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Il silenzio della collina di Alessandro Perissinotto

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Il silenzio della collina” di Alessandro Perissinotto (Mondadori, 2019)

“Il silenzio della collina” di Alessandro Perissinotto (Mondadori, 2019) è stata una lettura piacevole, coinvolgente e sorprendente. La trama è scorrevole e lineare: il protagonista è il cinquantenne attore di fiction Domenico Bechis che da Roma ritorna nelle Langhe per assistere il padre morente.

I rapporti tra i due sono sempre stati molto tesi fin da piccolo, quando Domenico con la madre si è trasferito a Torino. Le Langhe sono sempre state per lui uno spazio metafisico coincidente con la necessità ancestrale e apparentemente immotivata di distaccarsi dal territorio piemontese, dalla vita agreste rude e violenta dei luoghi in cui è nato e cresciuto. Pur essendo un appassionato e fine letterato, Domenico prende le distanze anche dai romanzi di Pavese e Fenoglio perchè riflettono la mentalità, la vita violenta da cui il nostro protagonista avverte l’urgenza di allontanarsi.

Il ritorno per la malattia del padre è un’occasione per immergersi nuovamente nelle colline natali, riallacciare rapporti amichevoli di lontana data, aprirsi a nuove possibilità sentimentali e professionali.

Il punto di svolta nel romanzo è l’emergere di un mistero tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto e in cui i cittadini di Villafranca d’ Asti e le sue famiglie hanno imposto un determinante silenzio. L’autore infatti pone al centro del romanzo il dramma di Maria Teresa Novara, tredicenne rapita nel 1968, tenuta prigioniera da due malviventi e offerta ai benestanti come preda per abusi sessuali. Il fatto di cronaca fin dall’inizio del romanzo si intreccia con il caso Lavorini, avvenuto a Viareggio qualche mese dopo. Attraverso questi due fatti di cronaca devastanti, l’autore pone l’accento sul ruolo della stampa e del pensiero comune sugli abusi e gli omicidi minorili in un Italia travolta dal boom economico. Perissinotto riesce ad andare ancora più a fondo, muovendosi tra cronaca e thriller grazie ai numerosi collegamenti con gli episodi di cronaca internazionale relativi all’abuso e all’uccisione di ragazzine. In questo senso la scrittura di Perissinotto è sempre determinata eppure delicata: c’è in ogni parola, nel ritmo degli eventi, nel dispiegarsi di fatti e sentimenti una grande umanità che riesce a mantenersi intatta anche nei risvolti più angoscianti e scabrosi dei due fatti italiani. Da viareggina amante delle Langhe ho apprezzato con grande interesse la capacità dell’autore di muoversi tra giornalismo e introspezione del personaggio.

Domenico risolve l’enigma di Maria Teresa e del legame col padre, riuscendo così, anche se dolorsamente, a collocare inquietudini e sensazioni antiche.

Tutto ciò cambia radicalmente il rapporto di Domenico con la sua terra, la splendida letteratura ad essa legata e persino con la sua voglia di rimettersi in gioco.

Meraviglioso è lo sguardo che lo scrittore offre delle Langhe e di Torino: uno sguardo attento capace di cogliere contemporaneamente la poesia e il consumismo legato ai territori sopra indicati, soprattutto nello sviluppo degli ultimi anni. Così se Borgo Dora viene rappresentato con tutta la positiva effervescenza degli ultimi anni, le Langhe pavesiane sono colte anche nel contrasto tra sacralità poetica e turismo di massa. In questa prospettiva, è interessante anche lo sviluppo e il cambiamento della produzione vinicola in Piemonte negli ultimi vent’anni.

Il romanzo di Perissinotto è dunque intenso, capace di catturare l’attenzione del lettore sotto diversi profili e ha il gran dono di riportare al centro due fatti di cronaca riguardanti i bambini che hanno segnato la storia sociale e del giornalismo in Italia e che hanno ancora molto da trasmettere a distanza di anni.

Articolo di: Erika Pucci

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