Quasi un paradiso Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea 16 aprile – 6 settembre 2026
Come può l’arte aiutarci a raccontare storie polifoniche? Quali storie sono nascoste nelle fotografie storiche? E in che modo gli artisti contemporanei le hanno portate alla luce? Con Quasi un paradiso, il Museo Rietberg presenta una mostra collettiva che, per la prima volta, esplora in modo completo questo fenomeno nell’arte contemporanea globale. Artisti di fama internazionale provenienti – o appartenenti alle diaspore – di Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania lavorano con materiale visivo dell’era coloniale. Le loro opere – poetiche, critiche, visionarie – indagano come tali immagini definiscano identità, storia, senso di appartenenza e come possano essere reinterpretate. Queste opere rivelano un potere di guarigione che trascende i contesti storici specifici e che può toccare ciascuno di noi.
Un gruppo di venti artisti rinomati esplora lo stato attuale di questo patrimonio fotografico attraverso quattro sezioni tematiche, agendo come archivisti, come contro-sguardo al punto di vista coloniale, come forze protettive e come potenti narratori che danno spazio a storie nascoste. Composte da fotografie, tessuti, film e sculture, le loro opere espandono i confini del medium fotografico e intrecciano domande legate alla propria identità e alle memorie collettive.
Ciò che le accomuna è un atteggiamento di speranza: la memoria rimane fluida e capace di resistere. Emerge così un cosmo visionario di immagini che sovverte le narrazioni familiari e mette in luce storie non raccontate. Cosa accadrebbe se questi mondi visivi diventassero reali? Possiamo ritrovare un tipo di paradiso quando la storia viene raccontata in polifonia? E quale potere esercitano le immagini che vediamo ogni giorno, prima ancora che iniziamo a interrogarle?
«La fotografia plasma la memoria fissando ciò che viene visto e ciò che viene messo a tacere. Quando le immagini mancano, l’assenza diventa prova di cancellazione, violenza e controllo, richiedendo che la storia venga ricostruita attraverso frammenti, cicatrici, immaginazione critica e un coinvolgimento attivo,
invece che un ricordo passivo»
– Rosana Paulino, 2026
Mutazioni
Sono state scattate milioni di fotografie dall’invenzione del mezzo, ma questa eredità rimane distribuita in modo diseguale. In molti luoghi al di fuori dell’Europa, mancano fotografie che documentino il passato delle comunità, offrendo risposte sulle loro origini, memorie, appartenenze. Senza fotografie, una parte della loro storia rimane nascosta. Nella prima sezione della mostra, gli artisti reagiscono a questa assenza creando i propri archivi. Le loro opere rendono visibile ciò che è stato tramandato – e ciò che è andato perduto.
Artisti selezionati
Dinh Q. Lê (1968–2024, Vietnam). Cercando nei mercatini di Ho Chi Minh City le fotografie perdute della propria famiglia, ha scoperto migliaia di immagini appartenute a famiglie costrette alla fuga. In Crossing the Farther Shore, intreccia queste fotografie in grandi strutture cubiche che restituiscono un volto alle storie raramente raccontate della vita quotidiana nel Vietnam del Sud prima della guerra.
Rosana Paulino (nata 1967, Brasile) denuncia la mancanza di documentazione visiva delle persone nere nella memoria culturale brasiliana. La sua opera monumentale Parede da Memória (Muro della Memoria) ripete gli stessi undici ritratti 750 volte, rendendo impossibile ignorare le lacune della memoria collettiva.
Cédric Kouamé (nato 1992, Costa d’Avorio). Con The Gifted Mold Archive, esplora la materialità della fotografia. La mancanza di misure di conservazione in Costa d’Avorio ha fatto sì che molte fotografie si deteriorassero: questa decomposizione genera nuove composizioni e spazi inattesi per l’interpretazione.
«Un confronto critico con le immagini dell’era coloniale non annulla magicamente l’ingiustizia – altrimenti queste divisioni non continuerebbero a esistere.
Ma ha comunque importanza. Rivela storie silenziate, destabilizza le narrazioni dominanti e mantiene viva la consapevolezza»
– Omar Victor Diop & Lee Shulman, 2026
Confronto
La colonizzazione si è sviluppata parallelamente alla diffusione della fotografia in tutto il mondo. La macchina fotografica ha agito come uno strumento capace di rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, come diversi. Queste immagini furono riprodotte in massa in riviste e cartoline, diventando parte integrante della nostra memoria visiva collettiva. Ma le immagini non si limitano a plasmare il modo in cui vediamo il mondo: stabiliscono anche ciò che crediamo di essere. Gli artisti presentati nella seconda sezione della mostra traggono forza e resistenza proprio da questi stereotipi coloniali. Cercano fotografie del passato, le decostruiscono e danno loro nuovi significati, reinterpretando ciò che era stato imposto come verità visiva.
Artisti selezionati
Wendy Red Star (1981, USA). Nella serie Four Seasons, prende di mira con ironia e precisione le fotografie storiche dei nativi nordamericani. I suoi autoritratti messi in scena deridono l’idea romantica secondo cui gli indigeni vivessero in perfetta armonia con la natura: lo fa utilizzando paesaggi artificiali, fiori di plastica, erba sintetica e animali gonfiabili.
Omar Victor Diop (1980, Senegal). Nel progetto Being There (in collaborazione con Lee Shulman, 1973, Regno Unito), si inserisce retroattivamente in scene della vita quotidiana della popolazione bianca degli Stati Uniti degli anni ’50 e ’60. Con naturale sicurezza, appare in situazioni da cui, come uomo nero, sarebbe stato escluso a causa della segregazione razziale.
Yuki Kihara (1975, Samoa). Nel video First Impressions: Paul Gauguin, crea una satira in stile talk show. I partecipanti discutono in modo irriverente i dipinti tahitiani di Paul Gauguin, affrontando le sue rappresentazioni stereotipate del genere e sviluppando letture queer che ribaltano l’iconografia del pittore.
«La ferita coloniale potrebbe non guarire mai del tutto.
Eppure, se la riconosciamo e la curiamo attraverso l’arte – un’arte che offre narrazioni storiche più complete e più giuste, e che dà forza alle persone che vivono le conseguenze della schiavitù – essa può contribuire a una guarigione collettiva che attraversa generazioni e comunità»
– Sasha Huber, 2026
Cura
Nel corso del tempo, le fotografie storiche hanno spesso mostrato ingiustizie. In tutto il mondo, la macchina fotografica ha documentato lo sfruttamento dei corpi e della terra. Gli artisti della terza sezione reagiscono a queste immagini storiche con una forma di empatia radicale. Intervengono nelle fotografie, cercando di proteggere coloro che hanno subito ingiustizie davanti – e oltre – l’obiettivo. Queste opere ci ricordano che il passato non è davvero passato: le sue eco sono ancora avvertibili nel presente.
Artisti selezionati
Sasha Huber (1975, Svizzera). Mostra come le fotografie storiche possano essere “rammendate” nella serie Tailoring Freedom. Con un gesto di cura furiosa, utilizza una graffettatrice per intervenire sulle immagini realizzate dal naturalista svizzero-americano Louis Agassiz, che nel 1850 fece fotografare persone schiavizzate nude nel tentativo di sostenere la sua teoria della “gerarchia delle razze”. Le graffette perforano l’immagine, creando un’armatura che protegge i soggetti rappresentati, sottraendoli allo sguardo colonialista.
Nel 1882, il pittore e fotografo statunitense Thomas Eakins realizzò fotografie di una bambina nera nuda. Oggi, queste immagini rivelano quanto i corpi dei bambini neri fossero sessualizzati e oggettificati. Mary Enoch Elizabeth Baxter (1981, USA). Interviene in quel momento fotografico, utilizzando il proprio corpo come uno scudo protettivo per la bambina.
Zenaéca Singh (2000, Sudafrica). I suoi antenati furono condotti dall’India alla colonia di Natal (attuale Sudafrica) come lavoratori a contratto nelle piantagioni di zucchero. Per Singh, lo zucchero non è solo un soggetto artistico: è una materia viva della memoria familiare. Incorpora le fotografie della sua famiglia nel vetro di zucchero, creando immagini fragili e luminose che invitano a uno sguardo intimo sulla propria storia.
«Di fronte ai silenzi e alle ambiguità delle narrazioni del passato, gli artisti intervengono attraverso l’immaginazione, come narratori sensibili che articolano e mettono in discussione le nostre storie comuni. Attingendo a una vasta gamma di pratiche formali e materiali, ricompongono e ridisegnano per destabilizzare gli antichi echi del mondo»
– Raphaël Barontini, 2026
In the Photo Fantastic
Le lacune nella storia scritta, le fratture nella propria biografia o le informazioni mancanti sulle persone raffigurate costituiscono il punto di partenza della sezione finale della mostra. Qui, gli artisti si basano sui metodi della critical fabulation sviluppati da Saidiya Hartman, in cui i vuoti della storia vengono colmati attraverso modalità immaginative. Gli artisti si dedicano a questa pratica visiva speculativa, che si costruisce a partire da frammenti storici, dando origine a scene in cui memoria e fantasia si intrecciano. Le figure rappresentate assumono nuovi ruoli, voci e identità. Gli artisti riescono così a liberare tali figure e a condurle in uno spazio ricco di possibilità, dove passato, presente e futuro si mescolano – e dove, per un momento, il paradiso sembra a portata di mano.
Artisti selezionati
Raphaël Barontini (1984, Francia). La sua arte è popolata da eroine che la storia ha ignorato. La sua ultima opera è basata su Nobosudru, una donna proveniente dall’attuale Repubblica Democratica del Congo, il cui ritratto fu scattato durante un viaggio in Africa organizzato da Citroën nel 1924–25. In Europa, la sua immagine divenne un simbolo della figura della “donna africana”. Barontini immagina quell’incontro dal punto di vista di Nobosudru, invertendo lo sguardo coloniale. Non più soggetto passivo della rappresentazione, ma autrice della propria storia.
Andrea Chung (1978, USA). Rielabora il mito afrofuturista di Drexciya, secondo cui le donne africane incinte, gettate in mare dalle navi negriere, avrebbero dato alla luce bambini capaci di vivere sott’acqua. Questi bambini avrebbero fondato un regno sottomarino paradisiaco, dove il trauma della schiavitù si trasforma in una storia di sopravvivenza, resistenza e futurismo nero. Chung immagina un museo per gli abitanti di Drexciya. Nelle sue opere compaiono i volti di donne nere tratti da fotografie storiche della collezione del Museo Rietberg, restituendo loro nuova visibilità.
«Sogno ciò che avrebbe potuto essere e mi aggrappo a mondi in cui non siamo mai stati colonizzati. Ma vivo anche nell’osservazione e descrizione di un presente nato da miti raccontati sia dai colonizzati che dai colonizzatori,
e immagino un futuro in cui siamo liberi»
– Andrea Chung, 2026
Fotografie storiche
Il Museum Rietberg custodisce una vasta collezione di fotografie scattate in Africa e in Asia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Tra queste vi sono documentazioni visive etnografiche e coloniali, nonché fotografie di studio realizzate da fotografi africani e asiatici. Queste fotografie costituiscono un sottile filo conduttore che attraversa tutte le sezioni della mostra e, nelle loro nuove opere, gli artisti vi hanno attinto per rendere visibili i messaggi nascosti in queste immagini.
Un film prodotto per una parte della mostra presenta le domande sollevate, le prospettive aperte e le interpretazioni offerte da questa collezione. Cattura momenti chiave di un workshop tenutosi presso il Museum Rietberg alla fine di marzo 2025, durante il quale artisti, ricercatori e curatori hanno studiato e lavorato insieme sulla collezione fotografica del museo.
In questo spazio, i visitatori sono inoltre invitati a riflettere sulle proprie fotografie. Che cosa possono dirci le immagini sulla nostra storia e sui nostri ricordi? In che modo la nostra capacità di ricordare è influenzata dall’osservazione delle fotografie? Cittadini di Zurigo ci hanno permesso di dare uno sguardo ai loro album fotografici personali, condividendo con noi le loro storie. Questi archivi visivi personali crescono nel corso della mostra, creando un nuovo spazio di polifonia visiva.
Pubblicazione
La mostra è accompagnata da un catalogo dettagliato, pubblicato in tedesco e inglese da Spector Books. Il catalogo è disponibile nel negozio del museo.
Biografie degli artisti
Sammy Baloji
Sammy Baloji (nato nel 1978 a Lubumbashi, Repubblica Democratica del Congo) è un fotografo, artista visivo e cineasta che vive tra Lubumbashi e Bruxelles. Cresciuto nella regione del Katanga, è stato fin da giovane sensibilizzato alla storia coloniale del Congo e al suo declino postcoloniale, osservando come un tempo l’area fosse considerata un territorio minerario prospero, oggi ancora soggetto allo sfruttamento da parte di aziende sia cinesi sia occidentali. Il suo lavoro esplora la storia e la memoria del Paese, con particolare attenzione all’eredità culturale e industriale del Katanga e agli effetti della colonizzazione belga. Attraverso l’uso degli archivi, manipola in modo magistrale il tempo e lo spazio, confrontando le narrazioni coloniali con il contemporaneo imperialismo economico. Ha esposto ad Atene, Bruxelles, Firenze, Londra, Mosca, Sydney e Toronto, nonché alla Biennale di Venezia e a Documenta 14.
Raphaël Barontini
Raphaël Barontini (nato nel 1984 a Saint-Denis, Parigi) vive e lavora nella città dove è nato. La sua pratica rilegge il canone storico legato a culture e territori segnati dalla schiavitù o dalla colonizzazione, aprendo spazi a nuovi immaginari e a narrazioni arricchite da una storia plurale. Le sue opere — dipinti, bandiere, stendardi, arazzi e mantelli cerimoniali — interrogano la rappresentazione del potere, i suoi rituali e le sue inversioni carnevalesche. Nel 2025 ha presentato una mostra personale al Palais de Tokyo di Parigi; nel 2024 ha creato la performance Déboulé Céleste per la Nuit Blanche; nel 2023 ha esposto al Panthéon con We Could Be Heroes, accompagnata da diverse performance. È rappresentato dalla galleria Mariane Ibrahim (Chicago, Parigi, Città del Messico).
Mary Enoch Elizabeth Baxter
Mary Enoch Elizabeth Baxter (nata nel 1981 a Philadelphia, USA) è un’artista interdisciplinare, scrittrice, pedagoga e attivista culturale. La sua pratica, improntata a resilienza, cura e comunità, si situa all’incrocio tra giustizia riproduttiva, pensiero femminista nero e cambiamento trasformativo. Il 2 febbraio 2024 ha ricevuto un Governor’s Pardon dal governatore Josh Shapiro e dallo Stato della Pennsylvania, come riconoscimento per il contributo del suo lavoro artistico alla guarigione e alla riparazione comunitaria. Nello stesso anno ha recitato nel film Paint Me a Road Out of Here, al fianco di Faith Ringgold. Le sue mostre personali e collettive includono istituzioni quali MoMA PS1, l’African American Museum di Philadelphia, Frieze LA, l’Eastern State Penitentiary, il National Underground Railroad Freedom Center, il National Museum of World Cultures (Paesi Bassi), il Brooklyn Museum e la University of Puget Sound.
Daniel Boyd
Daniel Boyd (Kudjla/Gangalu, nato nel 1982 a Cairns, Australia) esplora l’identità, la storia e la sopravvivenza culturale attraverso una riflessione critica sulla cultura coloniale. Nel 2014 è diventato il primo artista indigeno australiano a vincere il Bulgari Art Award e, nel 2022, la Art Gallery of New South Wales a Sydney gli ha dedicato una grande retrospettiva. Riconosciuto a livello internazionale, ha tenuto mostre personali al Martin-Gropius-Bau di Berlino e all’Institute of Modern Art di Brisbane. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni, tra cui la Kadist Collection (Parigi), il Museum of New Zealand Te Papa Tongarewa (Wellington), il Natural History Museum (Londra), il Samdani Art Foundation (Dhaka) e il Solomon R. Guggenheim Museum (Abu Dhabi, Bilbao, New York).
Andrea Chung
Andrea Chung (nata nel 1978 a Newark, USA) vive e lavora a San Diego. Il suo lavoro analizza gli sfruttamenti stratificati derivanti da secoli di colonialismo, in particolare nelle isole dell’Oceano Indiano e dei Caraibi. La sua ricerca indaga il lavoro, la materialità e le pratiche culturali, evidenziando le storie silenziate delle persone rese “merce” dalle economie coloniali. L’atto fisico del lavoro manuale è parte essenziale della sua pratica come spazio di sperimentazione e riflessione. Ha esposto al Getty Museum (Los Angeles), all’Art Gallery of Ontario, a Prospect 4 (New Orleans), alla Kingston Biennale (Giamaica) e nei musei dedicati alle comunità cinesi e afroamericane di Los Angeles. La sua prima importante mostra personale, You broke the ocean in half to be here (2017), è stata esposta al Museum of Contemporary Art San Diego e successivamente al Manetti Shrem Museum of Fine Art. Recentemente il Museum of Contemporary Art North Miami le ha dedicato una retrospettiva di metà carriera.
Omar Victor Diop
Omar Victor Diop (nato nel 1980 a Dakar, Senegal) è cresciuto coltivando l’immaginazione attraverso la letteratura e la storia, sviluppando una pratica multidisciplinare che spazia dalla fotografia al collage, dalla scrittura creativa alla moda e al design tessile. Dal 2011, il suo corpus di autoritratti — in cui impersona figure storiche e personaggi fittizi — indaga il rapporto tra memoria collettiva e storia culturale. Le sue opere figurano in collezioni di prestigio come la Fondation Louis Vuitton (Parigi) e il Brooklyn Museum (USA). Ha esposto a Paris Photo, alle Rencontres d’Arles e a Kyotographie (Giappone), e ha inoltre collaborato come art director con marchi importanti quali Lancel, Louis Vuitton, Bernardaud, Pernod Ricard e Lavazza.
Sasha Huber
Sasha Huber (nata nel 1975 a Uster, Svizzera) è un’artista visiva e ricercatrice svizzero-haitiana con sede a Helsinki. Attualmente sta completando un dottorato basato sulla pratica presso la Zürcher Hochschule der Künste. La sua ricerca indaga le politiche della memoria, il senso di appartenenza e la cura in relazione alle eredità coloniali, attraverso un approccio stratificato che comprende interventi riparativi, film, fotografia e collaborazioni artistiche. L’uso della graffettatrice come simbolo di dolore e al contempo di riparazione è diventato il suo segno distintivo. La sua mostra itinerante You Name It (The Power Plant, Toronto, in collaborazione con Autograph, Londra, 2021–24) ha segnato un momento importante della sua pratica internazionale, accompagnata da un volume omonimo pubblicato da Mousse Publishing.
Yuki Kihara
Yuki Kihara (nata nel 1975 ad Apia, Samoa) è un’artista concettuale giapponese-samoana che vive e lavora nel suo paese natale. La sua pratica interdisciplinare mette in discussione le narrazioni storiche dominanti e la loro persistenza nella cultura contemporanea. La sua mostra Living Photographs (2008) è stata presentata al Metropolitan Museum of Art di New York, che ha acquisito le opere in collezione permanente. Tra le sue mostre recenti si ricordano il Padiglione Aotearoa della 59ª Biennale di Venezia (2022), il Powerhouse Museum di Sydney (2024) e la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen (2025). Le sue opere sono conservate in istituzioni come il Kaohsiung Museum of Fine Arts (Taiwan), il Museum of New Zealand Te Papa Tongarewa, il British Museum, il LACMA e il MoMA di New York.
Cédric Kouamé
Cédric Kouamé (nato nel 1992 ad Abidjan, Costa d’Avorio) è un artista multimediale, DJ e conduttore radiofonico noto come African Diplomat. Dopo aver conseguito un diploma tecnico in comunicazione, si è formato presso il collettivo fotografico Klaym e ha partecipato a numerose residenze di scultura e fotografia. La sua pratica spazia dalla scultura alla fotografia passando per azioni performative. Il suo lavoro fotografico — comprendente ritratti di strada, architetture su pellicola 35 mm e il Gifted Mold Archive di negativi danneggiati — analizza l’intersezione tra cultura vernacolare e modernismo nella società ivoriana. Ha fondato l’archivio Baoulecore per preservare il patrimonio visivo e sonoro della Costa d’Avorio e della diaspora nera e ha partecipato a mostre internazionali tra cui A Funeral for Street Culture (Framer Framed, Amsterdam, 2021) ed Elastic Vision (Efie Gallery, Dubai, 2024).
Dinh Q. Lê
Dinh Q. Lê (1968–2024) è stato un artista contemporaneo nato a Ha Tien, Vietnam, e attivo a Ho Chi Minh City. La sua opera ha affrontato in modo approfondito l’eredità della guerra del Vietnam e il ruolo dei mass media nella costruzione delle memorie collettive. Sopravvissuto agli attacchi dei Khmer Rossi nel 1977, emigrò negli Stati Uniti come rifugiato. Negli anni ’90 fu tra i primi artisti della diaspora a tornare in Vietnam, dove sviluppò una pratica centrata sulla fotografia, spesso intrecciando immagini d’archivio ritrovate. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, inclusa Documenta, e fanno parte di importanti collezioni internazionali. Nel 2007 ha co-fondato San Art, il primo spazio indipendente per l’arte contemporanea di Saigon.
Dimakatso Mathopa
Dimakatso Mathopa (nata nel 1995 a Mpumalanga, Sudafrica) vive e lavora a Johannesburg. La sua ricerca artistica è nata dall’interesse per tecniche antiche come la stampa Van Dyke Brown e la serigrafia e si è poi ampliata alla cianotipia sperimentale, che manipola attraverso monotipo, acetati ed elaborazioni chimiche. Vincitrice dell’Elaine Harris Photo Grant 2024, ha esposto a manifestazioni come l’African Photo Biennial (Spagna), Photo Vogue Festival (Milano), Paris Photo, ARCO Madrid e AKAA (Parigi). Le sue opere sono presenti in importanti collezioni europee e statunitensi e sono state presentate nella mostra Inner Spirits and Outer Landscapes (2024/25) presso la Forward Art Stories Collection a Lisbona.
Tuli Mekondjo
Tuli Mekondjo (nata nel 1982 a Kwanza-Sul, Angola) vive e lavora a Windhoek, Namibia. Artista autodidatta, crea opere multimediali che onorano i suoi antenati, la fertilità e la continuità, affrontando al contempo temi di lotta di genere, trauma intergenerazionale e displacement. La sua pratica attinge ad archivi fotografici coloniali e bellici e riflette sulla storia namibiana e sulle politiche dell’identità. L’elemento spirituale è sempre più presente nella sua opera, che si estende anche alla performance. È stata borsista del DAAD Artist-in-Berlin Programme (2022) e finalista del Norval Sovereign Africa Art Prize 2022/23. Le sue opere sono state esposte a livello internazionale e fanno parte di collezioni museali in diversi continenti.
Tshepiso Moropa
Tshepiso Moropa (nata nel 1995 a Pretoria, Sudafrica) vive a Johannesburg. Con un background in psicologia, linguistica e ricerca, crea collage che uniscono immagini d’archivio e composizione intuitiva, esplorando identità, narrazione e memoria storica. Ha tenuto la sua prima personale presso la galleria Eclectica Contemporary a Città del Capo ed è apparsa su riviste come il British Journal of Photography e il quotidiano Mail & Guardian. Ha ricevuto il CAP Prize 2024 e il V&A Parasol Foundation Prize for Women in Photography 2025.
Aline Motta
Aline Motta (nata nel 1974 a Niterói, Brasile) è un’artista multidisciplinare che esplora la propria storia familiare attraverso video, fotografia, installazioni e performance. Le sue mostre personali includono Brésil et Afrique, une histoire partagée (Fondation Dapper, Senegal, 2024), Sala de vídeo: Aline Motta (MASP, Brasile, 2022) e Screen Series (New Museum, New York, 2021). Ha partecipato a eventi come la Stellenbosch Triennale (Sudafrica, 2025), la Sharjah Biennale (UAE, 2023) e la Biennale di San Paolo (2023). Le sue opere sono state esposte in istituzioni come il MoMA (USA), il Centre Pompidou-Metz (Francia) e il Museo MALBA (Argentina).
Frida Orupabo
Frida Orupabo (nata nel 1986 a Sarpsborg, Norvegia) è una sociologa e artista con base a Oslo. Realizza collage digitali e analogici che esplorano razza, relazioni familiari, genere, violenza e identità. Ha tenuto mostre personali al Sprengel Museum (Hannover) e all’Astrup Fearnley Museum (Oslo) entrambe nel 2025, oltre che al Fotomuseum Winterthur (2022) e al Museu Afro Brasil (2021). Ha partecipato alla 15ª Biennale di Gwangju (2024), alla 34ª Biennale di San Paolo (2021) e alla 58ª Biennale di Venezia (2018). Ha ricevuto il SPECTRUM International Prize for Photography nel 2025. Le sue opere fanno parte delle collezioni di importanti istituzioni come Tate Modern, Guggenheim Museum, Museum Ludwig, Jumex Museum, A4 Arts Foundation e CNAP.
Rosana Paulino
Rosana Paulino (nata nel 1967 a São Paulo, Brasile) vive e lavora nella sua città natale. La sua opera si concentra sull’esperienza delle donne nere nella società brasiliana e sulle violenze generate dal razzismo e dall’eredità della schiavitù. Indaga l’impatto della memoria nelle costruzioni psicosociali attraverso riferimenti alla sua storia personale e alla storia fenomenologica del Brasile. Le sue opere sono presenti nelle collezioni del Museum of Modern Art di São Paulo, della Pinacoteca do Estado de São Paulo, del MALBA di Buenos Aires, dell’University of New Mexico Art Museum e del Museu Afro Brasil.
David Shongo
David Shongo (nato nel 1994 a Lubumbashi, Repubblica Democratica del Congo) è un pianista, compositore e artista visivo, oltre che direttore del festival Pianos de Kinshasa. La sua ricerca esplora lo sfruttamento, le narrazioni subalterne e le strutture coloniali persistenti nel Congo contemporaneo. Ha partecipato a mostre come Fiktion Kongo (Museum Rietberg, 2019), The Whole Life (HKW, 2022), la Biennale di Lubumbashi: ToxiCity (2022), la Biennale Musica di Venezia (2023) e la Bangkok Art Biennale (2024). I suoi film sono stati presentati a festival come Locarno, Vues d’Afrique (Montreal) e Afrika Filmfestival (Leuven). Nel 2025 ha vinto l’Ars Electronica State of the ART(ist) Prize per il film Café Kuba.
Lee Shulman
Lee Shulman (nato nel 1973 a Londra, Regno Unito) è un artista visivo, fotografo e cineasta che vive e lavora a Parigi. Laureato in film e fotografia alla University of Westminster, ha fondato nel 2017 The Anonymous Project, dedicato alla fotografia amatoriale Kodachrome. La collaborazione con Omar Victor Diop ha portato al libro Being There (2023). Un’altra collaborazione, con Martin Parr, ha prodotto il libro Déjà View (2021), poi oggetto di una grande mostra a Magnum (Parigi, 2022) e del documentario I Am Martin Parr (2025). Il suo lavoro è stato esposto in numerose istituzioni europee, asiatiche e statunitensi, tra cui la mostra The House alle Rencontres d’Arles (2019).
Zenaéca Singh
Zenaéca Singh (nata nel 2000 a Port Shepstone, Sudafrica) vive e lavora a Città del Capo. Ha completato un MFA con lode alla Michaelis School of Fine Art dell’Università di Cape Town, dove aveva precedentemente ricevuto diversi premi per il suo BFA. La sua ricerca artistica indaga l’eredità complessa dell’economia dello zucchero in Sudafrica, esplorando le sue connessioni con migrazione, colonialismo, sfruttamento del lavoro e dinamiche domestiche di genere. Ha partecipato a mostre alla Slave Lodge di Cape Town, alla Investec Art Fair e presso Guns & Rain (Johannesburg). Le sue opere fanno parte di collezioni private e nel 2024 le è stata commissionata una scultura per il nuovo FENIX Museum of Migration di Rotterdam, ora parte permanente della mostra All Directions (2025).
Wendy Red Star
Wendy Red Star (nata nel 1981 a Billings, Montana, USA) è un’artista multimediale con sede a Portland, Oregon. Membro della Apsáalooke (Crow) Nation, esplora le intersezioni tra ideologie native americane e strutture coloniali, sia storiche che contemporanee. Ha conseguito il BFA presso la Montana State University e l’MFA in scultura all’Università della California, Los Angeles. Nel 2025 ha ricevuto un dottorato honoris causa dalla MSU. Ha esposto al Metropolitan Museum of Art e al Getty Museum e le sue opere fanno parte di oltre sessanta collezioni, tra cui il MoMA di New York e il British Museum di Londra.
Info
QUASI UN PARADISO. FOTOGRAFIA DELL’ERA COLONIALE
NELL’ARTE CONTEMPORANEA
Biglietti: CHF 18 intero / CHF 14 ridotto / gratuito <16 anni
Orari: Mar–Dom 10–17, Gio 10–20, Lun chiuso
Sede: Museum Rietberg, Gablerstrasse 15, 8002 Zurigo
Tel: +41 44 415 31 31 – rietberg.ch
Il credito foto è > Wendy Red Star, Spring – Four Seasons, 2006
© Wendy Red Star, per gentile concessione dell’artista; collezione del Newark Museum of Art











