“I racconti di un cane camorrista” – intervista a Pasquale Ferro
Prosegue la rassegna SCENA ArenAniene con un momento di incontro e riflessione. Sabato 18 ottobre alle ore 18.00 verrà presentato I racconti di un cane camorrista di Pasquale Ferro, un romanzo originale e spiazzante in cui la realtà feroce della criminalità organizzata è filtrata attraverso lo sguardo di una cucciola di yorkshire.
Con una scrittura incisiva e ironica, Ferro costruisce una sorta di favola nera, dove la voce di un animale diventa strumento di denuncia e, allo stesso tempo, rifugio poetico. Le due protagoniste a quattro zampe osservano la quotidianità di un clan camorristico, restituendone la violenza, le contraddizioni e i paradossi con uno sguardo innocente ma lucido.
Abbiamo incontrato l’autore per farci raccontare come è nato questo racconto fuori dagli schemi, tra denuncia sociale, grottesco e un’ironia tutta partenopea.
Come le è venuta la splendida idea di raccontare un dramma tanto complesso come quello della Camorra attraverso la voce di un cane?
In realtà, il cane sono io. Ho scelto questa figura perché credo che gli animali siano anime pure, prive di filtri e ipocrisie. Se potessero parlare, saprebbero raccontare il cuore degli uomini meglio di noi, senza maschere. È proprio questo che ho voluto fare nel mio testo: guardare il male umano con occhi innocenti, restituendone tutta la verità e la contraddizione. Attraverso la voce di un cane, la crudeltà e la tenerezza convivono, come nella vita.
Raccontare di Camorra oggi: che cosa c’è di diverso rispetto a ieri?
Oggi le modalità sono cambiate. Un tempo, per quanto possa sembrare assurdo, esistevano regole non scritte, un certo rispetto persino per donne e bambini. Oggi non c’è più nulla di tutto questo: le faide non risparmiano nessuno, la violenza è cieca, spinta solo dal culto del denaro. È come se l’umanità avesse perso l’ultimo briciolo di pietà. Raccontare questa trasformazione è anche un modo per chiedersi dove stiamo andando.
La figura del cane nella letteratura e nella leggenda ha una sua lunga storia. Che cosa permette al narratore l’uso di questa figura?
Il cane, come dicevo, è un’anima pura, ma nella mia storia assume anche una valenza simbolica: è testimone e vittima, ma anche specchio dell’uomo. Nella realtà della camorra il cane può diventare il traditore, quello “incattivito nell’anima”, reso feroce dal dolore e dall’ambiente. Mi interessava raccontare questa doppia natura: la purezza originaria e la corruzione indotta dal contesto. È un modo per dire che nessuno nasce cattivo.
Lei ha o ha avuto cani?
Sì, certo. E posso dire che con i miei cani ci siamo sempre dati tanto amore a vicenda. Da loro ho imparato il silenzio, la fedeltà e quella forma di empatia che non ha bisogno di parole. Credo che chi ha amato un animale sappia quanto possano insegnarci sulla semplicità e sulla verità dei sentimenti.
Prossimi progetti?
Questo libro è stato pubblicato in Russia, a Mosca, al Teatro Gogol, come altri cinque miei titoli usciti con la casa editrice Ilmondodisuk di Donatella Gallone. È un percorso che mi ha regalato molto, perché il pubblico russo ama la cultura napoletana e italiana, la sente vicina. Il mio sogno è di poter tornare in quelle terre per portare ancora la nostra voce artistica, ma oggi questo sogno assume un significato più profondo: quello della pace. Portare cultura dove c’è distanza o conflitto è, in fondo, il compito più alto dell’arte.











