Incontriamo Sara Turetta fondatrice dell’associazione Save the Dogs and Other Animals. Il pretesto è la nuova edizione del suo libro I cani della mia vita uscito per Edizioni Sonda che racconta in pagine dense di emozione la storia che l’ha portata a fondare l’associazione, un libro denso che racconta una vicenda alla quale non si può che guardare con rispetto e ammirazione. Turetta è stata insignita di divversi riconoscimenti come il Premio Donne, Pace e Ambiente – Wangari Maathai (2012), Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia (2012), Jeanne Marchig Award (2016) e Clarissa Baldwin International Award for Excellence in Animal Welfare (2017).
Nel suo TED Talk e nella sua storia emerge la scelta coraggiosa di lasciare una carriera avviata per dedicarsi agli animali. Cosa l’ha spinta a fare quel salto radicale e quali sono state le maggiori sfide iniziali nell’avviare Save the Dogs in un contesto come la Romania, dove l’organizzazione cura quasi 2.000 cani all’anno?
Avevo la netta sensazione di sprecare i miei talenti, mettendoli a servizio di un’economia basata sul solo profitto, e la consapevolezza di poter alleviare molte sofferenze qualora mi fossi impegnata per la causa dei cani abbandonati e maltrattati in Romania. Mi era impossibile voltare pagina una volta tornata a Milano e fingere di non aver visto tutto quel dolore, continuando con la mia vita come se nulla fosse.
Le sfide maggiori sono state la mentalità del popolo romeno, eredità dall’epoca Ceauşista, la tendenza a mentire in modo sistematico e a “travestirsi” da persone affidabili, per poi tradirti; la corruzione diffusa, soprattutto a livello delle autorità locali; un profondo maschilismo, per cui davvero pochi mi prendevano sul serio, 23 anni fa. Oggi le cose, su quest’ultimo fronte, sono molto cambiate.
L’impegno di Save the Dogs anche durante la guerra in Ucraina è stato un esempio straordinario di solidarietà e coraggio. Potrebbe raccontarci un’esperienza o un momento che l’ha particolarmente colpita o segnata in quel contesto così difficile?
Ricordo l’arrivo delle persone anziane, talvolta in carrozzina, con lo sguardo perso nel vuoto; il pianto disperato delle donne che avevano lasciato dietro di sé figli e mariti. Ma anche la presenza rassicurante di cani e gatti trasportati con metodi creativi e quasi sempre affidati ai bambini. Era impressionante vedere la calma di questi animali, nonostante il viaggio rocambolesco per arrivare al confine, la temperatura sottozero e il caos durante l’arrivo delle chiatte con i profughi.
Gli animali sono maestri di resilienza, anche durante i conflitti, presenze preziose che rendono meno doloroso l’abbandono della propria terra. Gli animali sono famiglia.
Questa nuova edizione ampliata del libro “i cani della mia vita” include sia capitoli sull’impegno in Ucraina che i progetti in Italia come “Non uno di troppo” e “Amici di strada”. Come è stato integrare queste esperienze più recenti nella narrazione, e cosa significa per lei avere la possibilità di raccontare anche questi sviluppi?
In realtà ci sarebbe moltissimo da raccontare su questi nuovi progetti e meriterebbero un libro a parte, ma i ritmi frenetici della mia vita mi hanno costretto a farne poco più di una menzione per ora, in attesa di poter sviscerare in futuro nuove storie di speranza.
Si tratta di progetti che al centro hanno il controllo delle nascite di cani e gatti, tema grandemente trascurato dalla società (e dall’associazionismo) italiani, ma in entrambe i casi vengono coinvolte persone che vivono situazioni e territori difficili. Lo sguardo di Save the Dogs è ampio e si allarga sulle comunità locali in cui opera e su quella fetta di umanità più fragile che spesso troviamo accanto agli animali bisognosi di aiuto. Cerchiamo di preservare la relazione tra esseri umani e animali domestici anche là dove esistono grandi vulnerabilità che la mettono potenzialmente a rischio. Sono molto fiera di questa attenzione profonda che Save the Dogs riserva alle persone, il cui destino è interconnesso a quello degli animali. Non può esistere un impegno per gli animali che chiude gli occhi di fronte al dolore delle persone. Almeno non per me.
Scrivere di esperienze così personali, che toccano anche momenti difficili e la perdita, ma anche l’impegno straordinario in contesti di crisi come la guerra, deve essere stato un percorso intenso. Come ha vissuto il processo di scrittura di questo libro e di questi nuovi capitoli?
E’ stato un processo catartico. Confesso che ci sono stati momenti di profonda commozione, ma mi hanno permesso di rielaborare tante cose vissute e di osservarle con uno sguardo più saggio e distaccato, che solo il tempo ci permette di avere. Essere stata testimone del flusso di profughi dall’Ucraina mi ha fatto sentire immersa dentro ad eventi di portata storica: mi sono resa conto che vivere quei fatti in prima persona era completamente diverso rispetto all’esperienza di coloro che assistevano attraverso lo schermo della TV o degli smart phone. L’emotività, in quei giorni al confine, era davvero difficile da gestire, di fronte al dramma di migliaia di persone e animali in fuga…
Susanna Tamaro ha definito il suo libro “una descrizione dostoevskiana di cosa sia la forza d’animo”. Cosa significa per lei una tale affermazione, e dove trova la forza per affrontare quotidianamente le sfide di un lavoro così impegnativo?
Credo ci siano due elementi: quello caratteriale, che fanno sì che nonostante i momenti di sconforto io mi rialzi sempre e ricominci a lottare per ciò in cui credo; e quello religioso, perché negli anni ho chiesto sempre di più aiuti soprannaturali, nei quali credo profondamente e senza i quali non credo che oggi sarei arrivata sino a qui. Penso che Susanna Tamaro, con la sua meravigliosa recensione, abbia pensato a queste due componenti e che in modo assai lusinghiero le abbia ricondotte ad alcuni personaggi del grande Dostoevskij. Io e Susanna abbiamo moltissime cose in comune ed grazie al mio libro è nata tra noi una grande amicizia.
Oltre al continuo impegno con Save the Dogs, ci sono nuovi progetti o obiettivi, sia personali che legati all’organizzazione, che le stanno a cuore per il futuro?
Persone come me hanno sempre lo sguardo rivolto al futuro e vorrebbero fare sempre di più, ma confesso che in questa fase la mia priorità assoluta è cercare di stare bene e di preservare il mio benessere psicofisico, evitando di sacrificarlo totalmente sull’altare della causa di Save the Dogs. E’ un tema cruciale di tutti coloro che fanno attivismo e lottano ogni giorno contro un’ingiustizia sociale, cercando senza sosta risorse per proseguire nella propria missione. Ci si logora, talvolta ci si ammala, e si rischia di annullarsi completamente. Ecco: la mia priorità è evitare che ciò accada di nuovo, ripetendo gli errori di 15 anni fa di cui parlo nel mio libro. Solo tenendo in equilibrio la mia vita privata e l’impegno con Save the Dogs posso diventare una persona migliore e continuare a far crescere la meravigliosa community stretta intorno alla nostra organizzazione, rendendo il mondo un posto migliore.
Intervista di: Elena Torre
Foto Credit Matt Corner 2005











