STRE, cantautore napoletano che ha fatto uscire venerdì 17 ottobre il suo nuovo singolo “Spaventapasseri”. È un brano pop che, con ironia, racconta la fragilità di chi si sente incompreso, riflettendo sul valore dell’attesa e sulla necessità di rallentare in un’epoca che consuma anche le emozioni.
STRE, pseudonimo di Stefano Crispino, è un cantautore, produttore, arrangiatore e regista napoletano che unisce pop, elettronica e cantautorato con uno spirito libero, accompagnando i suoi brani da videoclip realizzati personalmente.
1. “Spaventapasseri” è una critica a una società che corre senza fermarsi. Tu come vivi questa velocità costante? Ti senti più in contrasto o in dialogo con questo tempo?
In realtà Spaventapasseri non è una critica diretta alla società, ma è il racconto di come mi ci sento dentro . È più una fotografia emotiva, che un atto d’accusa.
Questa velocità la vivo male, molto semplicemente. Viviamo in un tempo in cui non ci si annoia mai: siamo sempre intrattenuti, sempre col telefono in mano, a scrollare, a consumare contenuti uno dopo l’altro. Tutto deve essere immediato, sempre di più, sempre più veloce.
Eppure, secondo me, molte delle cose più belle nascono proprio dalla noia, dallo stare fermi, dall’avere il tempo di ascoltarsi. Oggi una canzone esce e il giorno dopo sembra già dimenticata, non c’è più attenzione, non c’è sedimentazione.
Per questo, se devo scegliere tra dialogo e contrasto, mi sento decisamente in contrasto. Lo spaventapasseri è fermo mentre tutto intorno si muove, ed è esattamente così che spesso mi sento io.
2. Sei anche il regista dei tuoi videoclip. Quanto è importante per te metterti in prima persona anche nel racconto visivo delle canzoni? Cosa cambia quando sei tu stesso a tradurre un brano in immagini?
Oggi, paradossalmente, il videoclip in sé sembra quasi meno importante rispetto ai contenuti brevi sui social, ai mini-video, alle clip pensate per durare pochi secondi.
Per me però il videoclip resta molto importante. È un modo per dare un vestito in più alla canzone, per accompagnarla con un immaginario che la completi. È anche uno spazio in cui posso sfogare un’altra parte della mia creatività. Non credo che un video cambi il senso di un brano, ma può amplificarlo.
3. Il personaggio dello spaventapasseri è diventato una metafora molto forte e riconoscibile. Ti senti più vicino alla sua parte fragile o a quella dell’osservatore silenzioso che, restando fermo, resiste?
Mi sento vicino a entrambe le parti.
Da un lato c’è sicuramente la fragilità, dall’altro c’è l’osservatore. Sono una persona molto curiosa: posso sembrare fermo, immobile, ma spesso quando sono fermo è perché sto progettando, sto pensando, sto osservando.
In realtà vorrei tante volte riuscire davvero a stare fermo, spegnere il cervello, ma mi riesce difficile. È quasi sempre attivo. Quindi sì, mi riconosco sia nella vulnerabilità dello spaventapasseri sia nella sua capacità di resistere semplicemente restando lì.
4. Hai origini napoletane. Quanto la tua città e il tuo background culturale hanno influenzato la tua musica e il tuo immaginario? E dove potremo ascoltarti dal vivo a Napoli nei prossimi mesi?
Più che origini napoletane, io sono nato a Napoli e vivo ancora a Napoli: ho sempre vissuto qui. Quindi il rapporto con la città è totale, ma non nel senso più classico.
Non sono una persona campanilista e non sento di essere stato influenzato direttamente dalla città in sé. Mi ispirano molto di più le persone che la abitano. Forse c’è un po ’di Napoli nel mio spirito positivo, questo sì, ma non è qualcosa di cercato.
Non mi riconosco neanche troppo negli artisti napoletani più blasonati, spesso molto legati a un’identità forte e dichiarata. Il mio artista napoletano preferito, da quando ero bambino e ancora oggi, è Edoardo Bennato: il suo modo di raccontare le cose mi ha sicuramente influenzato, anche se in maniera naturale, inevitabile, perché l’ho sempre ascoltato.
Per quanto riguarda i live a Napoli, ci sono diverse cose in ballo, ma per ora non posso ancora dire nulla.











