informale. Le sue esibizioni lo hanno reso noto sia per la spettacolarità dell’effetto che mette in scena sia per come sa creare l’atmosfera, la suspance in vista della conclusione. E’ in tournée con il suo nuovo show: Human.

Quando per la prima volta ha sentito parlare di mentalismo 

Mi incuriosiva fin da ragazzino, ma all’epoca era solo un interesse superficiale. A vent’anni, quando ho cominciato a lavorare come illusionista professionista, ero più assorbito dai trucchi dei prestigiatori. Ho recuperato l’interesse verso il mentalismo dieci anni dopo, quando ho deciso di tornare in Italia e volevo continuare a fare spettacolo, ma cercavo un modo che coniugasse il piacere di stupire le persone (tipico dell’illusionismo) con tematiche più mature, in particolare la manipolazione attraverso la comunicazione. Ho trovato nel mentalismo contemporaneo, che presenta una cornice narrativa in chiave psicologica piuttosto che in chiave paranormale, la mia personale quadratura del cerchio.

Differenza tra mentalista e prestigiatore

Il prestigiatore trasporta il pubblico in un mondo di fiaba, in cui si può volare, sparire e ricomparire, moltiplicare le colombe…

Il mentalista conduce invece dentro ai meandri della mente. Si tratta sempre di una rappresentazione teatrale, che non dev’essere presa “alla lettera” come se fossimo in un laboratorio a condurre una ricerca scientifica. C’è una componente di illusionismo in quello che faccio, ma credo che sia consono: la mente è bravissima ad illuderci, a mentire, a dare significati distorti alle nostre esperienze, a trarci in inganno. Per questo io trovo ironico, ma anche suggestivo, che a fare emergere queste trappole della mente sia proprio una figura come quella del mentalista, che sta con un piede nel mondo della psicologia e della comunicazione, e con l’altro piede nel mondo dell’illusionismo.

Il pittore Paul Klee ha scritto: “Scopo dell’arte non è riprodurre ciò che è visibile, ma rendere visibile ciò che non lo è”.

Io provo a rendere visibili certi meccanismi nascosti dell’inconscio e della comunicazione. Per farlo costruisco spettacoli che ne offrono una rappresentazione “magica”, nel senso di spettacolare e fortemente suggestiva. Anche nei miei spettacoli si può giocare a cercare di capire quale sia “il trucco”, ma ci sono anche chiavi di lettura diverse, più profonde della classica domanda “come ha fatto?”.

Il percorso per divenire mentalista

Tutti i mentalisti che conosco sono arrivati ad esso passando dalla passione per l’illusionismo.

Io ho affiancato ad esso un percorso personale che mi ha partato a studiare comunicazione attraverso corsi e tante letture, e a conoscere l’ipnosi presso il Milton Erickson Institute di Torino.

Non è un percorso lineare, non ci sono scuole ufficiali.

Di recente in una trasmissione tv c’è stata una serie di mentalisti che hanno fallito i loro esperimenti. Inesperienza?  Sopravvalutazione del proprio talento?

Un errore nel mentalismo può sempre capitare. Se una persona si presenta come “mentalista” a 16 anni, non si può pretendere che abbia chissà quale esperienza. Il problema è che un fallimento in una piattaforma così importante come un programma tv può essere distruttivo, umiliante. Io spero che possano trarre il buono da un’esperienza del genere e non demordere, e questo vale per tutti i mentalisti che hanno sbagliato qualcosa, chi più chi meno, davanti ai giudici del programma. Una cosa che col tempo si impara è la gestione del proprio stato emotivo. Se si è nervosi la mente è distratta da mille cose, non si è davvero aperti agli altri (nel caso di una performance intendo alle persone con cui si interagisce) perché si è troppo rivolti al proprio interno, a gestire se stessi. È una cosa che si impara con la pratica, facendo spettacoli. 

Alla medesima trasmissione lei ha fatto un’esibizione notevole. Sì può dire che, andando in televisione e raggiungendo un vasto pubblico, si deve essere ben consci delle proprie attitudini?

Banalmente, bisogna essere “pronti”. Il paradosso è che spesso, quando si è davvero pronti, cade anche l’interesse per certe piattaforme.

Chi è alle prime armi magari può vedere un Talent Show come Italia’s Got Talent come un trampolino di lancio, ma io non credo nelle scorciatoie. Per questo in passato non ho mai voluto partecipare a programmi del genere, e quando recentemente si è presentata l’occasione (perché gli errori dei concorrenti avevano creato il mito di una Federica Pellegrini dalla “mente di ferro”) l’ho fatto con una certa leggerezza, mosso da una sorta di “spirito di curiosità” che voleva – in fondo – riscattare il mentalismo agli occhi dei telespettatori.

Andare in tv è sempre un rischio, ma la mia carriera non dipendeva da quella performance. L’ho costruita con pazienza, passando attraverso 10 anni di spettacoli teatrali, un serie tv che portava il mio nome (“Francesco Tesei: Il Mentalista” – in onda su Sky), un libro per la Rizzoli, e tante performance in ambito aziendale.

Un consiglio a chi si dedica a questa tipologia di performance.

Tutte le belle teorie del mentalismo vanno messe alla prova sul campo e unite con capacità attoriali che devono essere sviluppate con pazienza: non è facile parlare in pubblico, e ancora più difficile è essere sicuri, convincenti e carismatici. Il talento puro ci può portare solo fino a un certo punto, il resto lo fanno lo studio e la pratica. Sono fondamentali per trovare la propria voce.

Credo sia importante sottolineare ancora che il mentalismo è – fondamentalmente – un’arte teatrale. Questo vuol dire che non si può prescindere da quelle basi che ci permettano di stare su un palco e rivolgerci ad una platea di persone in maniera convincente ed efficace. I modelli di riferimento sono molto importanti (e bisogna sceglierli con cura) per cominciare, ma bisogna anche imparare a conoscere se stessi, capire la propria natura, le proprie modalità di comunicazione, per fare emergere un “personaggio” che ci faccia sentire a nostro agio quando ne vestiamo i panni. Di solito è più semplice se si tratta di una versione leggermente enfatizzata di se stessi, piuttosto che qualcosa di assolutamente distante da chi siamo. 

Differenza tra esibirsi dal vivo e in tv

Il tempo è diverso: in televisione tutto dev’essere sintetizzato e reso nella forma più lineare possibile. In questo senso la tv è un po’ più “piatta”.

Questo non vuol dire che dal vivo si possa essere noiosi! Però in uno spettacolo a teatro si può indulgere per dare il giusto respiro alla performance e all’atmosfera che si vuole creare.

Per questo io preferisco gli spettacoli dal vivo a quelli in tv: è a teatro che riesco a dare il meglio, perché ho il tempo di calare il pubblico dentro i vari piani di lettura dei miei show, utilizzando musiche, immagini, filmati, citazioni, e – in generale – un linguaggio spesso ambivalente, che faccia riferimento a ciò che sta specificamente succedendo sul palco, ma contemporaneamente anche a concetti più astratti e universali.

Prossimi impegni.

Sono attualmente in tour con il nuovo spettacolo: “Human”. È il mio terzo show (dopo “Mind Juggler” e “The Game”) e propone uno sguardo al mentalismo visto come un modo particolare, ma in fondo molto “umano”, di creare relazioni con le persone, in contrapposizione con il mondo dei Social: luoghi in cui la comunicazione è veloce ma anche virtuale, spesso finta ed illusoria.

Se nei social siamo davanti ad un monitor, nel mentalismo dobbiamo essere faccia a faccia: solo così si possono cogliere tutti quei segnali della comunicazione (uno sguardo, una pausa, un silenzio, un sospiro…) che ci permettono di intuire lo stato d’animo di chi abbiamo di fronte, e magari intuirne anche i pensieri. 

Lo show vuole essere un invito a tornare a stupirsi per le magie dei rapporti umani. E per tornare a vivere emozioni sane, cosa sempre più difficile considerando quanto tempo passiamo davanti al nostro cellulare, scorrendo le notizie di Facebook che ci travolge con una gamma infinita e contrastante di emozioni a cui – per difesa – si finisce per diventare insensibili, apatici.

Come i predecenti spettacoli, anche questo è scritto insieme al mio storico collaboratore Deniel Monti, e gioca con il meccanismo del contrasto: attraverso citazioni cinematografiche (da 2001 Odissea nello spazio a Blade RunnerEx Machina e Westworld), in cui i protagisti sono computer o robot, si può forse comprendere quali siano gli aspetti che ci rendono ciò che siamo: esseri umani. È un viaggio della mente ma anche del cuore, per dare un significato nuovo – ma antico – alla parola “connessione”.

Human mi porterà nelle prossime settimane a Trento, Firenze, Roma, Milano, e successivamente a Bologna, Modena, e altre città. Il tour continuerà anche il prossimo autunno/inverno.

(Ulteriori info su www.ilmentalista.com)

Intervista di: Luca Ramacciotti

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