Lady Frisbee: l’atto d’amore di Toni Melillo. C’è un momento preciso in cui la vita, se sei abbastanza fortunata e tieni gli occhi aperti, decide di ribaltare il tavolo e ridisegnare i confini della tua geografia emotiva. Per il cantautore Toni Melillo quel momento ha i contorni umidi del naso di Quartina, tre chili di pulci e pelo incrociati vent’anni fa sotto una pioggia fitta in un prato a Quarto di Pozzuoli, un incontro magico che ha il sapore del destino e che oggi fiorisce in Lady Frisbee, un disco che non è semplicemente un insieme di tracce ma un’esperienza sensoriale avvolgente, un viaggio in cinemascope sapientemente cesellato dalla produzione artistica di Joe Barbieri.
Ascoltare questo album significa spogliarsi del rumore effimero della quotidianità per immergersi in tredici canzoni nate “in acqua dolce”, lì dove il moto calmo del Lago Maggiore ha cullato la rinascita creativa di un artista che ha saputo ascoltare il silenzio. C’è un filo conduttore potente che lega ogni singola nota ed è la metamorfosi profonda, la ricerca quasi mistica di una “voce santa” che non urla, ma che si rivela proprio nella quiete liquida e nella risacca, una riflessione matura su ciò che resta dentro di noi dopo che un evento o una perdita hanno spettinato la nostra esistenza. Con lo sguardo di chi ha ormai affinato l’orecchio e sa distinguere la bellezza autentica dalle mode passeggere, è impossibile non farsi catturare da brani come “Lettera Aperta”, una ballata acustica suonata in punta di dita, o dalle suggestioni di “Inshallah”, nata durante un viaggio in Marocco e dedicata a un amore ferito dalla vita, ma che non si arrende.
Nelle parole dello stesso autore si ritrova la chiave di volta di questo scrigno prezioso: «Lady Frisbee è un atto d’amore e di riconoscenza… un omaggio intimo e solare», e questa solarità, che profuma di West Coast anni ’70 e di brezze di Bahia, si fonde con un soffio satinato di jazz in un equilibrio perfetto tra elettrico e acustico. Ciò che incanta, alla fine dell’ascolto, è l’immensa espressività di Melillo, la sua capacità di galleggiare sul dolore e sulla gioia con una leggerezza nobile, quel tatto raro e d’altri tempi che trasforma il privato in universale e ci ricorda che, a volte, per ritrovare la propria strada basta seguire il volteggiare di un frisbee lanciato verso il cielo.










