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Intervista a Lorenza Ghinelli e Silvia Bottani

Uscito per Aboca Edizioni La roccia dalle radici di stelle di Lorenza Ghinelli e Silvia Bottani un libro insolito, profondo che ci ha convinto e proprio per questo ne abbiamo voluto sapere qualcosa di più…

1. Lorenza e Silvia, il vostro volume La roccia dalle radici di stelle (edito da Aboca) affronta tematiche in cui la natura e la parola scritta dialogano costantemente. Come è nato questo progetto editoriale e quale esigenza vi ha spinto a esplorare insieme questo tipo di narrazione?

Il progetto è nato da una proposta di Antonio Riccardi, direttore editoriale di Aboca, durante una chiacchierata amichevole. La natura, la relazione con l’ambiente e con gli altri esseri viventi, il cambiamento climatico e le sue conseguenze sono temi su cui ci interroghiamo da tempo, perciò l’opportunità di scrivere una storia che ruotasse attorno a questi temi ci è sembrata rispondere a un desiderio profondo che entrambe coltivavamo. Inoltre ci siamo subito sintonizzate sul tipo di storia che avremmo voluto raccontare: autrici e autori di riferimento, atmosfere e generi letterari a cui attingere ci sono stati chiari sin da subito, perché desideravamo costruire un romanzo corale nel quale sfidare l’immaginario del lettore, provando a portarlo per mano verso un territorio sconosciuto.

2. Scrivere un libro a quattro mani richiede una profonda sintonizzazione stilistica e d’intenti. Come si è sviluppata la collaborazione tra voi due, firme distinte della narrativa contemporanea, e in che modo siete riuscite a fondere le vostre voci per dare vita a un testo coerente e sfaccettato?

Abbiamo accolto con entusiasmo l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani anche se si trattava per entrambe di un’esperienza inedita. Dopo un momento iniziale di timore – riteniamo la scrittura un territorio molto privato e abbiamo entrambe identità autoriali precise, nate da percorsi di vita e professionali differenti – ci siamo accorte che i nostri immaginari e i nostri interessi sono convogliati in maniera molto fluida in una storia che ci ha appassionato da subito. La scrittura a quattro mani ci ha permesso di superare i perimetri delle nostre individualità e quello che ne è scaturito è qualcosa di completamente nuovo rispetto a ciò che facciamo singolarmente, un’esperienza inaspettata e gioiosa, che ci ha consentito anche di sperimentare una dimensione completamente diversa rispetto alla solitudine creativa con cui una scrittrice si misura abitualmente. Dal punto di vista tecnico, però, ci piace mantenere il segreto di come abbiamo concretamente realizzato la stesura del romanzo: in fondo anche Fruttero e Lucentini, grande coppia della letteratura italiana, intellettuali arguti e generosi, non hanno mai davvero spiegato quale fosse la loro formula per scrivere insieme.

3. Nel volume, l’elemento naturale si presenta come una vera e propria co-protagonista della storia, rompendo lo schema classico che la vede come un semplice sfondo per le vicende umane. Qual è stata la sfida più grande nel costruire un legame così simbiotico tra l’ambiente e le dinamiche dei personaggi?

Nel romanzo abbiamo provato a decentrare lo sguardo, spostando la prospettiva dal punto di vista umano a quello di alcuni animali protagonisti. Anche i luoghi dove si svolgono le vicende, nonché la “roccia”, sono stati trattati come personaggi, cercando di restituire la loro agentività a chi legge. Pensiamo che trasformare quello che consideriamo “paesaggio” in “ambiente” sia necessario per cambiare la nostra asfittica percezione della realtà, e che sia un passaggio obbligato per poterci percepire pienamente come parte di un tutto vivente.

Allenarci a individuare “soggetti” là dove prima vedevamo “oggetti” ci permette di sviluppare uno sguardo più profondo, autentico ed empatico verso il mondo. Se dovessimo cercare una definizione potremmo dire che abbiamo provato a tradurre la visione che anima l’ecologia profonda in forma narrativa, esplorando possibilità di racconto inconsuete soprattutto per il panorama italiano.

4. Aboca Edizioni porta avanti un progetto editoriale volto a esplorare le connessioni tra l’essere umano e il pianeta. Da autrici, quanto ha influenzato la vostra scrittura la consapevolezza di muovervi all’interno di una filosofia così fortemente orientata alla sostenibilità e al rispetto del territorio?

Questa storia non avrebbe potuto trovare un editore migliore di Aboca, che con il suo marchio ha realizzato una vera e propria attività di ecologia editoriale: dalla cura per l’oggetto libro alla scelta mirata delle storie e dei saggi da pubblicare, fino alla relazione con gli autori, abbiamo sperimentato un modello editoriale originale e di alto profilo che ci ha permesso di dare vita in piena libertà creativa alla storia che avevamo a cuore. Più che influenzarci, però, l’incontro con una casa editrice con dei valori e degli interessi così in sintonia con i nostri ci ha dato la serenità di realizzare esattamente il romanzo che avevamo in mente, sperimentando un piacere raro nel processo di scrittura.

5. Il titolo La roccia dalle radici di stelle evoca un ponte suggestivo tra ciò che è profondamente terreno e radicato e ciò che guarda verso l’alto. Quale vorreste che fosse la riflessione principale con cui il lettore chiude l’ultima pagina del vostro libro?

In chiusura al libro abbiamo scritto che “il futuro va immaginato, non si scrive da solo” e che per questo ringraziamo chi continua a esercitare la speranza, sperimentando nuovi modelli di comunità e di resistenza. Ecco, ci piacerebbe che lettrici e lettori trovassero nel libro una piccola utopia da contrapporre al tempo distopico che stiamo vivendo e che ci trova troppo spesso passivi, cinici, inerti. Le utopie invece osano immaginare, accendersi, tentare sinergie, relazioni, sentieri inesplorati. Se esiste un futuro possibile per le specie, e noi crediamo che esista, dobbiamo praticare e seminare speranza.

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