Mistiche Ribelli: suoni che parlano al cuore antico dell’anima. C’è una zona profonda dell’animo umano che, da sempre, cerca il sacro. Lo fa con le parole, con il silenzio, ma soprattutto con il suono. Mistiche Ribelli è un disco che nasce proprio da questa urgenza millenaria: l’esigenza di cercare un senso, un’origine, un respiro che vada oltre la superficie della realtà.
Dietro questo progetto – pubblicato da Lizard Records – ci sono Pierangelo Pandiscia, polistrumentista e musicoterapeuta, e Gino Ape, pianista, oboista e maestro del duduk, insieme all’ensemble Enten Hitti, gruppo che da anni lavora ai margini tra musica, spiritualità e ricerca antropologica. L’album è un viaggio mistico in senso pieno, ispirato a tradizioni spirituali che, seppur geograficamente distanti – sufi, essene, tibetane, cristiane medievali, occitane – condividono la stessa radice: quella di una ribellione silenziosa contro i dogmi imposti, e di una ricerca interiore pura, libera, essenziale.
Ascoltando Mistiche Ribelli, si ha la sensazione di entrare in uno spazio sospeso: un altrove musicale in cui il tempo perde contorni e l’anima si stacca, leggera, da ciò che pesa. Ogni brano è costruito come un rito, un’evocazione, un’invocazione. Ma non c’è nulla di artefatto: la musica è autentica, profonda, necessaria.
In Carne della stessa carne, uno dei brani più intensi del disco, la spiritualità si fa materia sonora. Il pezzo si apre con il suono del Satya Gong, un gigantesco gong nepalese dal diametro di 150 cm che vibra come un’onda primordiale. È una chiamata, una soglia. Il recitativo del mantra del Sutra del Cuore, tratto dalla tradizione buddhista Mahayana del I secolo d.C., si intreccia con echi del canto della notte degli indiani Navajo. Le voci sembrano sussurri venuti da epoche remote, mentre il violino, la viola, il cello e l’oboe costruiscono un contrappunto delicato e struggente.
Quando arrivano gli intrecci modali di pianoforte e viola, nella parte centrale del brano, si ha quasi la sensazione che qualcosa si stia aprendo: un varco, una memoria collettiva, un punto di connessione tra culture diverse che condividono la stessa sete di significato. L’ascolto genera pace, non come assenza di conflitto, ma come presenza piena. È come se questo brano, con la sua bellezza antica e stratificata, ricordasse che l’uomo ha sempre cercato – fin dall’inizio dei tempi – una risposta. Una connessione. Una luce.
Eppure, ciò che commuove davvero è che questa musica non dà risposte: porta altrove. Porta l’inconscio in un luogo dove non c’è bisogno di domandare nulla, dove si è solo connessi con se stessi, come su una cima da cui vedere oltre l’orizzonte, in un bosco incantato dove ogni suono è presenza, o davanti a un mare calmo che ci restituisce la nostra immagine più vera.
In un altro brano, Evren Mantra, la scrittura musicale si fa ancora più essenziale e ciclica, costruita su un ostinato in 5/4 che accarezza la tonalità minore con malinconia e bellezza. Qui, una frase colpisce e resta: “volo di un uccello preistorico”. È un’immagine potente, che descrive perfettamente la leggerezza dell’anima che si solleva dal peso del mondo, librandosi in uno spazio di libertà e conoscenza. L’intero disco sembra procedere verso questa leggerezza, come un’ascesa spirituale lenta e consapevole.
La conclusione dell’ascolto è come un ritorno a casa. Ma non la casa delle abitudini, piuttosto quella delle origini interiori. E lì, tra armonie antiche e strumenti che parlano più al corpo che alla mente, torna ancora una frase – sempre da Evren Mantra – che dà senso a tutto:
“Stupita dall’amore, stupita dal dolore.”
Forse è proprio questo che rimane dopo aver ascoltato Mistiche Ribelli: una meraviglia nuova, antica, viva. La sensazione che nella piena consapevolezza, quando l’anima si libera davvero, si possa tornare a stupirsi anche delle cose più piccole. Come un bambino che ascolta per la prima volta il battito del mondo.











