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Da conoscere il direttore d’orchestra Leone Magiera

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Il Direttore d’Orchestra Leone Magiera è una di quelle persone che vanno conosciute sia per il suo alto livello professionale, sia per aver percorso il mondo operistico (anche con il suo incarico alla Scala di Milano) incontrando quegli artisti che lo hanno reso grandioso in un momento dove gli spettatori facevano il tifo come oggi si fa per i giocatori di calcio. Dopo i suoi saggi su Mirella Freni, Luciano Pavarotti e Ruggero Raimondi, questa volta dal cassetto dei ricordi tira fuori uno dei grandi direttori d’orchestra che ha sempre fatto parlare di sé alimentando l’aura attorno a lui: Herbert von Karajan. Un libro che avrei divorato tutto d’un fiato se non fosse stato piacevole ogni tanto soffermarsi a ripensare a quanto letto, immaginare i personaggi descritti, le idee su tecnica ed interpretazione. Un libro sospeso tra la malinconia del ricordare e la gioia che quei ricordi comunicano anche a noi lettori. Un grande artista che narra di un altro grande artista. C’è solo da imparare.

La prefazione al suo libro è scritta da Mirella Freni scomparsa proprio nei giorni in cui queste memorie sono uscite in libreria. A questo grande soprano è stato legato sentimentalmente e professionalmente. Un ultimo addio?

Mirella è stata per molti anni importantissima nella mia vita e io nella sua. Nel salutarla per il suo ultimo viaggio ho ripensato soprattutto alle difficoltà che abbiamo incontrato e superato insieme nei nostri anni giovanili, ma anche alla soddisfazione di aver realizzato molti dei nostri sogni.

Ripercorrendo il periodo che la vide collaborare con il Maestro Karajan è palese che un certo modo di fare e vivere l’opera stia scomparendo dai nostri teatri. E’ così?

Non è possibile paragonare il modo di far musica di un fuoriclasse come Karajan alla normalità di tanti direttori di oggi. Inoltre il Maestro Karajan poteva scegliere gli interpreti in piena libertà e provare con loro tutto il tempo che riteneva necessario senza vincoli sindacali. Ma anche allora vi erano direttori e cantanti di non grande caratura. Nel passato venivano privilegiate le voci di grande potenza mentre oggi si guarda maggiormente alla duttilità, alla musicalità, alla presenza scenica per cui talvolta la “voce” passa in secondo piano.

Loggionisti infuriati, folla fuori dal teatro, trionfi. Come mai tutto ciò è andato scomparendo nei teatri lirici da parte del pubblico?

Si, trionfi o insuccessi sono fenomeni meno frequenti ma non scomparsi del tutto specialmente alla Scala e in alcuni teatri stranieri. Ricordo la Bohème al teatro di Amburgo da me diretta con Luciano Pavarotti come Rodolfo.  Dopo un ora e quaranta minuti di applausi, quasi non ci si crede, la folla non defluiva, fecero arrivare un pianoforte verticale e Luciano cantò altre tre romanze e io, indossati i panni del pianista, lo accompagnai suonando a memoria per mancanza di spartiti. Le contestazioni ci sono anche oggi anche se attenuate e talvolta mascherate. A tutti sarà capitato di ascoltare cronache radio e televisive dove i commentatori inneggiavano al successo della prima, ma nel sottofondo si sentivano contestazioni inequivocabili.

La descrizione che fa del Maestro Karajan è tanto artistica quanto umana, come a ricordare l’uomo, l’amico nel suo caso, che era dietro la bacchetta. C’era una scissione tra privato, pubblico e quando il Maestro saliva sul podio?

Si. Sul lavoro Karajan era inflessibile ed esigentissimo. Nel privato, con gli amici, era un’altra persona come ben racconto nel libro.

Per chi lavora in campo operistico è palese come il “divismo” stia ormai scomparendo. Può essere un pregio o la mancanza di un quid che rende unico un artista?

Credo che il divismo, specie nel mondo della musica lirica, sia direttamente proporzionale al valore dell’artista. Cioè, si diventa Callas, Tebaldi o Pavarotti se si riesce a polarizzare l’interesse sulle proprie abilità di interprete, non perché ci si vesta dal grande stilista. Pensiamo all’aspetto fisico di Pavarotti o della Caballe che non ha impedito loro di essere grandi “divi”.  Anche oggi sono divi Kaufmann e Netrebko  perché sono interpreti importanti, non solo per il loro aspetto, anche se la bellezza aiuta! Inoltre, in un mondo che ama l’immagine, l’attenzione dei media è puntata più sul regista, che non a caso spesso è personaggio del cinema, o sul direttore d’orchestra e in qualche programma non si legge più neanche il nome dei cantanti che evidentemente hanno perso attrattiva.

Infine lo scarso amore per la musica lirica e classica, specie in Italia, per un difetto educativo delle nuove generazioni, per una contingenza sociale e culturale, per lo scarso interesse dei media, produce meno divismo.

Il suo libro è un viaggio bellissimo e malinconico (ma mai triste) e spesso lei indugia sull’interpretazione, sui sentimenti che la musica (e soprattutto la voce) comunica. E’ questo che ha contraddistinto artisti come il Maestro Karajan rispetto ad altri?

Quando eseguo musica cerco di capire cosa ci sia dentro le note scritte che da sole possono non bastare.  Se tu interprete trovi questo significato nascosto e riesci a comunicarlo, allora ti avvicini a quella verità nascosta che è caratteristica solo dei grandi come Karajan. Egli trovava questo significato in ogni sua direzione e la voce per lui era fondamentale come l’orchestra. Fra queste due componenti cercava una simbiosi perfetta per cui il suono di uno era un naturale prolungamento dell’altro. Oggi, talvolta si percepisce in alcuni direttori un sottile disprezzo per la voce che viene costretta entro limiti ritmici, sonori che impediscono un abbandono totale dell’artista.

E’ per questo che quando scrivo o parlo di musica mi riferisco sempre a quello che la musica può fare per tutti noi: elevarci in un mondo di sensazioni, sentimenti che ci avvicinano alla trascendenza.

Se dovesse sintetizzare in un solo aggettivo un personaggio che ha fatto parlare tanto di sé come il Maestro Karajan quale sarebbe?

Il più grande che io abbia mai conosciuto. L’aggettivo? Immenso!

Anche quando il vostro rapporto, per motivi di lavoro, si è interrotto, dalle sue memorie si evince che il Maestro Karajan l’abbia ricercata spesso. Al di là dell’ovvia stima professionale cosa pensa che il Maestro vedesse in lei? Uno spirito affine anche umanamente?

A distanza siderale da Karajan, avevamo però le stesse idee musicali nel ricercare il peso sonoro appropriato alla parola, all’azione scenica e nel ricercare la Verità artistica. Lui ci riusciva, io cercavo di imitarlo! E’ per questo che sono diventato pianista molti richiesto: anch’io  cerco una simbiosi fra voce e pianoforte, non solo nel senso del volume più o meno forte, come molti intendono,  ma una simbiosi di intenti artistici per cui il pianista da suggerimenti al cantante e viceversa, specialmente quando si lavora con i più grandi.

Indubbiamente Karajan aveva anche una simpatia umana per il mio carattere sempre disponibile e aperto al nuovo e perché no… per le mie doti di narratore.

Tra bellissimi ricordi di scazzottate e lasciti non piacevoli sui divani (non specifico meglio per non rovinare la sorpresa al lettore) arriva anche ad un’appendice riservata ai giovani che si avvicinano alla direzione d’orchestra. Quale è il consiglio che vorrebbe dare a loro? L’insegnamento che, attraverso i direttori che cita, e soprattutto l’esperienza con il Maestro Karajan lei ritiene fondamentale per chi compie questa professione?

Studiare, ascoltare concerti, opere, allargare il proprio panorama musicale senza idee preconcette, a tutti i generi antichi e contemporanei.

Seguire corsi di perfezionamento di grandi artisti traendo da essi il meglio, curare la propria cultura generale, particolarmente negli altri campi dell’arte; la pittura, la scultura e la letteratura. Infine cercare se stessi!

Intervista di: Luca Ramacciotti

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