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Intervista a Giuseppe Stancampiano, regista di “K-pop is coming”

Oggi abbiamo incontrato Giuseppe Stancampiano, regista dello show “K-POP IS COMING”, lo show che porta sui palchi italiani l’energia e le musiche di uno dei fenomeni culturali più influenti a livello mondiale.

1. Il K-pop è ormai un fenomeno globale: secondo lei, quali sono gli elementi che lo rendono così trasversale e capace di coinvolgere pubblici di età e culture diverse?

Grafica Divina

Il K-pop funziona perché è un linguaggio universale. Non è solo musica: è immagine, coreografia, storytelling, identità. Riesce a mescolare generi diversi – pop, hip hop, elettronica – e a farlo con una cura quasi maniacale per il dettaglio. Poi c’è un altro aspetto fondamentale: l’energia. È immediata, arriva a tutti, anche a chi non capisce la lingua. E infine il senso di comunità: i fan non sono spettatori passivi, ma parte attiva di un mondo. Questo lo rende trasversale, capace di parlare a culture e generazioni diverse.

2. “K-POP IS COMING” porta questo immaginario sul palco: come avete lavorato per tradurre l’energia e l’estetica del K-pop in uno spettacolo dal vivo?

La sfida più grande è stata non imitare, ma reinterpretare. Il K-pop è iper-prodotto, perfetto, quasi cinematografico. Il teatro invece vive di presenza, di imperfezione, di verità. Abbiamo lavorato molto sul corpo, sulle coreografie e sul ritmo scenico, cercando di mantenere quell’impatto visivo forte, ma rendendolo vivo, umano. Anche la struttura dello spettacolo è pensata come un concerto narrativo: momenti esplosivi alternati a pause più intime. L’obiettivo era far sentire il pubblico dentro quell’energia, non semplicemente davanti.

3. Lo show è pensato anche per un pubblico molto giovane, ma riesce a coinvolgere anche gli adulti: qual è il segreto per parlare a generazioni così diverse?

Credo che il segreto sia non trattare il pubblico giovane come “più semplice”. I ragazzi hanno una sensibilità molto alta, spesso più immediata degli adulti. Se lavori su emozioni vere – il desiderio di appartenenza, la ricerca di identità, il sogno – parli a tutti. Cambia il modo in cui ciascuno le legge, ma la base è comune. E poi c’è l’ironia, che è sempre un ponte generazionale fortissimo. Se riesci a far sorridere senza banalizzare, hai già creato un contatto.

4. Oggi il K-pop sta influenzando sempre più ambiti, dal cinema al teatro: come vede l’evoluzione di questo fenomeno nei prossimi anni, anche in Italia?

Secondo me siamo solo all’inizio. Il K-pop non è una moda passeggera, ma un modello culturale. Sta già contaminando linguaggi diversi e continuerà a farlo. In Italia arriverà sempre di più, ma non come copia: verrà filtrato, reinterpretato. E questa è la parte più interessante.

Mi aspetto una contaminazione forte tra musica, teatro e performance visiva. Sempre più spettacoli ibridi, sempre più attenzione all’estetica e alla fisicità in scena. In fondo, il K-pop ci sta ricordando una cosa semplice: lo spettacolo è esperienza, non solo racconto. E il pubblico oggi vuole essere coinvolto, non solo guardare

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