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“Millie Bobby Brown”, Luisiana

Con il singolo d’esordio “Millie Bobby Brown”, Luisiana — nuovo progetto del cantautore siciliano Sebastiano Inturri — entra sulla scena musicale con un colpo deciso: synth-pop, atmosfere anni ’80 e un’immagine visiva già potente. Il brano racconta la storia di una donna che si libera dagli stereotipi e dalle relazioni opprimenti, e segna l’inizio di un percorso che unisce introspezione, estetica cinematografica e un sound unico.

“Millie Bobby Brown” è un debutto forte e molto visivo: qual è stato il primo impulso che ti ha fatto dire “questa è la canzone giusta per iniziare”?

Grafica Divina

Quando l’ho pubblicata il 23 ottobre avevo già la certezza che fosse il mio inizio naturale. Era come se la canzone mi avesse scelto: aveva quel fuoco istintivo, quella forza visiva che mi rappresentava senza compromessi. È stata la prima volta in cui ho sentito che potevo uscire allo scoperto senza filtri, con la mia estetica e la mia voce esattamente come sono.

Il brano racconta una donna che si libera dagli stereotipi e dalle relazioni opprimenti: quando lo scrivevi, quale immagine o scena avevi davvero davanti agli occhi?

Pensavo a una donna che finalmente si scrolla di dosso tutto quello che non le appartiene. La vedevo in piedi al centro di una stanza vuota, mentre la luce del pomeriggio le taglia il profilo. E in un gesto semplice, quasi teatrale, si libera di un cappotto che la costringeva da anni. Quel tonfo a terra era il suono della sua rinascita.

C’è una frase, un verso o una scelta melodica del singolo su cui hai lavorato più a lungo del previsto, perché ti sembrava cruciale?

Sì, assolutamente. In realtà la parte su cui ho lavorato di più non è un verso, ma proprio i suoni dei synth. Volevamo qualcosa che non esistesse ancora, quindi abbiamo iniziato a creare i timbri da zero, campionando suoni organici — rumori veri, materiali, quasi impercettibili — e poi li abbiamo trasferiti dentro i synth per suonarli come strumenti nuovi. Stavamo cercando un respiro, un’identità sonora che fosse soltanto nostra. Anche la parte finale del brano è stata un piccolo viaggio: quelle chitarre unite a una serie di effetti quasi “liquidi” le abbiamo scolpite per giorni, perché volevamo generare esattamente quel suono unico, sospeso, che caratterizza tutto l’ultimo frammento della traccia. È stato il dettaglio che ha chiuso il cerchio.

Questa nuova fase artistica come Luisiana sembra più consapevole e cinematografica: cosa hai capito di te stesso in studio mentre costruivi questa identità sonora?

In studio ho scoperto che non devo più smussare i miei angoli. Ho capito che posso essere fragile e feroce nello stesso respiro, e che questa dualità è ciò che dà vita al mio suono. Mi sono accorto che la mia immaginazione è già visiva, già pronta per diventare immagine oltre che melodia. Ho solo smesso di frenarla.

Il videoclip aggiunge una dimensione quasi teatrale al racconto. Qual è stata la cosa che ti ha sorpreso di più durante le riprese o nella fase creativa?

La spontaneità. Alcune delle scene più forti del video non erano previste: sono nate sul momento, come se il personaggio mi stesse guidando. È stato sorprendente rendermi conto di quanto potesse vivere indipendentemente da me, prendendo forma sotto i riflettori mentre io lo seguivo.

Cosa ci dovremo aspettare prossimamente da Luisiana?

Adesso che “Millie Bobby Brown” è fuori nel mondo, il viaggio può davvero iniziare. Sto preparando nuovi brani che ampliano il racconto e lo portano in direzioni più cupe, più luminose, più coraggiose. Aspettatevi continuità, ma anche scosse improvvise. Sto costruendo un universo, un capitolo alla volta—e il prossimo arriverà prima di quanto immaginiate.

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