C’è una frase che arriva spesso a chiudere le discussioni e sembra funzionare meglio di qualunque argomentazione. “Lo dice la scienza.” Arriva quando il disaccordo diventa scomodo da gestire e si cerca di ricorrere ad un’autorità che non ammetta repliche. È efficace perché presuppone l’esistenza di un luogo neutro da cui osservare il mondo, un punto di vista incorporeo, senza epoca, senza interessi né pregiudizi.
Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo partono esattamente da lì. Lei è psicolinguista e psicologa, dottoressa di ricerca in Psicologia e Scienze Cognitive, ricercatrice indipendente, già autrice per Tlon di Neurodivergente. Lui è psicologo clinico e psicoterapeuta, si occupa di formazione sulla psicologia situata, critica e comunitaria. Il libro nasce dall’incontro di queste due traiettorie: una voce viene dalla ricerca, l’altra dalla clinica, e i capitoli sono costruiti intrecciandole.
La prima cosa da chiarire riguarda il titolo, che può suonare più provocatorio di quanto sia. La politica qui non è quella dei partiti, delle fazioni contrapposte. Rimanda piuttosto al significato originario, alla pólis: ciò che riguarda la vita in comune, le decisioni che una collettività prende su se stessa, i criteri con cui distribuisce potere e risorse. In questo senso ci si può considerare apartitici, ma non apolitici. E la scienza non fa eccezione.
La formula più efficace del libro è anche la più semplice: la psicologia è politica non perché non sia una scienza, ma proprio perché lo è, perché produce effetti molto concreti sulle vite delle persone.
Il nodo centrale dell’argomentazione è contenuto nel secondo capitolo, dedicato al concetto di “normalità”. La norma nasce come misura statistica, descrive dove si posiziona la maggioranza dei casi e in quanto tale non prescrive nulla. Poi però la media diventa modello, il modello diventa dovere, e ciò che sta fuori si trasforma in deviazione. Da questa ambiguità nasce lo stigma.
Il capitolo ricostruisce l’eredità dell’eugenetica nella psichiatria e nella psicologia, la storia dei test come strumenti di misurazione dell’umano, il modo in cui il concetto di intelligenza ha funzionato da cerniera tra abilismo e razzismo. Chi ha familiarità con Canguilhem e con Foucault riconoscerà il terreno comune, ma il libro mostra come quei meccanismi continuino a operare nelle stanze di ricerca e negli ambulatori.
Su questa cornice si aprono cinque assi: razzializzazione, classe, genere, soggettività LGBTQIA+, neurodivergenza. Non sono capitoli tematici meramente affiancati. Sono variazioni dello stesso dispositivo e il testo lo rende evidente proprio ripetendo lo stesso movimento cinque volte. L’esempio più efficace riguarda forse il disturbo post-traumatico da stress, categoria elaborata osservando i reduci del Vietnam che tornavano dalla guerra ad una condizione di civili. Il modello regge finché esiste un “dopo”. Dove la minaccia è invece ancora in atto, la vigilanza costante non è un sintomo paranoide: è una risposta adeguata a un pericolo reale. Lo strumento diagnostico rivela così la propria parzialità, dopo essere stato eletto a categoria universale.
Lo stesso schema torna altrove. Sulla povertà, patologizzata in forme mutevoli negli ultimi due secoli attraverso la categoria del decoro pubblico, fino alla pagina dedicata al lavoro come nuova forma di confinamento. Sull’isteria, abbandonata nominalmente e tuttavia ancora capace di ispirare categorie diagnostiche. Sulle madri, caricate di responsabilità enormi in un discorso da cui i padri semplicemente scompaiono. Sulle terapie riparative, storia meno archiviata di quanto si voglia credere.
Una scelta merita attenzione particolare. Ogni capitolo si chiude con un intervento affidato a qualcun altro: Fabrizio Acanfora, Ronke Oluwadare, Carmine Ferrara, Federica Carbone, Natascia Maesi, Dania Piras. Gli autori lo definiscono uno spazio ceduto, chi attraversa in prima persona i temi trattati prende parola invece di restare oggetto di analisi. È il punto in cui il libro fa quello che dice, e in un saggio costruito sulla critica del sapere calato dall’alto non è un dettaglio di poco conto.
Restano alcune tensioni. Duecentosettantaquattro pagine per cinque assi più due capitoli di cornice impongono una compressione che si avverte: è il prezzo di una scelta legittima ma le oltre centocinquanta note bibliografiche dicono chiaramente che c’è grande margine di approfondimento.
Vale la pena aggiungere che il ragionamento non resta confinato alla psicologia. Ogni disciplina che misura corpi e comportamenti costruisce norme, e ogni norma finisce per stabilire chi rientra e chi resta fuori. La medicina lo sa, o dovrebbe saperlo. Anche l’etologia, quando classifica come disturbato un comportamento che è invece una risposta sensata a un ambiente insensato. Riconoscere il contesto non significa negare la sofferenza: significa smettere di delegarne la colpa ai singoli individui.
Il libro non offre ricette e lo dichiara fin da subito, ma offre una mappa preziosa di territori attraversati a lungo senza guardarsi intorno, che gli autori stessi definiscono parziale e provvisoria.
Chi cerca certezze resterà forse deluso, ma chi lavora nell’ambito della cura, in qualunque forma, troverà qualcosa di più scomodo, certo, ma estremamente più utile: imparare a chiedersi quanto conti il proprio sguardo e di quanti bias e pregiudizi è più o meno inconsapevolmente caricato.
La psicologia è politica
– La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale –
Eleonora Marocchini, Federico Dibennardo
Edizioni Tlon, 2026










