Fondali Marini, WWF: Fermare ora estrazione mineraria . In occasione della 31ª sessione del Consiglio dell’International Seabed Authority (ISA), che si terrà a Kingston, in Giamaica, dal 9 al marzo e riaprirà le negoziazioni sul regolamento per lo sfruttamento minerario dei fondali oceanici, il WWF ribadisce la necessità urgente di adottare un approccio realmente precauzionale. L’estrazione mineraria in queste aree rischierebbe di provocare danni irreversibili. Per questo il WWF, insieme alla Deep Sea Conservation Coalition, chiede una moratoria globale sul deep-sea mining e rilancia la petizione “Difendi gli abissi”per tutelare i fondali e la loro biodiversità.
Vi sono attualmente registrati presso l’International Seabed Authorirty una trentina di contratti di esplorazione e gli stati sponsors e le aziende coinvolte esercitano un’enorme pressione su un’autorità internazionale la cui trasparenza ed indipendenza è stata più volte messa in questione dagli esperti.
L’estrazione mineraria in acque profonde rappresenta un’attività ad altissimo rischio per ecosistemi marini già vulnerabili, con conseguenze potenzialmente irreversibili che la scienza sta iniziando solo ora a quantificare.
L’approvazione del regolamento di estrazione, per quanto stringente possa essere, sarebbe uno degli ultimi passi prima del via ai processi di estrazione. Un’apertura di questo tipo in acque oceaniche internazionali potrebbe riaccendere gli appetiti anche in aree ben più prossime alle nostre coste.
Impatto scientificamente documentato: un rischio non calcolabile
La letteratura scientifica più recente conferma che gli impatti potenziali del deep‑sea mining sono estesi, duraturi e in larga parte irreversibili:
- L’analisi dei disturbi fisici sul fondale dimostra che la perdita di biodiversità bentonica è drastica e immediata: un test minerario su larga scala nella Clarion‑Clipperton Zone (CCZ) ha registrato un calo del 37% della densità macrofaunistica e una riduzione del 32% della ricchezza di specie, appena due mesi dopo l’estrazione di 3.000 tonnellate di noduli polimetallici.
- Anche dopo decenni, la resilienza degli ecosistemi è minima: studi di lungo periodo hanno osservato impatti biologici persistenti anche 40–44 anni dopo la perturbazione originaria.
- I sedimenti sollevati dalle operazioni, noti come plumes, possono disperdersi su distanze molto ampie. Analisi sperimentali e modellistiche mostrano che correnti, altezza di scarico e granulometria delle particelle possono trasportare questi pennacchi per migliaia di metri in orizzontale, con effetti cumulativi in caso di operazioni continuative.
- Estrarre noduli polimetallici dai soli primi 10-15 cm di fondale, comporterebbe un ingente rilascio di CO2 che si deposita ormai da millenni.
Il deep‑sea mining potrebbe compromettere aree grandi quanto interi Stati e alterare processi ecologici fondamentali.
Una moratoria per proteggere gli oceani
Alla luce di questi rischi, WWF, insieme alla Deep Sea Conservation Coalition, continua a chiedere una moratoria globale sul deep‑sea mining fino a quando non sarà disponibile un quadro scientifico adeguato a valutare gli impatti e a garantire la tutela della biodiversità.
La prudenza adottata da diversi governi — come la Norvegia, che ha recentemente sospeso il proprio programma di estrazione dai fondali marini in mancanza di dati certi — dimostra che un approccio responsabile è non preferibile ma necessario.
Giulia Prato, responsabile Mare per il WWF Italia ha dichiarato: “Oggi la scienza ci dice chiaramente che non siamo pronti per il deep-sea mining. Gli ecosistemi di acque profonde sono tra i più fragili e meno conosciuti del pianeta: alterarne l’equilibrio potrebbe significare perdere specie, funzioni ecologiche e servizi fondamentali in modo irreversibile. Chiediamo al governo italiano e agli altri governi dell’ISA, di tutelare l’oceano e le comunità costiere e di sostenere una moratoria globale, prima di agire, ancora una volta, senza considerarne le conseguenze”











