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Lo Yeti ospite del nostro spazio interviste

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In una Bologna fucina di fermenti culturali, Pierpaolo Marconcini, pubblicitario classe 1983, diventa Lo yeti.

Lo yeti è un essere che vive una realtà fisica manifesta disegnata da noi, in base alle nostre esperienze, alle storie che abbiamo sentito di lui, alle immagini che abbiamo visto. Una creatura leggendaria che prende forma grazie alla soggettività di chi lo pensa, proiettando su di lui ciò che vuole vedere. Allo stesso modo la sua musica, pur raccogliendo e decodificando ricordi personali, si adatta al vissuto dell’ascoltatore lasciando spazio al significato che ognuno ne vuole trarre. Il suo eterogeneo percorso artistico e musicale gli permette di vestire ogni brano in modo diverso ed adeguato, per sottolineare l’intimità testuale e l’umore del brano stesso. Ugualmente la sua voce, avvolgente ed espressiva, lascia un’impronta caratteristica su ogni melodia. La scrittura musicale de Lo yeti, chitarrista e pianista, è ricca e mai banale, e riesce ad arrivare in maniera immediata e viscerale. L’arrangiamento e la produzione del suono aiutano a creare un’identità forte al progetto musicale.
Grazie all’apporto del bassista Marco Milani, parte integrante del progetto fin dall’inizio che ha notevolmente contributo all’evoluzione dei brani, e del musicista/fonico Pierluigi Ballarin, il progetto Lo yeti si arricchisce di ritmi e forme elettroniche, archi, synth e fiati.
Nel 2016 l’incontro con il musicista/produttore artistico Angelo Epifani porta alla definitiva versione de Le Memorie dell’Acqua, disco d’esordio de Lo yeti.

Cosa significa lavorare nella musica oggi?
Credo significhi essere presenti, costantemente, sia a livello musicale sia a livello sociale. Non c’è più memorabilità, c’è un consumo spasmodico di materiale musicale e tutto è abbastanza usa e getta, dunque è importante essere sempre “fuori” con qualcosa di nuovo. Siamo nell’era della playlist, quasi un ritorno a un lontano passato; l’album non è più così importante, anche perché si è persa la fisicità dell’oggetto disco che rimane un feticcio per soli musicisti, è ottimale saturare in modo più frammentato i vari canali con tanti piccoli singoli. Ne sono esempio i tanti giovani artisti che escono direttamente da youtube: il significato della musica di oggi e di domani è intrinseco a quel canale.

Cosa rappresenta la musica per te?
Qualcosa che riesce a farmi viaggiare per chilometri e chilometri, mentre l’ascolto e mentre suono; qualcosa che riesce a trasformare le singole parti del corpo in una grande cassa risonante. è qualcosa di cui non posso fare a meno, sia come ascoltatore, compulsivo, che come artista; fare musica è un’urgenza, che non puoi fermare, altrimenti esplodi. é qualcosa che va al dilà del diventare famoso o pseudo conosciuto, lo fai perché è una reale esigenza mentale; a volte mi chiedo cosa farei se smettessi di scrivere musica, mi spaventa abbastanza.

Cosa pensi dei talent show?
Penso sia un percorso, come ce ne sono altri nella musica, per cercare di raggiungere un determinato risultato. Ci vogliono anche determinate caratteristiche e una preparazione e predisposizione adeguate per tentare un percorso del genere. Ciò che non amo di questo meccanismo è il fatto che sia forzatamente dipendente da un discorso televisivo, di pura immagine. Ti vendono un artista prima di fartelo ascoltare e questo credo vada a discapito della qualità musicale e soprattutto influisca profondamente sulle abitudini di consumo musicale: è tutto molto rarefatto, le canzoni vengono consumate in maniera sempre più veloce e superficiale e di pari passo anche gli artisti, sopratutto quelli usciti dai talent, che, spente le telecamere, svaniscono velocemente. Credo che sia un meccanismo che tolga alla musica la sua parte più spirituale, per renderla mero fenomeno mediatico.

Cosa dobbiamo sapere di te per comprendere a a pieno il tuo universo creativo?
Ciò che più mi interessa della musica è il suo lato intimo, quando essa riesce a raccontarti un micro universo, personale: la capacità che ha l’artista nel mettere a nudo, senza paura, le proprie debolezze, i propri desideri, nelle sfumature delle relazioni interpersonali e sociali, che così si fanno affreschi di realtà nei quali ognuno di noi rivede anche il proprio mondo. Questa credo sia la mia ambizione artistica, perché è ciò che mi fa stare bene quando anche io ascolto un artista che sa utilizzare la musica in questo modo. Penso a Lennon, penso a come sia riuscito a trasformare le sue debolezze in manifesti generazionali; è qualcosa che mi affascina tremendamente.

Cosa ti piace nel mondo e cosa detesti?
Porto la domanda al mio piccolo mondo, al mio contesto, perché risulterei banale e ridondante altrimenti. Piangere dal ridere con quelle due o tre persone davvero importanti che ho nella mia vita, il valore più grande. Credo sia e siano cìò che riesce a tenermi sano di mente. Detesto i canditi. Ci ho pensato un po’ sulla risposta, ma devo dire siano qualcosa che riesce a lasciarmi di cattivo umore per giorni una volta masticati per sbaglio.

Come ti approcci ad un nuovo progetto?
In modo più libero possibile. Senza una vera progettualità o obiettivo, cercando di non limitare qualsiasi slancio creativo. Le cose migliori vengono fuori dal caos, quello personale. è un processo di raffinazione dell’idea, necessario a portarla fuori da me nel modo più pulito e reale possibile. Poi cerco di contornarmi e condividere il progetto con persone che sappiano dare la loro professionalità e soprattutto un loro colore e una loro sensibilità al tutto. Uno progetto, musicale, è sempre la condivisione di una idea e quindi le persone con cui condividi questa idea sono la parte fondamentale. Così è stato per l’album che ho fatto e così voglio che sia anche per il prossimo.

Quali gli ingredienti di questa tua nuova avventura?
Spontaneità, senza troppi manierismi. è un progetto che ha caratteristiche e sfumature precise e che necessità determinati contesti credo per essere rappresentato nel modo migliore e più vero. Questo potrebbe essere un limite, ma per me è il suo valore aggiunto. Ho cercato di non scendere a compromessi di genere o di farmi influenzare da mode musicali o pseudo tali, questo perché ho creato il tutto senza un iniziale fine preciso, ma solamente trascinato dall’urgenza di rappresentare musicalmente determinate mie esperienze. Per questo ho esplorato diversi generi musicali che amo, in modo trasversale, cercando di farli miei e adattandoli anche a tutta la parte testuale che stavo sviluppando. Suona banale, ma credo che l’ingrediente principale del tutto sia la sincerità.

Quali sono i tuoi prossimi impegni? Ci sarà un tour?
Sto cercando di esplorare dimensioni live che ancora non avevo mai provato, per capire dove meglio si adatti il progetto nella sua rappresentazione. In questo momento sto girando molto nelle Radio, per promuovere l’album e il progetto, con dei piccoli live e parecchie interviste. Poi, sono in giro fra diversi festival Buskers, Imola, Ferrara e devo dire che la cosa mi piace, soprattutto proponendo l’album solo voce e chitarra. Questa sarà la formazione con la quale voglio provare ad affrontare il tour estivo, anche per ottimizzare gli spostamenti e per toccare nel modo più semplice più posti possibile. Stiamo organizzando un piccolo tour in Sicilia in questo senso, vorrei riuscire a portare li la mia musica, per poi tornare e cominciare a fare date insieme alla band, partendo da Bologna, la mia città.

 

Intervista di: Lucrezia Monti

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