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Ospite del nostro format musicale Giovanni Carnazza

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Giovanni Carnazza non è un cantautore. Non è nemmeno un musicista. È una persona come tante che, un giorno, ha sentito la necessità di condividere con gli altri quello che stava vivendo.

 “Nel momento più difficile della mia storia, la musica è venuta a salvarmi. E non lo dico tanto per dire. È stato davvero così. Devo tutto alla musica. Ho sempre amato scrivere. Ho scritto poesie, racconti. Ora sto scrivendo una biografia dove racconto quello che ho vissuto e sto vivendo. La musica è venuta a dare una veste diversa a quello che avevo dentro”.

Quando hai iniziato a fare musica?

Quando ero piccolo, odiavo fare due cose: andare a catechismo e a lezione di pianoforte. Ricordo che, ogni volta, tornavo piangendo. Mi sembrava una punizione inutile. Feci la prima comunione e lì si fermò il mio percorso da credente. Le lezioni di pianoforte così sofferte, invece, hanno rappresentato per me una base su cui costruire quella passione per la musica che sarebbe diventata sempre più intensa. Dal pianoforte passai alla chitarra elettrica e fondai la mia prima band con sonorità molto vicine ai Marlene Kuntz. Poi ci fu un periodo buio molto lungo dove rifiutai del tutto la musica e fu un paio di anni fa, nel momento più buio della mia vita, che la musica tornò per dirmi che, se l’avessi abbracciata, avrei ricevuto in cambio la forza che in quel momento mi mancava. E così è stato.

Come nasce la tua musica? Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Faccio fatica a individuare una vera e proprie fonte di ispirazione. La maggior parte del tempo che dedico alla musica è volta alla produzione di altri artisti e, spesso, prima di iniziare l’arrangiamento di un pezzo si discute delle reference musicali per capire che tipo di sonorità ricercare. Quando, invece, produco un mio pezzo, mi lascio molto trasportare dal momento, da quello che viene fuori. Non mi faccio tante domande e non cerco di imitare suoni o produzioni già esistenti. Penso che questa cosa si noti. Faccio fatica anche io a collocarmi nel panorama musicale attuale.

Cosa significa lavorare nella musica oggi?

Oggi è diventato relativamente facile fare musica di medio livello. In cameretta è possibile produrre un pezzo in un pomeriggio, caricarlo su YouTube, fare la sponsorizzazione su Facebook e sentirsi un autore affermato. Spuntano più etichette discografiche che funghi. Il mercato è oggettivamente saturo e a questo problema si aggiunge il fatto che il livello delle canzoni si è notevolmente abbassato. Per livello delle canzoni intendo sia il testo che la complessità musicale. Mi sembra che viviamo un’epoca particolarmente vuota dove ognuno si sente in diritto di dire la sua. Da una parte, è bello: ho sempre grande stima di chi ha il coraggio di raccontarsi. Dall’altra, questo rende molto difficile notare i progetti veramente validi. Non sapete quante volte mi è stata ripetuta la frase “ma vuoi anche essere pagato? Non ti basta la visibilità?”. Se non lavorassi, sarebbe impossibile riuscire a portare avanti la musica. Ho molta fiducia ma solo perché sono un ottimista di natura. La situazione di per sé è abbastanza sconfortante.

Cosa ne pensi dei social e del web in generale come mezzo per farsi conoscere?

I social hanno creato un grave problema: tutti si sentono in diritto di dire la loro. “Uno vale uno” si dice ma non esiste bugia più grande. Anni di studio, di fatica e di impegno sono stati bruciati. Non c’è più rispetto della competenza. Questo è un grave problema soprattutto a livello politico. A livello musicale vale un po’ la stessa cosa. Siamo bombardati di nuovi progetti. Faccio fatica a stare dietro a tutto ciò che di nuovo esce con il rischio di perdermi qualcosa di valido e interessante. È bello che ognuno possa creare il suo prodotto e farlo uscire però ho l’impressione che questo stia portando a un abbassamento pericoloso della qualità.

Cosa pensi dei talent show? Hai mai pensato di parteciparvi?

Seguo da sempre X-Factor. Il mio giudice preferito è sempre stato Morgan. Mi piacerebbe partecipare e avere lui come giudice. Il problema principale di questi talent show è che difficilmente vincono musicisti nel vero senso del termine. Vincono dei performer che poi hanno molta difficoltà a emergere. Magari un giorno mi vedrete su quel palco. Mi piacerebbe molto. Anche perché, oltre a scrivere canzoni, mi piace cimentarmi nelle cover che riarrangio da zero secondo l’ispirazione del momento. Non sopporto più tutti questi canali su YouTube dove chiunque ricanta le canzoni chitarra e voce. La mia rubrica su Facebook, chiamiamola così, è un modo per scalzare questo predominio.

Dicci dieci cose che ti piacciono e dieci che ti fanno arrabbiare.

Odio:

  • l’ipocrisia
  • la falsità
  • l’invidia
  • le rape rosse
  • i risvoltini ai pantaloni
  • le sopracciglia rifatte negli uomini
  • le cover chitarra e voce
  • il caldo
  • non vederci senza occhiali
  • la mancanza di umiltà

Amo:

  • mangiare dal giapponese
  • fare l’amore la domenica mattina mentre fuori piove
  • fare yoga ascoltando Daughter mentre il mio gatto miagola intorno a me
  • i gatti
  • insegnare economia ai miei studenti all’università
  • cucinare per le persone a cui voglio bene
  • la montagna d’estate
  • il rumore del fuoco nel camino
  • Vittoria
  • la musica

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