Incontriamo Valeria Ancione e conosciamola meglio 🙂
Chi sei?
Sono Valeria Ancione, vivo a Roma da quasi 40 anni ma sono irrimediabilmente e ostinatamente siciliana: nata a Palermo ma dallo Stretto di Messina sono… divenuta al mondo, marinaia sempre in astinenza di mare. Ho appena compiuto 60 anni, l’età della consapevolezza che la vita è il presente, non il passato e men che meno il futuro.
Sono un’artigiana, e la scrittura è il mio strumento di passione da sempre e di lavoro da più di trent’anni, tra giornalismo e romanzi. Come giornalista del Corriere dello Sport scrivo di donne, soprattutto. Ho pubblicato 5 romanzi, ne ho iniziati almeno il doppio che finirò di scrivere se non ne comincerò altri. Ho tre figli artisti (regista, attore, stylist): un “difetto” di fabbrica evidentemente. Loro hanno il “vantaggio” della confidenza con l’ineluttabile precarietà che la mia generazione del posto fisso non ha e rifugge. E l’arte si sa è precarietà. Vi parlerò del mio ultimo romanzo “L’amore brucia” edito da Vallecchi
- Nei tuoi precedenti romanzi hai sempre raccontato storie con protagoniste femminili. Cosa ti ha spinto, in L’amore brucia, a compiere il salto nel vuoto di affidare la narrazione a una voce e a un “io” interamente maschile come quello di Milo?
1. Questo romanzo doveva avere una voce protagonista e non un narratore terzo, perché più della storia contano le emozioni e l’io era necessario. Serviva un punto di vista, e ho scelto di farmi uomo per ribaltare l’idea scontata, il pregiudizio e lo stereotipo, che un uomo così (con famiglia e amante ben più giovane, il più classico dei cliché) sia solo uno stronzo. In questo romanzo le donne si difendono da sole, non avevano bisogno di me. Il mio Milo è molto femminile, è innamorato dei suoi figli e della sua fidanzata, si annulla, si scarnifica e sacrifica in nome dell’amore. Se avessi fatto parlare Flora avrei rischiato la banalità del vittimismo. O peggio se Milo fosse stato donna, l’avremmo perdonata e Flora sarebbe stata una sfascia famiglia. Forse, però, era solo tempo che vestissi altri panni. Mi è molto piaciuto essere uomo, specie nelle scene fisiche e passionali.
- Nel testo la relazione tra Milo e Flora viene descritta come un meccanismo in cui i due protagonisti diventano “la malattia e la medicina”, dipendenti l’uno dall’altra. Come si concilia questa visione così totalizzante e quasi distruttiva con l’idea di un amore che, come scrivi, “non si consuma ma ci consuma”?
2. È un amore che crea una dipendenza più che una conciliazionie. Malattia e cura si dipendono dopotutto. Questo amore non conosce mezze misure, si lacera e si ricuce. È amore che genera amore. C’è da chiedersi se sia amore o altro, e cosa però? Di certo in un tempo in cui le emozioni sono tenute a freno, se non congelate, Milo e Flora sanno esaltare ogni passione e sentimento. E questo vorrei: provocare e sdoganare emozioni, abbattere tabù e aprire gabbie.
- Milo e Flora sembrano vivere in una sorta di imminenza perenne della fine, tanto che si legge che camminano da sempre lungo la strada dell’addio. Perché hai scelto di strutturare una storia d’amore partendo proprio dalla sua “Fine” e costruendo il racconto attorno al concetto di un distacco prolungato?
3. Una storia che ha paura di finire fa di tutto per non dare niente per scontato. Perché ogni giorno è il primo e l’ultimo giorno. L’amore non dovrebbe mai darsi per scontato. Infatti Milo e Flora sfidano la fine sorprendendosi in ogni modo, nel bene e nel male, andando, tornando, finendo e ricominciando. Loro sono tramonto e alba, sono un ciclo vitale e naturale.
- Nelle note finali definisci la scrittura di questo libro come un vero e proprio “taglio di vene”, il culmine di un triennio doloroso che ti è servito anche per uscire da un momento difficile. Quanto c’è di te e delle tue personali “cicatrici” nella sofferenza e nella ricerca di senso di Milo e Flora?
4. Volevo raccontare della depressione senza farne un “trattato” di psicologia arrangiata. Umanizzando una malattia sempre più diffusa. Per dire riconoscete i segnali, curatevi e parlatene senza vergogna. E non abusate del termine depressione, poiché depressione non è sinonimo di tristezza. Di mio c’è questo. La storia d’amore doveva essere “esagerata”, doveva farmi soffrire, per far scivolare Milo (e non me che già c’ero stata) nel tunnel della depressione. Ho sofferto, anzi ho risofferto mettendo nero su bianco quello che ho vissuto. Ho provato pena per Milo, quindi per me. La scrittura però salva. Con una storia d’amore e di addio, credo che volessi raccontare l’addio a una malattia che mi ha ferito ma anche salvato.










