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Marc Casellato ci racconta L’altra metà della magia

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Marc Casellato ha il look “classico” da mago che ti trasporta in altri tempi dove la magia era avvolta dai tendaggi di un sipario o passeggiava tra i tavoli dei locali di alta classe. Giovanissimo, preparatissimo, lo potresti sentir parlare per ore di magia tanto riesce ad affabulare lo spettatore. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione romana del suo libro “L’altra metà della magia” presso il Magic Shop Tra Palco e Realtà. Una storia raccontata con i ritmi di un bellissimo romanzo di avventura.

L’altra metà della magia è un libro di storia sotto forma di romanzo. Come mai hai preso in esame proprio questo preciso lasso di tempo di tutta la storia della magia?

Semplicemente perché tutte le volte che passeggiavo per le magiche vie di Parigi così ricche di testimonianze storiche e vive dell’arte della magia mi è venuto in mente di far scoprire i grandi maghi del passato, ma soprattutto di descrivere come loro si chiudessero nei loro laboratori per ideare, creare i loro meccanismi, i giochi che realizzavano. Il titolo prende spunto da questo, L’altro lato della magia ovvero il pubblico conosce, vede l’effetto, ma non sa cosa ci sia dietro, quale lavoro ne sia alla base che è forse la parte più bella della storia della magia.  Ovvero la capacità di creare dei numeri con le prove, gli insuccessi, o i successi che sono il percorso di un numero presentato al pubblico. Questo è il motivo anche della scelta del sottotitolo “Niente è come sembra”, proprio perché pare un romanzo, ma è un trattato di storia della magia. La magia è sempre sviluppata in questo modo: sembra una cosa quando è un’altra. Questo ha portato ad alcune difficoltà scrivendo qualcosa di nuovo che fosse a metà tra due generi. Volevo qualcosa di tascabile, facilmente portabile anche in viaggio, che destasse curiosità e si leggesse tutto d’un fiato. Sia da chi è appassionato, sia da chi non lo è, ma potrebbe scoprire un mondo sorprendente a lui sconosciuto.

 Tutte le immagini presenti nel libro fanno parte di un tuo archivio?

Sì fanno parte della mia personale collezione di manifesti, libri od oggetti. Si va da immagini classiche ad altre che pur facendo parte dell’iconografia tradizionale, come le monete, possono essere una novità per molti. Queste monete si trovavano al termine degli spettacoli e nel libro ne parlo dettagliatamente. E’ il mio piccolo tesoro personale.

 Quanto pensi o credi che il pubblico possa appassionarsi alla storia della magia? Spesso noi vediamo un numero in teatro o  alla televisione, ma non sappiamo mai in realtà, come dicevi prima, quale lavoro ci sia dietro. Quindi una nuova chiave di lettura per un pubblico anche di non appassionati di questa arte.

Infatti il libro è destinato ad un pubblico profano soprattutto, quelli che nel mondo di Harry Potter si chiamerebbero Babbani. Cerco infatti di incuriosire il pubblico facendo loro conoscere la realtà, la vita di molti maghi. Spero possa interessare il pubblico come è successo con film quali “The Prestige” o “The Illusionist” all’interno dei quali si parla della storia della magia. Quando parlavo con le persone dopo l’uscita di questi film mi sentivo dire frasi come “non sapevo che ci fosse un mago vestito da cinese” oppure che tutti pensavano che Houdini fosse morto all’interno della Water Torture Cell e quello per “colpa” del film con Tony Curtis. Quindi far conoscere al pubblico un po’ di storia potrebbe essere un aiuto. Ma “niente è come sembra” perché, a differenza di quello che ci si potrebbe aspettare, la maggior parte delle volte io non rivelo il trucco perché voglio che il pubblico mediti, che gli resti in mente l’illusione, non come sia stata realizzata.

Per chi vuole iniziare questo lavoro cosa consigli?

Quando chiedevano ad Eduardo come si fa a diventare attore lui rispondeva di andarlo a vedere a teatro. Questa frase mi è sempre rimasta nel cuore e l’ho fatta mia. Si devono vedere tanti spettacoli sia che il mago sia famoso o meno, da ognuno si apprende sempre qualcosa. E si inizia ad amare questa arte. Poi facendo ricerche su internet e, in maniera anacronistica coi tempi, di leggere dei libri che stimolano la fantasia, la creatività. Internet, canali appositi online, i video, aiutano a capire certe tecniche perché non in tutte le città c’è un Club Magico. Dove lo si ha è un punto di forza notevole per chi vuol seguire questa arte. Personalmente sono stato assiduo frequentatore del Circolo Amici della Magia di Torino. Vi sono entrato che avevo 13 anni. Sinceramente non mi volevano ammettere fino a che non promisi all’allora Presidente del Circolo Vittorio Balli che la mia frequentazione non avrebbe influito sui miei voti scolastici pena l’espulsione dal club. Per cui studiare, provare a costruire le proprie cose, strumenti, non fermarsi solamente al numero visto, costruito o comperato. Non dobbiamo eseguirlo, ma personalizzarlo. Un numero magico è un abito che ci portiamo addosso. Ognuno di noi si deve sentire a suo agio indossando quell’abito. Non potrei mai personalmente salire sul palco vestito come uno dei Kiss ad esempio. Ognuno di noi ha un’identità e si deve ritrovare in essa pur avendo dei miti a cui ispirarsi.

 Di tutti i maghi di cui parli nel tuo libro chi vorresti incontrare di persona?

George Méliés sicuramente. In assoluto. Un mago, un cineasta, un inventore. Una persona che, come dico sempre, è l’emblema della realizzazione. Se vediamo la foto di lui dietro la sua Confiserie in Gare di Montparnasse, non è l’immagine di un uomo che aveva fallito, che aveva dismesso tutta la sua attrezzatura, il suo teatro di posa, le pellicole cinematrografiche da lui realizzate, ma, attraverso i suoi occhi, trasmette una gioia, una felicità come fosse ancora un bambino. La voglia di essere un bambino è alla base dell’essere un mago ovvero la capacità di stupirsi. Méliés è riuscito fino all’ultimo ad avere quella lucidità negli occhi che spero di conservare anche io fino alla fine dei miei giorni.

 

Intervista di: Luca Ramacciotti

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