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Marco Corrao, l’intervista

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Dalla Sicilia terra di origine la sua musica attinge a piene mani dal blues americano e dalla roots music.  L’attività di musicista lo ha portato a viaggiare molto in Italia ed in Europa, dall’Inghilterra, alla Svizzera, dall’Austria alla Svezia e Danimarca. L’abbiamo incontrato per conoscere meglio il suo modo di fare musica.\r\n\r\n \r\n\r\nIn che modo l’autobiografia è entrata nel tuo primo disco di inediti?\r\nBeh, tutto è avvenuto nel modo più naturale possibile. Ho sempre scritto storie. Storie che riguardano il mio vissuto; nulla di più che un punto di vista come tanti altri. L’espressione personale in musica è quella che mi si confà maggiormente. Non è stato difficile.\r\n\r\nQuanto la tua terra entra nel tuo narrare musicale?\r\nTanto, decisamente. Alla base di tutto c’è la mia terra, la Sicilia. Contrasti infiniti, amore e odio, terra di antica cultura e di moderna bieca ignoranza, immensa civiltà latente e forte inciviltà espressa. Insomma un melange di emozioni positive e negative che ti avvolgono in un amore spropositato, ricambiato, ed un forte sentimento di rabbia per tutto ciò che non funziona. Questo grande contrasto dà vita ad un “BLUES” insito nei siciliani, grosso quanto tutto il continente americano. Ed è solo un’isola!\r\n\r\nEsiste un filo rosso, una narrazione che vuoi porgere a chi ti ascolta?\r\nÈ una bella domanda ma non saprei proprio rispondere. Non credo di averci mai pensato. Probabilmente se esiste è lì ma non sono stato io, in maniera conscia, ad aver tessuto un filo rosso od una narrazione tra le canzoni. Per il prossimo lavoro cercherò di fare attenzione a questa cosa. Magari ne riparleremo.\r\n\r\nC’è distanza tra quello che ti piace ascoltare e quello che scrivi e suoni?\r\nNessuna. Ho smesso tanto tempo fa di suonare quello che non mi piace ascoltare. Ci sono canzoni che ho scritto 10 anni fa e che non suono più. In realtà ne ricordo una in particolare che mi chiedono sempre quando suono dalle mie parti e che non voglio mai suonare ma alla fine quel pizzico di vanità che ha sede in tutti noi, mi fa cedere, chi cci’ pozzu fari?\r\n\r\nSe e quanto l’esperienza fuori dai confini patri è entrata nel disco?\r\nSi, sicuramente l’esperienza estera ha fatto parte del percorso che mi ha portato a scrivere “Storto” in un certo qual modo, non è stata decisiva però.\r\n\r\nCosa invece è rimasto fuori?\r\nÈ rimasto fuori troppo poco. C’è ancora tanto da snellire. Intendo che dopo aver registrato il disco e dopo averlo volutamente buttato sul mercato senza ascoltarlo nemmeno una volta per intero, mi sono reso conto che c’è ancora troppa influenza musicale standardizzata dentro al disco. Troppa per i miei gusti. Ma sono convinto che sia importante sbagliare. Sono cresciuto sbagliando. Continuerò a farlo con tutta l’incoscienza e la curiosità del caso.\r\nDove ti porterà questo viaggio musicale?\r\nSpero proprio qui dove mi trovo adesso, con la mia casa, le mie abitudini maledette, la mia famiglia, la mia futura moglie, i miei amici, magari qualche soldo in più! L’aperitivo con il vinello in bottega. Cose semplici ma importantissime per l’equilibrio generale delle cose.\r\n\r\n \r\n\r\nIntervista di: Matilde Alfieri

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