Daniele Pasquini è un autore molto caro al mio cuore, amo molto il suo scrivere e le storie che è capace di illuminare. Da poco è uscito il suo ultimo libro La fine della frontiera che ho recensito ma volevo saperne di più quindi ecco le nostre “chiacchiere”!
1. Daniele, nella recensione su Dasapere.it abbiamo definito il tuo libro come il racconto di un’epopea in cui la costruzione identitaria dell’Italia appena unificata si sovrappone alla decomposizione del mito americano. Come è nata la scelta di legare la Toscana post-unitaria del protagonista, Dante Niccolai, alla durezza cruda e tutt’altro che mitica dell’Ovest statunitense?
L’idea è nata dopo aver scoperto le vicende storiche di Carlo Di Rudio, anti-eroe semidimenticato del Risorgimento, che dopo una vita rocambolesca tra Italia ed Europa, approdò incredibilmente negli Stati Uniti e sulla frontiera americana. L’idea che nel vecchio e nel nuovo continente nell’Ottocento si stessero formando le identità nazionali dei due popoli è scontata, meno scontato mi era parso l’enorme scarto di immaginario che corre tra il mito del Far West – eroico, celebrato e magnificato dalla letteratura e da Hollywood – e quello del Risorgimento, che incontriamo solo nei libri di scuola e nella toponomastica. Mi era sembrato un buon modo per parlare di nazionalismi, di violenza, di massacri. Parole, purtroppo, tornate di attualità.
2. Il romanzo si intitola La fine della frontiera, e la struttura narrativa non segue un percorso lineare, ma si muove per “cerchi del destino” che si attraggono e si incrociano. Qual è la tua personale idea di frontiera e perché hai scelto una struttura corale e geometrica per raccontarne il definitivo tramonto?
La frontiera è da un lato concetto storico – la tesi della frontiera, espressa negli anni ’90 dell’Ottocento da Frederick J. Turner, spiega in quale modo la civilizzazione dell’Ovest abbia plasmato il carattere del popolo americano -, dall’altro una metafora: è frontiera tutto ciò che abbiamo di fronte, una linea dell’orizzonte visibile ma irraggiungibile. La frontiera è il simbolo di una ricerca costante e vana, la corsa verso qualcosa di inafferrabile. Questo costante spingersi oltre è, per certi versi, anche il motivo che mi spinge a scrivere. Per quanto riguarda la struttura, ho voluto combinare due aspetti che riguardano la concezione del tempo, per certi versi le visioni teleologiche, nella cultura occidentale e in quella dei nativi delle pianure. Se il tempo per noi è una linea, un avanzare progressivo e continuativo, funzionale non solo a definire percorsi di sviluppo, ma anche – è questo lo spirito del capitalismo – di accumulo e ricerca del successo, per le culture dei Lakota e degli Cheyenne il tempo si muove in cerchi: circolari sono tutti i moti della natura, le giornate, le stagioni, i cicli che regolano la vita sulla terra. Combinare queste due visioni mi ha dato l’opportunità di maturare una concezione del romanzo in cui un avanzamento delle vicende andasse di pari passo con una ricorsività circolare.
3. Al Salone del Libro hai accennato a come la vita in fondo sia “una grande battaglia persa, ma da assaporare fino in fondo”. Questo fatalismo attraversa le storie di Dante, di Adele Ferrini e dello storico esule Carlo Di Rudio. Come si concilia la spinta romantica verso il sogno americano con la disillusione e il fango che i tuoi personaggi si trovano ad affrontare?
L’American Dream, quell’idea di successo e di riscatto che ha alimentato le speranze di milioni di individui, alla base della cultura statunitensi, si riflette in termini narrativi con l’idea dell’“happy ending”. Alla fine, i protagonisti ce la fanno sempre. Gli innamorati che si erano perduti si baciano di fronte al tramonto, il povero ottiene la ricchezza, lo sventurato trova giustizia… è un’idea che nell’attuale era capitalistica, che si è rivelata un’era di guadagno per pochi oligarchi, deve necessariamente essere messa in discussione. Ho immaginato quindi un progredire delle vicende dei personaggi che non coincidesse con l’idea classica di progresso, ma che mettesse i protagonisti in contatto forzato con il tema della sconfitta e della perdita. Non è una visione disillusa, né nichilista, ma naturale. L’orizzonte finale di ogni vita – anche dopo il bacio al tramonto, o dopo la fortuna economica – è quello della morte. Il lutto, lo dice la parola, è ineluttabile. Eppure è un’idea assente, oggi, dalle nostre narrazioni. Ho tentato di recuperarla anche studiando le culture degli indigeni delle pianure, che da questo punto di vista, ho trovato estremamente armoniche.
4. In questa transizione storica si inserisce anche il dramma della resistenza nativa, fino a Little Bighorn, vissuto da Adele che si trova a metà tra due mondi. Quanto è stato complesso restituire la voce e il senso di smarrimento di chi assiste alla fine violenta di un’epoca, sentendosi parte di tutti e di nessuno?
La grande vittoria degli indiani delle pianure a Little Bighorn spalancò, paradossalmente, le porte a una sconfitta drammatica. Lakota e Cheyenne furono massacrati e condotti nelle riserve. Oggi, gli eredi di quelle culture, sono pochi e ridotti in stato di povertà. Ho cercato di approcciarmi allo studio della spiritualità e delle tradizioni indigene con rispetto, evitando romanticizzazioni ma dando massima dignità al loro lascito. L’America è incapace di accettare le proprie sconfitte, e allo stesso tempo è restia a riconoscere i propri orrori. Eppure, al di là del mito, gli Stati Uniti – la cui letteratura è per me costante fonte di ispirazione – sono nati spargendo sangue.
5. La fine del viaggio di Dante nell’Ovest lascia nel lettore un senso di silenzio e di profonda riflessione sulla memoria. Quale vorresti che fosse l’interrogativo principale con cui chi affronta la lettura del libro si confronta quando si chiude l’ultimo cerchio di questa epopea?
Le domande che mi sono posto sono tante, concatenante, e per nessuna ho una risposta precisa. Ma in un tempo violento come quello che stiamo attraversando volevo interrogarmi soprattutto sul senso del male – un classico della letteratura western – e sul significato della lotta. Abbiamo personaggi che combattono per ideali o per mestiere, per sopravvivenza o perché trascinati dagli eventi. Ma il senso della violenza umana, del dolore che attraversa tempo e spazio, come una ruota che continua a girare, è un interrogativo che lascio aperto. Nel romanzo c’è chi si adopera come mediatore, per operare il bene: sono convinto che si possa incidere sulla realtà attraverso le parole, che hanno una vocazione performativa, non solo descrittiva. Raccontare storie serve anche a questo.










