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Conosciamo meglio LUCA MASPERONE

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LUCA MASPERONE, musicista, giornalista e scrittore ha pubblicato ieri il suo nuovo album (primo progetto da solista) dal titolo “Giochi di Maschera”, posizionandosi anche nella top 10 delle classifiche rock di iTunes. Noi l’abbiamo incontrato ecco cosa ci ha raccontato.\r\n\r\n \r\n\r\nQuanto del tuo essere scrittore ti aiuta o limita nella stesura delle canzoni?\r\n\r\nSenza voler fare paragoni troppo alti, ricordo che il famoso brano di Bob Dylan “Like A Rolling Stone” nasceva proprio da un suo scritto di 10 pagine, che poco alla volta Dylan aveva ridotto fino a farne una canzone (peraltro abbastanza lunga, con 4 stupende strofe dalla durata infinita). Quindi senz’altro la scrittura aiuta nella stesura delle canzoni, permette di partire da un’idea, che può essere il racconto di una storia o il voler trasmettere un certo messaggio. Il limite, se vogliamo, è quello di rischiare di “strafare”, di voler inserire troppi elementi in uno stesso brano o in uno stesso progetto. A volte la semplicità può essere la soluzione migliore, penso ad esempio a un pezzo come “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel: semplicissimo eppure perfetto sotto ogni punto di vista.\r\n\r\nQuanto la tua maschera nasconde e quanto rivela?\r\n\r\nDirei che i testi dei miei brani sono piuttosto espliciti, il disco “Giochi di Maschera” è quasi un inno a togliersi di dosso tutte le maschere e a cercare di essere ciò che siamo, nel bene e nel male, anche e soprattutto nei rapporti con gli altri. C’è da dire che nelle varie canzoni assumo punti di vista differenti, quindi non ci sono solo i miei pensieri, ma anche\r\nquelli dei personaggi che racconto, anche loro completamente o quasi messi a nudo.Epoche diverse si mescolano in questo tuo lavoro, richiami agli anni ’70 in\r\n\r\nCopertina e sonorità di altri tempi… come mai?\r\n\r\nHo cercato di mettere insieme tutte le influenze musicali che mi hanno ispirato e trasmesso linfa vitale nel corso degli anni, più le esperienze vissute suonando in diversi contesti e con differenti formazioni. Ho sempre amato la Musica nella sua totalità. Nella mia auto, in viaggio per un live, puoi trovare i CD più disparati: da Miles Davis a Segovia, da Giorgio Gaber a Caparezza, dai Depeche Mode ai Megadeth. Parlando del disco, il difficile è stato miscelare tutte le influenze in un modo sensato musicalmente e comunque moderno, che avesse una propria identità e riconoscibilità. Spero di esserci riuscito!\r\n\r\nQuando e in che modo il teatro canzone di Gaber e Luporini ti ha ispirato/guidato?\r\n\r\nHo incontrato l’opera di Giorgio Gaber e Sandro Luporini quando avevo circa 19-20 anni, e mi ha colpito immediatamente. Trovavo stupendo utilizzare la musica per esprimere le proprie idee, sviluppare un discorso più ampio e come impegno attivo. Il brano che dà il titolo al mio album, “Giochi di Maschera”, è assolutamente ispirato al teatro canzone del signor G. Parte dall’idea di un uomo che si sveglia nudo e decide quali maschere indosserà nel corso della giornata, fino a raggiungere un vero e proprio rigetto, dopo una sorta di introspezione che lo porta a decidere che rimanere nudo sia forse la scelta migliore. Giorgio Gaber rimane un punto di riferimento per chiunque voglia anche solo\r\nprovare a dire qualcosa nel testo di una canzone. Tutti quelli che fanno teatro e musica lo citano: Flavio Oreglio, Luca e Paolo, Neri Marcorè, Ale & Franz. Un esempio di impegno su tutti i fronti della vita. Ricordo la frase sua e di Luporini “Criticare il mondo com’è significa avere una fede feroce in come dovrebbe essere”. Oggi invece sembra quasi che la critica, anche quella costruttiva, sia diventata un qualcosa di poco fine, quasi scortese… alla fine sembra proprio che tra l’impegnato e il “non so” di Giorgio Gaber abbia vinto il grande squadrone dei “non so”, o dei “non voglio sapere”.\r\n\r\nQual è il ruolo del cantautore oggi?\r\n\r\nTemo che oggi si sia un po’ perso il ruolo del cantautore, quello di cui parlavo prima citando Giorgio Gaber. Se ascolti la radio o guardi programmi televisivi e festival, hai la possibilità di sentire quasi solamente canzonette d’amore, firmate da autori professionisti che fanno davvero i salti mortali per scrivere e riscrivere mille volte sempre la stessa canzone. Ce li scordiamo oggi, ad esempio a un Festival di Sanremo, brani come “L’assenzio” dei Bluvertigo o come “Uomini soli” dei Pooh, che penso fossero fotografie, poesie efficaci e molto azzeccate. Secondo me uno dei pochi che tiene ancora alto il ruolo del cantautore oggi in Italia è Caparezza, che personalmente considero un po’ un Giorgio Gaber del rap. I suoi testi, sempre “sul pezzo”, sono lucidi e taglienti come una mannaia, e negli anni ha preferito farsi accompagnare da una vera band piuttosto che ricorrere a basi e beat elettronici come fanno solitamente gli altri rapper. A mio parere un brano come “Non siete Stato voi” può essere visto in qualche modo come una continuazione del lavoro di Gaber e Luporini quando scrissero “Io se fossi Dio”. La differenza però è anche a livello di impatto della musica sulla società attuale: di quello che Caparezza (o chiunque altro) dice oggi non importa niente a nessuno, a parte naturalmente ai fan, mentre quando Gaber pubblicò “Io se fossi Dio” scoppiò un vero e proprio pandemonio.\r\n\r\nCosa ti proponi con questo tuo lavoro?\r\n\r\nFin dalla stesura delle canzoni, l’intento è stato quello di coniugare il mondo del cantautorato italiano con quello del rock degli anni ’70 e fine ’60, con influenze appartenenti anche a generi e periodi storici differenti, cercando un impasto che fosse riconoscibile e allo stesso tempo attuale. Questo il progetto di base, che può sembrare  ambizioso, ma in realtà è nato unicamente dalla passione per questo tipo di musica, a cui devo tantissimo. Adesso l’album sta ottenendo ottimi riscontri e ricevendo pareri positivi, quindi penso che la “mission” ora sia diventata dimostrare che si può ancora fare musica in un certo modo, anche oggi e anche nel nostro bel paese.\r\n\r\nIntervista di: Elena Torre

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