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Francesco Trabucco Design

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Stiamo diventando una società diffusamente progettante, in cui il design è ormai pratica di massa.\r\n\r\nMa che cosa significa propriamente «design» e quali rapporti intrattiene con l’arte e la tecnica? Il maggiore esperto italiano in materia ci illustra ogni\r\n\r\naspetto del «dar forma alle cose», tra arte applicata e disegno industriale, tradizione e novità, espressione estetica e prestazione, talento e mercato.\r\nSe mostrassimo ad alcune persone una serie di immagini di automobili, apparecchi fotografici ed elettrodomestici, e chiedessimo loro di metterle in sequenza cronologica, difficilmente sbaglierebbero, pur ignorando i requisiti tecnici o funzionali dei diversi oggetti fotografati. A guidare l’esatta collocazione nel tempo basterebbe la forma del prodotto industriale, segnale della sua attualità più dell’identità del designer. Lo strettissimo legame tra forma, funzione e modernità del prodotto – e la loro incessante dialettica – è infatti essenziale per la nozione di design. In particolare l’alleanza, perseguita o disdetta, tra forma e funzione attraversa l’intera storia del design: dalla parola d’ordine della «forma dell’utile», con cui il moderno predicava la sottrazione di tutto ciò che esorbitasse dalla funzione, alle tendenze antifunzionaliste e antindustriali degli anni sessanta, che riprendevano esperimenti della pop art, fino alle pratiche attuali, che procedono a volte funambolicamente tra desemantizzazione e risemantizzazione.\r\n\r\n \r\n\r\nFrancesco Trabucco, architetto e designer, è professore ordinario di Design al Politecnico di Milano, presso cui dirige i master Design Engineering and Innovation e Design for Architecture. Ha vinto numerosi concorsi di architettura e premi internazionali di design tra cui il Compasso d’Oro, il Gutte Forme e il Bio. Suoi progetti fanno parte delle collezioni di importanti musei, tra cui il MoMa di New York, la Pinakothek der Moderne di Monaco e il Tel Aviv Museum of Art. È membro permanente del Giurì del Design, costituito da adi (Associazione per il Disegno Industriale), Confindustria e Camera di Commercio di Milano. È autore di più di cinquanta contributi specialistici. Tra i suoi libri: Idee di architettura e disegno attraverso la trattatistica moderna (1992), Dire, fare. Riflessioni intorno al progettare prodotti industriali (1993), Residui di produzione, ovvero ciò che rimane incompiuto di pensieri, riflessioni ed esperienze di un designer (2005).\r\n\r\nDall’introduzione:\r\n\r\nIl design è come il sale: preso nella giusta dose, dà sapore, senso e significato alle cose, le rende gradevoli e talvolta desiderabili. Proprio come il sale, un pizzico di design sta bene quasi dappertutto e questo spiega perché il design è così diffuso, anzi pervasivo e trasversale: design degli oggetti e delle macchine per produrre quegli oggetti, design delle relazioni e delle comunicazioni, design degli ambienti e delle interazioni, design delle strategie e dei servizi. Anche il design, come il sale, va usato però con parsimonia e accortezza: troppo design forse non fa proprio male, ma annoia; troppo poco lascia insoddisfatti, tanto che ci si domanda se c’è oppure no. Il design si lega indissolubilmente a ciò che contamina, tanto che la sua stessa presenza è indistinguibile e il suo contributo non può essere sottratto dal tutto di cui fa parte irreversibile.

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