Home Da non perdere Manas – Sorelle: rompere il silenzio sulla violenza domestica

Manas – Sorelle: rompere il silenzio sulla violenza domestica

È in tour nelle sale italiane Manas – Sorelle, il film della regista brasiliana Marianna Brennand che, dopo un percorso festivaliero vissuto da protagonista (tra cui la vittoria alle Giornate degli Autori a Venezia e il premio Kering – Women in Motion Emergent Talent a Cannes 2025), si presenta come uno dei titoli più apprezzati della stagione per sensibilità tematica e taglio autoriale. Brennand, che ha impiegato dieci anni di ricerche nella regione amazzonica per mettere insieme questa storia, incarna quella poetica che cerca nel cinema una funzione etica oltre che estetica: osservazione partecipata, attenzione al particolare antropologico e una volontà di raccontare il femminile nelle sue forme più vulnerabili e resistenti.

Manas – Sorelle si concentra su Tielle, una ragazzina di 13 anni dell’isola di Marajó che decide di rompere il silenzio che per generazioni ha protetto abusi e complicità; film prodotto — con una risonanza internazionale notevole — da nomi quali Sean Penn, Walter Salles e i fratelli Dardenne, oltre che sostenuto anche da figure come Julia Roberts, il progetto arriva in sala con una coda di riconoscimenti (42 premi internazionali) che già lo collocano come opera di riferimento sul tema della violenza di genere.

La narrazione procede in apparenza semplice, quasi epica nella sua economia: Brennand sceglie la sobrietà come strategia, evitando facili melodrammi per costruire invece un crescendo di tensione che prende forma lentamente, fotogramma dopo fotogramma. L’intreccio privilegia il punto di vista di Tielle — l’uso dell’infanzia come lente critica è qui uno strumento imprescindibile: lo spettatore viene invitato a seguire non solo gli eventi, ma la formazione di una decisione morale, quella di spezzare l’omertà familiare e comunitaria — e lo fa attraverso scelte registiche che sottolineano il conflitto tra il mondo intimo e la pressione del contesto sociale. I temi principali non si esauriscono nella denuncia della violenza: il film esplora la memoria collettiva, la trasmissione del trauma, la complicità silenziosa delle comunità periferiche e la tensione tra tradizione e desiderio di riscatto. C’è, in queste sequenze, una riflessione sul potere e sulla rappresentazione delle vittime che evita la spettacolarizzazione: Brennand si domanda come mostrare l’orrore senza riprodurlo e spesso la risposta è nel non detto, nel campo/controcampo che suggerisce più di quanto mostri apertamente.

Il lavoro sugli attori è uno dei cardini dell’opera: Jamilli Correa, nei panni di Tielle e al suo primo apparire sullo schermo, offre una prova straordinaria, fatta di piccoli movimenti, sguardi sospesi e una muta determinazione che regge il film sulle sue spalle; accanto a lei, Dira Paes conferisce peso e autenticità, la sua presenza è al contempo materica e silenziosamente esplosiva.

Brennand sembra dirigere con rispetto e fermezza, privilegiando la costruzione di relazioni credibili piuttosto che puri momenti di pathos. È evidente il lavoro di casting e la cura nel far emergere interpreti che non sovraccarichino la scena ma che piuttosto la animino di verità. Sul piano tecnico la fotografia, affidata a una squadra che rende palpabile la giungla e l’isola di Marajó, è uno dei punti più alti: la cinepresa trova un equilibrio tra il documentario e la finzione, usando la luce naturale per costruire un’atmosfera che oscilla tra incanto e minaccia. I piani lunghi e le inquadrature strette sul volto di Tielle creano uno spazio claustrofobico in cui il silenzio pesa tanto quanto il rumore della foresta; i colori — toni terrosi, verdi profondi, un uso controllato delle ombre — lavorano per evocare una terra che è insieme bellezza e prigione. Il montaggio, misurato ma teso, evita la frenesia dell’eloquenza, puntando invece a un ritmo che lascia sedimentare le immagini: le dissolvenze e i tagli netti sono usati come punte d’arresto che costringono lo spettatore a ripensare ogni scena, mentre i silenzi vengono trattati come veri e propri elementi sonori.

Nel complesso Manas – Sorelle emerge come un’opera matura per una regista al debutto di grande respiro: combina impegno civile e sensibilità estetica, sostenuta da interpretazioni che toccano, da una fotografia che seduce e da un montaggio che punge. Nel panorama del cinema contemporaneo, dove spesso si confonde provocazione con profondità, Manas si distingue per la sua onestà morale e per la capacità di raccontare una comunità specifica con risonanze universali; è un film che contribuisce al dibattito sul ruolo del cinema come strumento di denuncia e trasformazione sociale, e lo fa senza rinunciare alla bellezza formale. Il risultato è un’opera che lascia una traccia emotiva duratura: non il colpo secco di un manifesto, ma la persistenza di una domanda che continua a vivere dopo la sala, sulla responsabilità collettiva, sulle possibilità di cambiamento e sul prezzo — morale ed esistenziale — del rompere il silenzio.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.