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Intervista a Marcello Simoni

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Marcello Simoni ha conquistato migliaia di lettori in tutta Europa con i suoi romanzi gotici, storici, misteriosi ed affascinanti, ha dato vita a personaggi seriali affascinanto come Maynard de Rocheblanche e Ignazio da Toledo.  In autunno è prevista l’uscita con Einaudi di un nuovo progetto editoriale di cui ci siamo fatti anticipare qualcosa. Ecco cosa ci ha raccontato.\r\n\r\n \r\n\r\nQuali sono i limiti e le possibilità di avere un personaggio seriale?\r\n\r\nÈ una cosa particolare perché quando inizi a scrivere due o tre libri su uno stesso personaggio è come parlare del tuo vicino di casa. Da poco ho consegnato il terzo volume di una trilogia, quella dell’abbazia ed è stato quasi doloroso il distacco. Iniziare a lavorare a qualcos’altro che non era Maynard de Rocheblanche, ma era capitato anche con Ignazio da Toledo è proprio doloroso perché è vero sì che lavoro con personaggi seriali, ma non rimangono statici, romanzo dopo romanzo cambiano, evolvono o involvono, imparano o disimparano da quello che hanno visto e vissuto e romanzo dopo romanzo come scrittore impari anche a descriverli meglio, a conoscerli di più e scegliere di approfondire un aspetto piuttosto di un altro, o inventarne di nuovo, costruire una parte di una parte di passato che non avevi messo in conto di narrare. È divertente è un gioco di labirinti perché è un sovrapporsi di cose che crescono nelle quali rischi anche di perdertici dentro, devi quindi gestirla molto bene. Ma credo sia un privilegio questo sia quando scrivi serie, ma anche quando scrivi romanzi molto lunghi.\r\n\r\n \r\n\r\nTi è mai successo che un lettore ti abbia chiesto di più su un personaggio anche dopo la fine del suo percorso narrativo?\r\n\r\nNon mi perdonano ancora di aver chiuso la trilogia di Ignazio da Toledo e continuano a chiedermi altri romanzi su di lui. Può anche darsi che in futuro lo faccia, la cosa bella è che lasci sempre le storie aperte anche quando finisci le serie o le trilogie, perché mi piace immaginare che questi personaggi continuino a vivere al di fuori dei romanzi, al di là di quello che hai scritto tu, un po’ quello che succede quando ascolti certi pezzi degli Aerosmith o dei grandi chitarristi dove la canzone finisce sfumando, dove c’è un fraseggio di chitarra, un dialogo tra chitarra, batteria e basso e vanno avanti fino a sfumare, non c’è un finale netto, tu immagini la canzone , un brano che continua anche dopo la fine della traccia. Ecco a me piacere scrivere romanzi che non abbiano finali tagliati con le forbici, ma che lascino anche a me la possibilità in futuro di seguire quelle suggestioni che non si sono esaurite in quelle trecento, quattrocento pagine.\r\n\r\n \r\n\r\nTu di formazione sei un archeologo, ma quando lo fai riesci a tenere separate la tua anima di scrittore?\r\n\r\nÈ un’attività parallela, molte delle idee migliori che ho avuto per i romanzi derivano da suggestioni che provengono da oggetti antichi, oggetti d’antiquariato, e mi piace cercare tra i banchi delle mostre quegli oggetti, anche piccoli che mi possono dare un’idea che so per un omicidio, per una scenografia del crimine e solo che devi sempre riuscire a dosare quale sia l’ambito dell’archeologo, del saggista, del ricercatore, e quale sia la materia dello scrittore.\r\n\r\nA volte riuscire ad intrecciare queste cose vuol dire anche rinunciare a del materiale che hai raccolto per la documentazione del romanzo. Stephen King dice che sarebbe meglio restare un po’ ignoranti di certe cose perché altrimenti saresti preso dalla voglia di riempire le pagine di nozioni su nozioni che finirebbero per annoiare il lettore.\r\n\r\n \r\n\r\nPossiamo anticipare qualcosa sul nuovo progetto editoriale che uscirà in autunno con Einaudi?\r\n\r\nUn progetto pazzesco non da folli, ma che mi ha preso molto e che portavo dentro da molto tempo, ma si trattava solo di un plot che aveva però bisogno di tanta ricerca soprattutto perché necessitava di una padronanza di linguaggio specifica. E tra l’altro una scommessa perché è ambientato nel 1600 con un protagonista che è un inquisitore domenicano che si porta dietro anche una parte di medioevo, perché l’ordine domenicano nel 1600 è ancora a capo dell’inquisizione e della congregazione dell’indice del controllo dei libri che dovevano essere stampati, dell’imprimatur, un ordine molto dotto che si assimila benissimo alla mentalità del tempo però proviene dal medioevo, ha attraversato il concilio di Trento. Oltretutto questo protagonista, Girolamo Svampa, è un personaggio molto particolare, è domenicano, però è figlio di uno stampatore di Venezia, ma opererà a Roma, per cui si troverà sempre in bilico tra i ricordi di una Venezia che è la città dell’acqua ma è anche la città che offre sostegno alla libertà della stampa e dall’altra parte avremo Roma che è la città delle fiamme dove vengono bruciati i libri, dell’indice, dove vengono bruciati i libri e lo Svampa si troverà sempre tra questi due patti della bilancia oltretutto lo svampa ha un motto “intra ecclesia nulla salus” dentro la chiesa nessuna salvezza, perché lui stessa agisce con saggezza e seguendo un codice morale preciso ma da una parte detesta una parte della struttura per cui lavora perché è stata proprio la struttura in passato a condannare suo padre. Per cui è un personaggio costantemente arrabbiato in cerca di vendetta, di un equilibrio psicofisico, forse gli sarebbero serviti i fiori di Bach, ma non c’erano, ma c’era invece il laudano di cui è dipendente, una dipendenza legata ad un’ustione, un marchio che ha alla base del collo, un carattere tipografico che rappresenta un roveto ardente che è legato alla sua infanzia e il trauma familiare che ha subito a Venezia e ogni tanto quando si trova di fronte a discussioni o contesti che ricordano il passato questo roveto inizia a bruciargli e a fargli male come quando gli fu impresso nella carne e perciò o ricorre all’autocontrollo oppure ricorre al laudano, una sorta di stupefacente con cui curavano i reduci delle guerre, un farmaco che si pensa inventato da Paracelso. Un piccolo tributo che faccio a Sherlock Holmes che era dipendente dagli stupefacenti oltre che essere un grande detective.\r\n\r\nIntervista di: Elena Torre

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