Detto Ferrante Anguissola, cantautore cremonese classe 1932, affronta il mondo con sguardo curioso e innamorato della vita. Ne vediamo l’esempio pratico nel suo ultimo album “Euphonia”, un lavoro di rara intensità e sorprendente modernità: un viaggio intimo attraverso la memoria e i luoghi di Ferrante.
- Il tuo album “Euphonia” spazia su temi come l’amore e la rinascita, nostalgicamente uniti dall’armonia del suono. Cosa speri che arrivi in primis e che messaggio speri che resti a chi ascolta?
E’ vero che le mie canzoni spaziano tra temi differenti, ma non troppo: dal ricordo, dalla solitudine, dall’allegria tornata dopo momenti dolenti, forse anche da qualche filo di nostalgia e sopratutto dall’amore.
Spero che l’amore arrivi per primo avanti tutto, ma se non è corrisposto allora racconto perchè il messaggio della rinascita è importante, dato che vediamo quasi ogni giorno uxoricidi e omicidi in nome dell’amore. Questo non è amore, è piuttosto un egoismo malato! Dobbiamo estirpare questa pianta dolorosa. Come? Con la cultura e con il rispetto dell’altro! La cultura aumenta il tuo spessore!
- Filo conduttore del tuo disco è anche il simbolismo dato dall’elemento dell’acqua. Come nasce questo legame?
Oh che curiosi! Lalà ecco il segreto! Ve lo dico in un orecchio: Sono un un Pesci!
Quindi il legame con l’acqua esiste fin dalla mia nascita. Ma vi dico anche che sono cresciuto in una cascina del cremonese attorniata da canali, rogge e navigli dove l’acqua viene spesso citata perché se piove si vede la vita che prosegue mentre l’imprecazione “non piove” è simbolo di miseria. Ricordo, però, anche quando tutti in cascina erano preoccupati quando pioveva al tempo della mietitura perchè questo li costringeva a rimandarla, spostando quanto c’era fare dopo. La campagna procede come un orologio! La canzone “I fiumi di Lombardia” racconta questa passione nata, quando l’ho prodotta avevo solo 17 anni.
Non conoscevo nemmeno il mare. Ringrazio la mia prima moglie perché me l’ha fatto conoscere, seppure sotto gli ombrelloni. Non mi piaceva, però, stare lì ad abbrustolirmi. Ho scoperto e mi sono innamorato della vela (sono stato istruttore di vela alla famosa scuola di Caprera). Ho avuto una barca a vela costruita da un cugino che aveva un cantiere nautico con i piu bravi progettisti del mondo; con lui ho fatto lunghi viaggi, anche nella Polinesia francese, nel Pacifico, oltre che nel mediterraneo in Italia, in Dalmazia e Grecia.
La barca a vela è una vera scuola di vita perché il mare amico con la bonazza in un attimo cambia faccia e diventa nemico, ma tu devi ascoltarlo per essere sempre pronto. Ti insegna anche come sapere condividere spazi ristretti che di giorno sono per tutti e solo alla sera trovi un giaciglio.
- Tutti i tuoi brani finora ti vedono come unico protagonista: c’è una artista con cui sogni di collaborare?
Visti i dati anagrafici sarebbe meglio dire con chi avrei sognato di collaborare.
Amavo molto gli chansonnier francesi come Charles Trenet. La mamma suonava al pianoforte sempre la sua canzone “La Mer”, che mi piaceva molto e sognavo di far una canzone con lui. Poi sono cresciuto, allargato il mio orizzonte, e penso che nelle mie vene ci sia più De Andrè o Lucio Dalla. Anche Gaber, conosciuto personalmente, dopo aver ascoltato e apprezzato le mie canzoni, mi disse: “belle, ma non fare il ‘predicatore’”. Posso solo sperare di non esserlo.
- Allontaniamoci dal tuo album per allargare la prospettiva su te come artista, e non solo: come descriveresti te stesso?
Come già sapete sono figlio dei pesci, cioè non sono mai fermo: continuo a nuotare e non sono mai stanco, mi sento creativo, sono ottimista. Questo mi aiuta nelle difficoltà.
- Come trascorri il tuo tempo libero, oltre a dedicarti alla musica?
Nella mia vita ho lavorato davvero molto e questo si è mangiato tutto il tempo libero e lo spazio per oziare. Leggo quando posso, il cinema, il teatro, la palestra e suonare, cantare solo o con altri. Anche ora che sono in pensione se non mi dedico alla musica, vado a vedere mostre, ascoltare volentieri conferenze, ascoltare le confidenze dei nipoti.
- Gira voce che tu sia sui primi passi verso il tuo quinto album: prevedi di rinnovare la collaborazione con Mauro Paoluzzi, produttore del tuo ultimo progetto?
Davvero, questa nuova esperienza con Paoluzzi mi ha caricato molto. La curiosità mi ha suggerito un’altra prova. È vero, la voce ha girato bene. È probabile che ci potrebbe essere il mio quinto album!
- Nei tuoi 93 anni ti sei guadagnato un vissuto ammirevole: dalle tue radici legate alla pittrice Sofonisba Anguissola, alla tua carriera imprenditoriale nel campo dell’audio professionale. C’è un aneddoto o un elemento risalente alla tua attività d’impresa che ti ha segnato particolarmente?
Grazie per il “vissuto ammirevole”. Da un lato mi sono adoperato molto per recuperare la memoria e le opere note e soprattutto ignote della mia antenata Sofonisba Anguissola, organizzando il primo e vero Convegno a Palermo sulla sua vita e le sue opere da cui è partita la ricerca che l’ha portata oggi a diventare quasi una Rockstar della pittura come l’ha definita TikTok!
Oggi, dopo quasi 40 anni di ricerche, nel 2025 ho avuto la netta sensazione di aver vinto in quanto si sono moltiplicati i Convegni spontanei gli articoli su Sofonisba.
Dall’altro lato, con 2 amici fiorentini ho fondato Exhibo spa a 26 anni, ne ho preso la conduzione lavorando sodo e contattando personalmente i clienti della Rai, poi delle radio Tv libere, poi del Festival di Sanremo e molti altri minori, poi delle telecomunicazioni, della salute, etc.; pur spingendo senza sosta le ricerche su Sofonisba.
In chiusura vi racconto alcuni dei miei molti aneddoti.
Il primo: ero a Sanremo richiesto dalla Rai, non come cantante, ma solo come tecnico dei microfoni. Quando dovetti sostituire il microfono del presentatore, il mitico Mike Bongiorno, lo mandai a chiamare per informarlo su come usare questo microfono molto più sensibile.
Arrivò vestito alla perfezione anche se erano solo giornate di prove e gli dissi che doveva stare più lontano dal microfono. Mentre gli dicevo questo, lui mette la mano destra nella tasca della giacca, fruga un poco e tira fuori un gesso bianco, si inginocchia e tira col gesso una riga bianca vicino al microfono e poi mi chiede: “Dove devo stare io?”. Gli dissi: “qui”; tirò un’altra riga bianca dopo il microfon. Poi ringraziò e si congedò! Due parole solo e tutto ben compreso senza perdite di tempo.
Un secondo annedoto accadde a Milano davanti al Duomo, quando scorgo quella volta, molti anni fa, una persona che aveva in mano il mio primo radiomicrofono rivolta verso la facciata del Duomo. “Caspita – gli grido – cosa sta facendo?”. Lui mi risponde visibilmente seccato: “Come osa disturbarmi mentre sto rilevando il livello atomico della facciata del Duomo!” al che immediatamente gli gridai: “Ma che Che Balle dice!”. Era Nanni Loi che stava provando a lanciare “Specchio Segreto”, una sua trasmissione televisiva che ha fatto stra-ridere tutti gli Italiani. Poi ci presentammo e abbiamo verificato la bontà della sua trasmissione. Ridemmo e ridemmo e ridemmo, e rido ancora oggi!











