Reduci dala successo di Figlia di due Mari, un progetto tra musica, storia e memoria le due compositrici Carla Magnan e Carla Rebora ci raccontano qualcosa di loro.
1. Come è nata l’idea di collaborare a quattro mani e come si sviluppa il vostro processo
creativo condiviso?
La nostra collaborazione, iniziata in modo del tutto casuale, si è trasformata in un rapporto di “creazione collettiva” che dura ormai da vent’anni. Questo percorso ci ha permesso di sperimentare, ricercare e studiare diverse modalità di approccio alla scrittura, rendendoci uniche nel panorama della musica colta mondiale.
Ci siamo incontrate nel 2000, nella classe di Azio Corghi all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma, dove ci siamo perfezionate in composizione. Successivamente, abbiamo approfondito i nostri studi all’Accademia Chigiana di Siena e alla Fondazione Romano Romanini di Brescia.
Nel 2004, il nostro allora editore Luigi Taglioni di Raitrade (oggi Raicom) ci ha chiesto di scrivere un lavoro a quattro mani, commissionato dal Festival di musica sacra di Pordenone in collaborazione con il Freon Ensemble. È così nato Hymnen, per soprano, violino, chitarra, pianoforte e contrabbasso, ispirato agli Inni alla notte di Novalis, scritto anch’esso a quattro mani. Il risultato è stato eccellente sotto ogni punto di vista: musicale, creativo, organizzativo e di realizzazione.
Da questa prima esperienza, le nostre sperimentazioni sono cresciute, portandoci a scrivere opere liriche, opere di teatro musicale e composizioni orchestrali. La cosa che ci viene più riconosciuta è che, ascoltando i nostri lavori, non si riesce a distinguere dove inizia la scrittura dell’una e dove finisce quella dell’altra. Eppure, manteniamo entrambe la nostra originalità creativa e le nostre carriere individuali.
Nella storia della musica ci sono state diverse collaborazioni tra compositori: penso a Nadia Boulanger e Raoul Pugno, che hanno scritto a 4 mani l’opera La ville morte (1910–13) su libretto di Gabriele D’Annunzio o più recentemente a Nicola Sani e Lucio Gregoretti, ma nessuna di queste ha dato origine a un percorso così strutturato come il nostro.
La domanda potrebbe essere quindi, perché avete proseguito? Perché abbiamo capito che non solo condividiamo creatività, progettualità e tecnica di scrittura (che, attenzione, non si moltiplica semplicemente per due, ma si espande esponenzialmente), ma condividiamo anche la fatica, lo stress delle scadenze, la promozione dei lavori, il seguire le prove e tutto ciò che circonda un progetto di grandi dimensioni.
Posso rispondere alla seconda domanda affermando che la base e lo sviluppo del nostro processo creativo è “il progetto” del nuovo lavoro. Dedichiamo molto tempo e attenzione alla sua realizzazione. Questo procedimento non consiste semplicemente nel decidere io scrivo da A a B e tu da B a C, ma significa inventare nuove tecniche per la stesura dei materiali sonori preparatori, studiarne gli equilibri anche in riferimento alla drammaturgia, calibrare l’orchestrazione e così via.
Un esempio recente è il nostro ultimo lavoro di teatro musicale, Un pomeriggio, Libereso (2024), prodotto e commissionato dal Teatro Nazionale di Genova. È uno spettacolo di 75 minuti per attrice, attore e trio di percussioni (Ars Ludi), con drammaturgia di Simone Dini Gandini e Roberto Giannarelli. La musica, tutta per sole percussioni, ha incantato il pubblico, mantenendo alta l’attenzione per tutta la durata. Questo risultato è stato possibile grazie a un lavoro accurato di alternanza tra temi e suoni, e a un equilibrio sonoro calibrato nei minimi dettagli.
2. Quali sono le sfide più grandi nel lavorare in duo rispetto a comporre da soli?
Il lavoro del compositore è un percorso solitario, caratterizzato da una continua ricerca e approfondimento su e con se stessi e la scrittura musicale ci aiuta a diventare più consapevoli del nostro mondo interiore e del nostro passato storico e biografico. È un cammino necessario, anche se a volte impegnativo. La nostra collaborazione ci ha permesso di lavorare sul confronto, condividendo idee, competenze e ispirazioni. Questa tecnica permette di sperimentare, innovare e trovare soluzioni che magari da soli sarebbero più difficili da scoprire. Nel nostro caso, questa metodologia ci ha aiutato a esplorare diversi approcci alla scrittura musicale, arricchendo il nostro lavoro e mantenendo viva la nostra originalità.
In effetti, siamo considerate un’eccellenza nel campo della musica “colta” a livello mondiale. Mentre la scrittura condivisa è molto diffusa nella musica da film, nel rock, nel pop e anche nel jazz, nessuno l’ha mai applicata in modo sistematico, programmatico e di ricerca nell’ambito della musica classica come abbiamo fatto noi. Questo, pur preservando entrambe la nostra originalità creativa e la nostra carriera come compositrici. Siamo state le prime donne in assoluto a scrivere a quattro mani, e anche i primi compositori nella storia della musica a lavorare in stretta collaborazione, vedendo poi il risultato del loro lavoro eseguito e premiato.
Le sfide più grandi nel lavorare in duo rispetto a comporre da soli riguardano principalmente la gestione della collaborazione e della condivisione del processo creativo. Per esempio, bisogna trovare un equilibrio tra le proprie idee e quelle dell’altra persona, mantenendo sempre un’originalità individuale ma anche un’armonia di intenti. Inoltre, condividere la fatica, lo stress delle scadenze e la promozione dei lavori richiede un grande senso di squadra e di fiducia reciproca. È fondamentale dedicare molto tempo e attenzione al progetto comune, inventando nuove tecniche e studiando gli equilibri sonori e drammaturgici, cosa che può essere più complessa rispetto a lavorare da soli, dove si ha un controllo totale. In sostanza, il lavoro in duo richiede una forte capacità di comunicazione, collaborazione e adattamento, ma può portare a risultati molto più ricchi e innovativi rispetto alla composizione individuale.
3. In che modo le vostre personalità e stili musicali si integrano durante la creazione di una nuova composizione? Potreste condividere un esempio di un progetto in cui la vostra ricerca artistica ha portato a risultati sorprendenti o inaspettati?
La forza motrice del nostro lavoro è sempre state la curiosità, la voglia di approfondire e di provare tecniche o cose nuove. Appena ci viene sottoposto un progetto per una commissione, ci mettiamo alla ricerca di ogni suggestione che possa sollecitare non solo la nostra creatività, ma anche aiutarci a trovare una chiave di lettura, una progettualità che non vuole essere scontata o prevedibile.
Il progetto che forse ci sta più a cuore è la prima opera lirica realizzata a 4 mani, “L’aurea d’amore” (2009), in cui abbiamo cominciato “a sperimentare” in maniera dettagliata ed ampia, partendo dalla stesura del libretto, quelle che poi diventeranno delle tecniche acquisite.
Il lavoro,, realizzato sia in versione di Opera che di Corto d’opera, racconta una giornata nella vecchiaia del poeta laureato, ritratto mentre compone un’opera da cui traluce un’immagine di distacco e serenità̀, mentre in realtà̀ è assediato dai ricordi, esasperato da una sensualità̀ malsana, roso da un dolore egocentrico per le perdite più̀ importanti della sua vita.
La schizofrenia di Petrarca, suggerita dall’autore del romanzo, si traduce nella partitura con la scelta di una mappa estetico-formale basata su due linee principali, una grottesca e una lirica.
L’intervento musicale parte proprio da questo duplice piano di lettura prevedendo un gioco compositivo dove le personalità̀ musicali vengono abbinate e scambiate nei momenti più̀ significativi del racconto. L’elemento di coesione del lavoro viene creato dalla rielaborazione di alcuni frammenti del Madrigale “Crudele acerba” di Luca Marenzio (Madrigali, libro IX, n.12, su testo di Francesco Petrarca) che compaiono tra le scene come una sorta di refrain, riconoscibili nel finale della scena terza (da clavicembalista ho un amore appassionata per la musica antica!). Il soprano, nel doppio ruolo di Petrarca (l’uomo e il poeta) e di Laura (la donna e la poesia), racconta e ricorda la famosa musa che mai nessuno ha conosciuto…
Una parte della versione in Corto d’opera che fu eseguita in forma di concerto il 20 ottobre 2012 al Teatro Verdi di Firenze per la seconda stagione del Festival PLAYIT! LA MUSICA FORTE DELL’ITALIA è ascoltabile su YouTube.
Ci possiamo anche attribuire la locuzione “Corto d’opera” che abbiamo realizzato musicalmente per prime, trasformandolo in un genere assolutamente inedito e personale.
4. Come vedete l’evoluzione di questa forma di creazione collettiva nel panorama artistico contemporaneo, e quali sono le vostre aspirazioni future in questo campo?
Da molti anni, la ricerca artistica indaga le potenzialità della collective creation nei diversi campi dell’arte e del pensiero, anche se in Italia se ne sta cominciando a parlare da poco tempo.
Questo coinvolge ovviamente anche la musica in tutti i suoi aspetti. Così anche la composizione musicale diventa un atto generativo non più individuale ma collettivo e inclusivo, aprendo grandi spazi di studio e di sperimentazione. In quest’ambito io e Carla Rebora siamo state chiamate più volte a parlare della nostra esperienza, in Italia e all’estero, e di come si sta evolvendo la nostra ricerca. Proprio in questi giorni siamo in residenza in Calabria al Festival Tirreno d’Amare, al 2° Campus Internazionale sulla pratica e ricerca artistica musicale con la direzione artistica di Giusy Caruso, pianista e ricercatrice cosentina residente a Bruxelles, attualmente a capo del gruppo di ricerca “Creation” presso il Royal Conservatoire Antwerp, in Belgio, che ha dato il patrocinio anche al Campus.
Terremo qui una Masterclass a studenti diplomati in Conservatorio e a dottorandi, parlando di collective creation e presentando il nostro nuovo progetto “Paper moon, a collective experience” che allarga la nostra collaborazione a Giusy . La sua visione artistica unisce sperimentazione, ricerca interdisciplinare e tecnologia, utilizzando anche il metaverso attraverso dei particolari sensori.
Impossibile per noi due non rimanere affascinate dal suo lavoro. Dopo un nostro incontro a Salonicco (Grecia) per il Festival International Music Diaries 2023 abbiamo dato vita ad un nuovo progetto creativo in continua evoluzione ed interazione con pubblico e studenti.
Non siamo nuove a queste sperimentazioni: abbiamo realizzato come esperienza di scrittura condivisa l’Opera Demo-crac(Z)y, ovvero i diritti della follia o la follia della democrazia? (2012) con drammaturgia e musiche di Carla Magnan, Carla Rebora e Roberta Vacca ispirata all’”Elogio alla pazzia” di Erasmo da Rotterdam, ripresa in forma di concerto nel 2024 per il Festival di Nuova Consonanza a Roma.
Carla Rebora continua la sua ricerca coordinando studenti di composizione per progetti di scrittura “a catena”, il cui risultato è stato presentato in diversi convegni.
La nostra prossima esecuzione sarà nel 2026 per un lavoro per soprano, voce narrante ed orchestra, Dentro di me il cielo su testi di Simone Weil con la drammaturgia di Franca Alessio su testi di Simone Weil, che ci è stata commissionata dal Festival Incontri di Musica Sacra Contemporanea di Roma.
La creazione collettiva costringe in qualche modo più persone a collaborare condividendo idee, competenze e ispirazioni, lavorando anche sul rispetto reciproco. Questa tecnica permette di sperimentare, innovare e trovare soluzioni che magari lavorando da soli sarebbero più difficili da scoprire. Nel nostro caso, questa metodologia ci ha aiutato a esplorare diversi approcci alla scrittura musicale, arricchendo il nostro lavoro e mantenendo viva la nostra originalità. È un modo di valorizzare il contributo di tutti, creando qualcosa di unico e spesso sorprendente.
Amiamo concludere i nostri interventi con questa frase:
“A group becomes a team when each member is sure enough of himself and his contribution to
praise the skills of others” Norman G. Shidle (1895-1978).
“Un gruppo diventa una squadra quando ogni membro è sufficientemente sicuro di sé e del proprio contributo da lodare le capacità degli altri” Norman G. Shidle (1895-1978).
Intervista di: Matilde Alfieri











