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Maura Chiulli torna in libreria con un nuovo romanzo

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Maura Chiulli (Pescara, 1981). Scrittrice, mangiafuoco. Si interessa di body art e arte performativa. Esordisce con il romanzo Piacere Maria (Editrice Socialmente, Bologna, 2010), cui sono seguiti i saggi Maledetti Froci & Maledette Lesbiche (Ed. Aliberti Castelvecchi, Roma, 2011) e Out. La discriminazione degli omosessuali (Ed. Internazionali Riuniti, Roma, 2012), e il romanzo Dieci giorni (Hacca, 2013).

La incontriamo per addentrarci tra le pagine del suo libro “Nel nostro fuoco” uscito per Hacca

Torni in libreria con una storia dove l’amore che manca è protagonista, come nasce

Torno in libreria con una storia intensa, che colpisce e che abbraccia, che fa male e poi cura. Ferisce quando ci racconta di un uomo che non conosce le parole dell’amore, le carezze, gli incoraggiamenti, le spinte meravigliose che solo l’amore autentico, pulito sa offrire. Ma accarezza quando ci mostra che attraversare il male è la salvezza, perché dentro quella tempesta, nel punto più profondo, è nascosta la parte più autentica di noi, quella che è anche fragile, ma che una volta riportata alla luce, riemersa, brilla di una luce che accieca.

Quando hai incontrato Tommaso ed Elena?

Tommaso ed Elena li ho incontrati proprio nel pieno della tempesta di cui parlavo. Lui la parte più fosca, lei la luce, l’alba che splende e in nome della quale siamo disposti ad attraversare l’inferno. Credo di averli incontrati infinite volte, anche nelle vite degli altri, che tanto osservo, ascolto, custodisco.

Quali sono i limiti e le possibilità di scrivere un romanzo che ruota ad un perno così importante?

Delle storie non voglio vederne i limiti. Tommaso Elena e Nina, le loro parole spezzate, le loro intimità massacrate e rianimate, le loro vite così diverse eppure così vicine mi hanno dato milioni di possibilità e ho imparato tante cose. La storia di questa famiglia mi ha insegnato quanto è maestoso il silenzio, quanto è grande la sua voce. E che solo se sappiamo guardare il buio, sopportarlo, sostare nel silenzio, nella solitudine dell’abisso, siamo pronti per la vita vera, quella che non prevede competizioni, ma solo equilibrismi tra paure e meraviglia.

Il fuoco, così presente nella tua vita, come entra tra le pagine?
Cosa ti appartiene di lui?

La scrittura è fuoco. E nella mia vita il fuoco è l’autenticità, la ricerca di senso, la libertà, la conquista. La scrittura mi ricorda che io sono fuoco e che bruciare non è che risplendere, cercare, vivere con ostinazione. Ho pensato a una mangiafuoco nella storia, perché volevo celebrare questo mio amore per la fiamma. Elena conosce il mio linguaggio espressivo. Condivide con me un esasperato attaccamento alla vita, alla terra, alla carne e vive, come me, il corpo come uno strumento meraviglioso capace di proteggerci, di accogliere, di sopportare il dolore e brillare.

In un momento dove la comunicazione è abusata e banalizzata cosa rappresenta per te?

Mi sento molto lontana dall’epoca in cui vivo e questo senso di esclusione, o di estraneità che ne deriva mi ferisce. Comunichiamo molto, è vero, ma è altrettanto vero che stiamo ammazzando le parole. Comunichiamo con gli slogan, comunichiamo male e penso alle fake news, ai proclami sui social network, comunichiamo per dividerci, per contrapporci, per classificarci. Io ho nostalgia della comunicazione vera, che è scambio, che è empatia, che è ascolto, che è visioni. Ecco perché amo tanto la poesia. Perché nella parola poetica c’è tutta la feroce tenerezza che manca alla mia epoca.

Cosa ti aspetta?

Mi aspetta la lotta. Mi aspetta un tempo ancora lungo e lento da dedicare alle mie battaglie per i diritti, per le parole ammazzate, per le vite dimenticate.

Intervista di: Elena Torre
Foto di: Davide Carson

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