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Madama Butterfly al Teatro Nacional Rubén Dario, ne parliamo con il regista Luca Ramacciotti

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Luca Ramacciotti, regista e maestro di ikebana della scuola Sogetsu (ha vinto anche un concorso internazionale di ikebana) ha coniugato recentemente queste sue passioni sul palcoscenico del Teatro Nacional Rubén Dario con la messa in scena dell’opera di Giacomo Puccini: Madama Butterfly.

L’opera in Nicaragua. Che bacino di utenza c’è in questa Nazione?

Tutto nasce nel 2010 quando il Festival Puccini realizzò l’opera Tosca di Giacomo Puccini presso il Teatro Nacional Rubén Dario a Managua. Fui chiamato in qualità di regista. Il primo regista europeo a fare un’opera lì. Il tempo a disposizione non era molto, ma la passione e l’impegno di artisti italiani e nicaraguensi compirono il miracolo e l’opera ebbe molto successo. Come negli anni a venire anche se, per vari motivi compresi quelli lavorativi, io non sono più tornato in Nicaragua fino allo scorso anno che fu ideato il primo Festival Pucciniano de Latinoamérica ed io fu chiamato, assieme allo scenografo Luca Giombi, per la messa in scena di Turandot. C’è la Fundación Incanto che segue e cura la crescita di giovani artisti sempre con il supporto del Festival Puccini, vengono organizzati concerti, eventi e il pubblico è sempre presente.

Quest’anno è sbarcato il Giappone in Nicaragua?

Sì per il secondo Festival Pucciniano de Latinoamérica le opere scelte sono state Tosca e Madama Butterfly ed io dovevo realizzare la messa in scena di quest’ultima.

Un titolo a te congeniale?

Molto in effetti dati i miei studi nell’ambito della cultura orientalei dovuti al mio essere maestro di ikebana della Scuola Sogetsu.

Come si può trasformare un occidentale in un giapponese e rendere credibile Madama Butterfly?

Non si può. E’ inutile tentare di scimmiottare dei movimenti che non sono nel nostro DNA. Si cerca quindi di prendere quegli atteggiamenti, le attitudini particolari che possano suggerire un’idea di Giappone. Dalla posizione delle mani, agli inchini, ai movimenti misurati, alla postura del corpo.

Basta questo a rendere l’idea del Giappone? Noi abbiamo presente nel nostro immaginario la geisha perennemente in ginocchio.

Cio-Cio-San (la protagonista) dice a Pinkerton di aver adottato lo stile di vita occidentale religione compresa. L’azione si svolge quando il Giappone riaprì (fu costretto a riaprire) le frontiere con l’Occidente e tutto ciò che veniva da fuori era in e le tradizioni giapponesi out. Per cui probabilmente Madama Butterfly aveva già abiurato tutte le tradizioni orientali e se ne stava comodamente seduta. Comunque i giapponesi non passavo il loro tempo stando in ginocchio. Quella posizione veniva assunta per scrivere, mangiare, fare ikebana etc. Per rendere l’atmosfera ho ad esempio truccato lo Zio Bonzo come un personaggio del teatro Kabuki, ho introdotto i Kuroko, sorta di servitori invisibili che portano gli oggetti in scena, e grazie all’ideatore delle proiezioni Jemax Luna abbiamo ricostruito l’idea romantica del paesaggio giapponese tradizionale. Inoltre nella scena finale compaiono delle immagini di shodo realizzate da Filippo Partesotti.

Gli artisti come hanno risposto alle tue idee?

Qui ho avuto tanta fortuna perché a partire dal coro, ai ballerini, ai protagonisti “orientali” (Elisa Picado, Lizbeth Berrios, Jose Luis Leytòn, Mario Rocha e Alberto San José) hanno tutti appreso al volo le cose da me suggerite e sono riuscite a farle loro con una passione e professionalità incredibili sia dal modo di muoversi, di inginocchiarsi o di camminare (lo zio Bonzo aveva una particolare camminata legata al costume e al trucco).

La scena del suicidio finale. Storicamente cosa avveniva?

Puccini nel fare questa opera si documentò moltissimo non solo per ciò che riguardava le musiche originali giapponesi, ma anche sugli usi grazie alla moglie dell’Ambasciatore del Giappone in Italia e fa morire Butterfly nel seguente modo. Va dietro ad un paravento, si sente cadere a terra il coltello e lei si accascia a terra con un velo attorno alla gola segno che si è tagliata lì e non al ventre come fanno erroneamente molti registi. Gli uomini compivano il seppuku (meglio noto come harakiri) ovvero il taglio del ventre mentre le donne il jigai ovvero il taglio della gola. Nel mio allestimento Madama Butterfly va per la prima volta in ginocchio in quel momento, come a riappropriarsi del suo essere giapponese e i kuroko l’aiutano nel compiere il suicidio rituale che lei esegue nell’attimo in cui Pinkerton irrompe sulla scena.

Hai anche parlato del tuo essere maestro di ikebana in Nicaragua?

Non solo. Ho realizzato un ikebana per la scenografia andando ad utilizzare il materiale che avevo a disposizione nel giardino del teatro. Per la prima volta si è parlato di ikebana in Nicaragua ed ho portato la bandiera della mia scuola. E’ stato difficoltoso improvvisare un ikebana con materiale e vaso trovati al momento, ma nello stesso rilassante perché l’ho realizzato pochi istanti prima di andare in scena.

http://www.lucaramacciotti.it/

 

Intervista di: Lucrezia Monti

Foto: Homero Gadea Ordóñez

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