C’è una curiosa asimmetria nel modo in cui i libri arrivano ai lettori di nazioni diverse.
In italiano Liz Moore l’abbiamo potuta leggere al contrario: prima i romanzi della maturità, I cieli di Philadelphia, Il mondo invisibile, Il peso, fino al successo internazionale del bellissimo Il dio dei boschi, e soltanto adesso l’esordio.
Le canzoni di New York, che NN Editore porta in libreria nel 2026 con la traduzione di Ada Arduini, è uscito negli Stati Uniti nel 2007 con il titolo The Words of Every Song. Diciannove anni dopo lo leggiamo sapendo già che Liz Moore ne ha fatta di strada, da lì in avanti.
Non è un dettaglio marginale perché cambia la natura stessa della lettura. È un’operazione editoriale che permette non tanto l’ennesima conferma di un talento affermato, ma la scoperta di come quel talento ha avuto origine.
Liz Moore, prima ancora che una scrittrice, è stata una musicista: ha suonato nei club di New York, ha fatto parte di una band che portava il suo nome e, dopo l’uscita del romanzo, ha inciso un disco da solista, Backyards. Ha scritto il romanzo ancora studentessa al Barnard College, ed è stato pubblicato che aveva ventiquattro anni. Questo libro precede la formazione letteraria formale successiva e nasce piuttosto dall’esperienza di chi ha vissuto dall’interno il circuito musicale, quello in cui una canzone si trasforma in prodotto. Roddy Doyle, scrittore e sceneggiatore irlandese, lo definì “un romanzo notevole: elegante, saggio e costruito con straordinaria precisione” e Kirkus Reviews gli riservò un’ottima accoglienza.
L’ambientazione è quella di una casa discografica, la Titan Records, nella New York dei primi anni Duemila. Non c’è un unico filo di trama: il romanzo procede per capitoli-racconto, ciascuno intitolato a un personaggio e scritto con la sua voce. Theo Brigham, ventisei anni, talent scout convinto di saper leggere il futuro. Jax, che dirige l’etichetta con una durezza che ha smesso da tempo di essere strategia. Tommy Mays, la star che ha ottenuto tutto e non sa più che farsene del successo. Siobhan, innamorata di Kurt Cobain e sconvolta dalla sua morte. Lenore Lamont, la nuova scommessa, quella che sembra non avere paure e invece ce l’ha, eccome. Insieme a loro comprimari che in un capitolo sono sfondo e nel successivo diventano centrali. Ogni capitolo porta in epigrafe versi di canzoni, Springsteen, Cohen, Patti Smith, Nirvana, Velvet Underground, PJ Harvey, i Clash, la musica è protagonista essa stessa, non resta mai in sottofondo.
Il nucleo centrale non è l’industria musicale in senso lato, quanto piuttosto la scelta. La Titan è un apparato che decide quali voci meritano di essere ascoltate e quali no, e lo fa con criteri che raramente hanno a che vedere con il talento. Un meccanismo che non viene denunciato ma semmai esplorato nella sua disarmante normalità. Ed è questo a renderlo più inquietante.
Moore ricorre con frequenza al flashforward, brevi anticipazioni che rivelano in poche righe che ne sarà di un personaggio anni dopo. Conoscere in anticipo il destino di qualcuno può caricare l’attenzione di lettrici e lettori di una tenerezza struggente: i protagonisti dalle pagine continuano a sperare, chi legge sa già, e quella asimmetria produce una compassione che pure non scivola mai nel sentimentalismo. Una tecnica non certo semplice da gestire, in un esordio.
Leggere oggi Le canzoni di New York, a quasi vent’anni dalla prima pubblicazione, aggiunge qualcosa in più: quel mondo, il contratto discografico come obiettivo, il talent scout che apre le porte del successo, l’ufficio marketing che decide chi finisce sui cartelloni di Times Square, è in larga parte scomparso. Streaming, piattaforme e algoritmi hanno smontato quel modello pezzo per pezzo. Eppure la domanda di fondo è ancora attuale: chi decide quali voci arriveranno al grande pubblico? Prima c’erano un nome, un ufficio e un recapito telefonico, adesso è tutto più opaco, non c’è quasi più qualcuno da poter contattare o inseguire con una demo in mano. Il romanzo diventa così, senza volerlo, anche un documento storico sull’evoluzione di un settore che affascina da sempre.
Tornando al libro, la struttura corale ha un costo: i personaggi sono molti, alcuni compaiono per poche pagine e chi cerca il coinvolgimento progressivo di un romanzo a trama unica può restare deluso, anche perché non tutti i capitoli hanno la stessa tenuta.
Eppure questo romanzo, soprattutto per chi ha letto la Liz Moore successiva, è di grande interesse: non è la sua opera migliore, certo, ma è il punto esatto in cui la scrittura ha capito che cosa destava il suo interesse, prima ancora di sapere come dirlo.
Le canzoni di New York
Liz Moore
Traduzione di: Ada Arduini
NNE
2026










