C’è una battuta che chi sceglie un’alimentazione vegetale conosce bene. Tipicamente arriva a cena, mentre stai mangiando in tutta tranquillità qualcuno a tavola con te dice: Ma lo sai che anche Hitler era vegano?
L’interlocutore e spesso altri commensali ridono più o meno velatamente e la conversazione dovrebbe chiudersi lì. Missione compiuta.
Dario Martinelli, musicologo e semeiologo di fama internazionale, direttore dell’International Semiotics Institute, ci fornisce numerosi strumenti per smontare quell’affermazione provocatoria un pezzo alla volta, e lo fa andando a fondo nel meccanismo che la produce, le fondamenta culturali che la rendono necessaria, il ruolo che il linguaggio gioca nel mantenerla in vita.
Usarla come titolo del libro è già un gesto semiotico: nomina il problema per smontarlo dall’interno.
Il cuore del volume è l’analisi della vegafobia, termine coniato dai sociologi Matthew Cole e Karen Morgan per descrivere la rappresentazione dispregiativa che media e società fanno di coloro che si definiscono vegani. Dario Martinelli lo espande e lo porta all’interno di un’analisi dei meccanismi di costruzione del pregiudizio che è al tempo stesso rigorosa e avvincente.
Il concetto della do-gooder derogation, quel meccanismo psicologico per cui chi compie una scelta eticamente motivata viene attaccato non per le sue azioni, ma per il semplice fatto di esistere è molto interessante da conoscere e esplorare. Anche perché è applicabile a tante altre situazioni e circostanze.
Lo riconosciamo in ogni scelta che disturba la visione dominante. Il problema non è tanto la scelta stessa, quanto piuttosto la messa in discussione della coscienza altrui.
Uno dei contributi più interessanti del libro è il concetto di antropoteosi, il processo con cui l’essere umano si è auto-divinizzato, elevandosi a uno status mitico per giustificare il dominio assoluto sulla natura. Martinelli scrive “la verità non è tanto che Dio ci abbia fatto a sua immagine e somiglianza: la verità è che ci siamo fatti noi stessi Dio”.
Dietro questa pretesa divinità si cela però una fragilità enorme. L’”animale frustrato” che dunque siamo, per parafrasare il titolo di un famoso libro di Jacques Deridda, è una creatura che nega disperatamente la propria animalità per timore di perdere i propri privilegi. Accettare di essere animali tra gli animali significherebbe, di fatto, far crollare l’intero sistema di sfruttamento su cui poggia la nostra civiltà. Una gerarchia che si impara. Si costruisce. Si trasmette.
La parte più politicamente densa del libro propone una lettura marxista della condizione animale: gli animali non umani come classe oppressa, la produzione di carne come processo di mercificazione estrema, il sistema dell’allevamento intensivo come ingranaggio del capitalismo estrattivo. Non è una posizione inedita, ma Martinelli la porta dentro un’analisi semiotica che dà gli strumenti per capire come questo sistema si racconta e si perpetua attraverso il linguaggio. Non solo cosa succede, ma come succede. Come le parole normalizzano. Come l’ironia smonta chi osa fare domande scomode.
Il valore aggiunto del libro sono le illustrazioni di Bruno Bozzetto: uno dei maestri dell’animazione italiana porta nel testo la sua capacità unica di sintetizzare l’assurdo: ogni tavola è un kōan visivo sui paradossi del carnismo antropocentrico. La scrittura di Martinelli, colta ma mai saccente, trova nel tratto di Bozzetto un contrappunto perfetto.
Vale la pena chiedersi, alla fine della lettura, a chi serva di più. Non solo e non tanto a chi ha già fatto la propria scelta, e che troverà gli strumenti logici per rispondere alle battute e ai sorrisini a cena, ma forse soprattutto a chi quella scelta la giudica, la deride, la chiude con battute facili e scontate. Perché smontare un pregiudizio richiede prima di tutto riconoscere di averlo.
Articolo di: Cinzia Ciarmatori











