Home Da leggere Da leggere Nel regno del Gioco di David Toomey

Da leggere Nel regno del Gioco di David Toomey

La biologia ha evitato a lungo di rispondere ad una domanda, e non certo per distrazione: a cosa serve il gioco? Un comportamento che consuma energia, espone soprattutto i giovani al rischio, richiama l’attenzione dei predatori e non produce né cibo né discendenza somiglia a un lusso che la selezione naturale non dovrebbe potersi permettere. Per più di un secolo la soluzione più comoda è stata considerarlo un margine trascurabile del repertorio comportamentale degli animali non umani. Una parentesi infantile destinata a chiudersi con la maturità.

David Toomey parte esattamente da questo imbarazzo. Nel regno del gioco, quindicesimo titolo della meravigliosa collana Animalia di Adelphi nella traduzione di Isabella C. Blum, ricostruisce le ragioni per cui un’attività apparentemente inutile risulta invece così diffusa dai mammiferi agli uccelli, dai rettili ai pesci, fino ad invertebrati come i polpi. E perché la ricerca abbia impiegato tanto tempo ad ammetterlo.

Toomey non è un etologo. Insegna scrittura e storia della scienza all’Università del Massachusetts ad Amherst, e ha alle spalle saggi divulgativi su temi di confine come le forme di vita anomale e il viaggio nel tempo. La provenienza si percepisce ed è insieme il punto di forza e il limite del libro. Toomey costruisce il racconto attorno alle persone che studiano il gioco, ai loro esperimenti, ai loro disaccordi: la giovane femmina di polpo dell’acquario di Seattle che spinge e recupera un flacone di plastica, i suricati del Kalahari, gli orsi bruni delle Aleutine, i maiali osservati in un parco sperimentale di Edimburgo, le scimmie di uno zoo di Calgary che si lanciano di pancia senza una ragione apparente. Sono tutte storie affascinanti e la scrittura le valorizza.

Il nodo teorico però resta, ed è il più interessante. Come si definisce il gioco senza tradirlo? Toomey si appoggia soprattutto al lavoro di Gordon Burghardt, etologo statunitense che ha proposto una serie di criteri per riconoscerlo: deve essere volontario, non deve servire immediatamente a sopravvivere o a riprodursi, deve distinguersi dai comportamenti “seri” pur assomigliandovi, deve ripetersi, e deve avvenire in una condizione di sicurezza relativa. La gazzella che fugge dal leone non sta giocando. È una definizione elegante e fragile allo stesso tempo, perché il gioco continua a sconfinare: nella lotta, nel corteggiamento, solo per fare due esempi. L’autore non lo nasconde e ammette che una teoria del gioco universalmente accettata non esiste.

Su questo terreno instabile costruisce la sua ipotesi più ambiziosa. Il gioco, sostiene, somiglia strutturalmente alla selezione naturale: entrambi procedono per tentativi, senza scopo prefissato, senza un punto di arrivo, riorganizzando continuamente ciò che hanno a disposizione. Da qui il passo successivo, e forse più azzardato: il gioco non sarebbe soltanto un prodotto dell’evoluzione, ma un suo possibile motore, capace di generare varianti comportamentali che precedono e orientano il cambiamento biologico. È una tesi affascinante, che riporta in circolo questioni antiche sul rapporto tra comportamento appreso, trasmissione culturale ed eredità biologica.

L’analogia tra gioco e selezione naturale funziona bene dal punto di vista immaginativo, molto meno come strumento verificabile: due processi possono condividere una descrizione senza per questo condividere un meccanismo. Toomey vi dedica pagine numerose e argomentate, ma la sensazione è che l’intuizione resti più suggestiva che dimostrata. Non è un difetto grave in un saggio divulgativo che dichiara apertamente di muoversi in campo aperto. È però il punto in cui chi legge dovrà tenere separati i dati dalle interpretazioni.

Molto più solido è ciò che il libro racconta sul gioco come esperienza. Le ricerche sul gioco di lotta dei ratti mostrano che quei rituali hanno poco a che vedere con il combattimento: migliorano la competenza sociale, riducono lo stress, disinnescano conflitti. Chi da giovane gioca poco, da adulto fatica nelle relazioni. È una delle pagine più preziose, anche perché tocca un punto sostanziale: il gioco è possibile solo quando un animale è al sicuro, ben nutrito, non ha dolore ed è in salute, non è in allerta. Per questo la sua scomparsa è uno dei segnali più precoci e più affidabili che qualcosa non va e “ha smesso di giocare” è un’informazione preziosa per me che per mestiere ho scelto la medicina veterinaria. Un criterio nato per definire un comportamento diventa, cambiando punto di vista, un indicatore di benessere.

C’è poi una questione che attraversa tutto il volume senza essere mai risolta del tutto e che riguarda il modo in cui guardiamo gli altri animali. Se ogni volta che osserviamo un comportamento gratuito ci affrettiamo a trovargli una funzione, finiamo per continuare a relegarli a quello statuto di macchine da cui la biologia fa ancora fatica ad affrancarli. Il gioco è scomodo proprio perché resiste a questa operazione.

Riconoscerlo nella sua natura più profonda significa ammettere che anche gli animali non umani hanno stati interni, preferenze, momenti che non servono a nulla, se non al piacere di chi li sperimenta.

Il finale è coerente con questa scelta. Un uomo e un cane che rincorrono la stessa pallina in un parco: per un momento la barriera tassonomica che li separa si assottiglia fino a sparire, e restano «solo due creature che stanno giocando». È un’immagine che rischierebbe la retorica se non fosse preceduta da trecento pagine di cautele metodologiche. Dopo quelle, suona invece come la sola conclusione possibile.

Nel regno del gioco
David Toomey
Traduzione di Isabella C. Blum

Adelphi 2026

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.