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Stefano Corbetta e La Forma del silenzio

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In libreria per Ponte alle Grazie il nuovo bel romanzo di Stefano Corbetta “La forma del silenzio” del quale abbiamo voluto parlare con lui… ecco cosa ci ha detto…

Nel tuo precedente libro il bianco era il colore dominante, in questo la fa da padrone il silenzio che rapporto hai con entrambi?

Sai, c’è un libro molto bello il cui titolo è Il silenzio, lo ha scritto Erling Kagge, il primo uomo che ha raggiunto il Polo Sud in solitaria. In quelle pagine c’è molto bianco e molto silenzio e a un certo punto Kagge dice una cosa che mi è rimasta impressa: “ciò che è dentro di noi ed è muto rimane un mistero. Non credo possiamo aspettarci altro”. Forse il mio rapporto con l’assenza di suono, ma più in generale con l’assenza, che è la vera mia ossessione, è perfettamente riassunto in Sonno bianco e La forma del silenzio, due storie che ho scritto in un tempo abbastanza breve, due anni circa, e che hanno molti punti in comune. In particolare credo che in quest’ultimo io sia riuscito a indagare in modo più preciso e profondo la dimensione dell’identità, un’altra mia ossessione. Credo anche che con La forma del silenzio io abbia chiuso una sorta di trilogia che non avevo concepito come tale e che solo adesso mi sembra abbia una sua coerenza interna.

La solitudine al pari di Leo, Michele ed Anna è protagonista del libro, come afferrarla, come descriverla?

Forse il segreto è viverla, in qualche modo. Non credo si possa raccontare davvero uno stato d’animo se non lo si è almeno sfiorato. Ribaltando i termini, non so se sarei in grado di raccontare l’ira, se non l’avessi mai provata davvero, se non ne fossi mai stato dominato. Il come descriverla viene da sé.

Chi di loro ti ha convinto a raccontare questa storia?

È stata Anna, con la sua È stata Anna, con la sua timida fermezza e la disperazione che mi ha investito quando ho capito che aveva perso il fratellino. Scrivere il romanzo è stato fare il viaggio con lei, ascoltarla, provare a consolarla. È stata un’esperienza umana profonda, seppur vissuta in solitudine.

Come hai approcciato il tema della sordità?

Ho letto alcuni libri, ho incontrato persone che avevano a che fare con la Lingua dei segni, a volte ho provato a isolarmi acusticamente dal mondo circostante, ho osservato il modo in cui le persone usano il corpo mentre parlano tra loro, ho cercato di entrare in uno stato mentale in cui non fosse la parola a raccontare, ma le immagini.

Cosa vuoi per questo libro?

Forse ho già voluto tutto e non posso chiedere di più: esiste, ha un titolo e Forse ho già voluto tutto e non posso chiedere di più: esiste, ha un titolo e una copertina. La forma del silenzio ora mi rappresenta totalmente. E poi c’è stato un uomo che lo ha accolto. Devo tutto a Luigi Spagnol, per questo il libro è dedicato a lui.

Intervista di: Elena Torre

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