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Conosciamo meglio i Bottega Baltazar

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Dopo cinque album dal 2000 e numerosi concerti in Italia e all’estero, esce il nuovo lavoro in studio della formazione veneta. Dieci storie in bilico tra folk, rock e teatro. Abbiamo intervistato la band per parlare di Sulla testa dell’elefante, nato in una location molto particolare…\r\n\r\nIl processo creativo di Sulla testa dell’elefante è nato sul Monte Summano. Raccontateci qualcosa dell’esperienza in questa location così particolare.\r\nUn “ritiro eno-spirituale”, così rispondevamo a chi ci chiedeva cosa andassimo a fare là sopra per tutto quel tempo. La foresteria che ci ospitava si trova a ridosso della semi abbandonata chiesa degli eremiti Girolimini (un ordine fondato nel 1371 e che al giorno d’oggi sopravvive solo in Spagna, dove conta 11 monaci, o almeno così dice l’oracolo moderno di Wikipedia). Avevamo allestito la sala prove in una stanza attigua alla camerata, un soppalco in cui la luce filtrava attraverso un rosone di vetri colorati. Quasi ogni giorno lavoravamo su melodie e arrangiamenti, spesso la sera andavamo presso un rifugio non lontano, dove abbiamo consumato diverse cene a base di zuppa di verdure. Se la giornata era stata piovosa e non c’erano escursionisti da ospitare, l’anziano gestore, prima di cena, sostava con noi qualche minuto all’aperto. Rimanevamo in silenzio a gustare il tramonto come si fa con certi vini rossi invecchiati. Dopo un po’ il signor Bruno allungava l’orecchio verso misteriosi suoni che provenivano dal bosco e sentenziava con spiccato accento vicentino: “l’è l’allocco”, e poi andava a scaldarci il minestrone. Noi nell’odore muschiato e umido del bosco sentivamo profumo di donna.\r\n\r\nLa vostra musica è in equilibrio tra folk, cantautorale, rock indipendente. A cosa vi ispirate quando scrivete?\r\nC’è una vena d’oro racchiusa nella grande montagna della popular music diffusasi in tutto il mondo a partire dal dopoguerra. È fatta dal repertorio di quei musicisti che contando solamente sulla forza dei loro strumenti acustici e delle loro parole hanno saputo toccarci. I nomi più noti potrebbero essere Bob Dylan, Simon & Garfunkel, Joni Mitchell in America, Brassens e Brel in Francia, De Andrè in Italia. Altri sono stati riscoperti solo dopo la morte, come l’inglese Nick Drake. In tempi più recenti abbiamo apprezzato artisti facenti parte del movimento new folk negli Stati Uniti… Ci piace l’idea di far parte di una schiera di gente che scrive musica che ha a che fare prima con la poesia e poi secondariamente con la corrente elettrica.\r\n\r\nIn Rugby di periferia usate la metafora dello sport per parlare di aggregazione e di solidarietà. “Insieme resisteremo, divisi cadremo”, lo dicevano anche i Pink Floyd in The Wall. Perché alla fine però vince sempre l’individualismo?\r\nL’affermazione secondo la quale è l’individualismo a vincere sempre potrebbe sembrare un luogo comune confrontata con l’evidenza che il nostro è un Paese in cui tantissime persone sono impegnate nel prestare gratuitamente servizio al prossimo. Ci riferiamo alla fitta rete di associazioni di volontariato che si occupano di sociale, protezione dell’ambiente, sport… Tuttavia ragionare in termini di collettività non è facile, noi che siamo una band conosciamo bene l’impegno che richiede il confronto costruttivo e la tensione alla comprensione reciproca. Creare un’unione tra diverse individualità costa fatica, ma abbiamo imparato che le cose veramente preziose non sono mai facili, richiedono sacrificio.\r\n\r\nIn Foresto casa mia, pezzo che chiude il disco, fate delle riflessioni molto amare come, per esempio, “con le sbarre alle finestre non so se sono al sicuro o in prigione”. Secondo voi, perché il nostro paese è ancora così chiuso davanti alla prospettiva della condivisione della propria appartenenza e all’accettazione di altre culture?\r\nSinceramente questo brano non vuole essere una denuncia; è vero, esiste un atteggiamento di chiusura ma esistono nel nostro paese anche esempi splendidi e coraggiosi di inclusione e di apertura. È un problema molto complesso, ce ne siamo resi conto collaborando con Andrea Segre in questi anni, e non abbiamo la pretesa di avere soluzioni semplici. Piuttosto il brano vuole incitare a non avere paura, a scoprire uno stare insieme, tutti quanti. L’idea è quella di rovesciare la questione identitaria che è stata tanto cavalcata dalla politica specialmente nelle nostre zone, sottolineando come vedere noi stessi e il nostro paese attraverso gli occhi degli altri, dei ‘foresti’, ci possa aiutare a riscoprirlo e a riscoprirci, a rimetterci in discussione in maniera costruttiva come chi viaggia è costretto a fare continuamente; e poi che bella parola la parola ‘foresto’, forestiero, con questa idea di attraversare un bosco per arrivare finalmente alla propria destinazione.\r\n\r\nChe cosa vi fa decidere di utilizzare il dialetto veneto per un particolare testo?\r\nIl dialetto qui in veneto è una cosa strana, per la nostra generazione è ancora la prima lingua, le parole ‘fonde’ imparate dai nonni quando eravamo bambini, l’eco di un mondo magico, una lingua che rimane attaccata strettamente alle cose, che suscita connessioni indescrivibili in italiano. Qualcuno diceva infatti: certe cose succedono solo in dialetto. Per questo a volte permette di esprimere dei pensieri in maniera piu’ diretta, apparentemente meno sofisticata, piu’ onesta. In conclusione per noi si parte proprio dal tipo di messaggio, di storia che il testo deve contenere, e se è una storia che viene più naturale in dialetto siamo felici di assecondarla.\r\n\r\nOsteria all’Antico Termine è uno dei brani più suggestivi del disco. Raccontate di un re d’Italia, che rappresenta il potere, completamente indifferente alle sofferenze degli uomini semplici che andavano morire al confine, durante la Prima Guerra Mondiale. C’è qualche metafora con l’attualità in questo testo?\r\nLe guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure soltanto dalla gente, e tanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne. …Sono parole di Ernest Hemingway, che della guerra poteva parlare a ragion veduta; e anche di Nordest, alla luce del fatto che è venuto sin da Oak Park, Illinois, per farsi impallinare a Fossalta di Piave un giorno di luglio del 1918. Una cosa è sicura: nelle guerre moderne non si sono mai visti combattere in prima linea re, capi religiosi, ministri, lobbisti.\r\n\r\nIntervista di: Antonio Farinola

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