C’è un istante preciso in cui il tempo del mondo si arresta e la grammatica della nostra esistenza cambia per sempre. È il momento in cui l’ultimo genitore se ne va. Le verità provvisorie di Carmen Pellegrino (Solferino) si apre con la frattura definitiva: la morte improvvisa del padre della protagonista, arrivata a saldare un lutto non ancora elaborato, quello della madre. Quando anche la seconda radice viene meno, l’albero della nostra storia resta scoperto, esposto ai venti dell’incertezza. Senza più genitori, i ritmi quotidiani sfaldano, le abitudini crollano e ci si ritrova d’improvviso spogliati, chiamati a ridefinire un’identità che fino ad allora riposava sulla certezza di essere figli.
Ma come ci si ricostruisce quando le fondamenta sono andate in macerie?
Pellegrino ci dimostra che l’unico modo per trovarsi è imparare a raccogliere tutti i frammenti del nostro sé, quelli sparsi nel tempo e negli strappi della memoria. La risposta di questo toccante memoir non risiede in risposte definitive — giacché ogni verità terrena è, appunto, provvisoria —, ma nella salvifica presenza della letteratura. Libri, versi e diari diventano interlocutori silenziosi ma potenti, capaci di medicare le ferite più profonde, riempire i vuoti del dolore e dare voce ai silenzi dell’anima.
Particolarmente potente è l’espediente narrativo con cui l’autrice intreccia pagine di diario proprie con le testimonianze e gli appunti di altre anime, fino a trasformare l’esperienza del lutto individuale in una ricerca e testimonianza condivisa. Ma quando comincia davvero a essere “scrivibile” una vita? Mai dall’inizio, perché la vita si fa parola sempre nel mezzo dell’attraversamento, sulle soglie del cambiamento o dell’assenza.
La scrittura di Pellegrino si configura così come una scrittura di soglia: una pratica d’emergenza che nasce senza l’ambizione del futuro o della celebrazione, ma spinta dal puro e viscerale bisogno di chi la compie. È l’atto disperato e bellissimo di tenersi in vita. Perché, anche quando siamo adulti e autosufficienti, dentro rimaniamo sempre figli. E la pagina scritta diventa un santuario al riparo dal mondo, un luogo sospeso in cui si possono nominare ancora una volta coloro che ci hanno lasciato. Perché finché continuiamo a pronouncing i loro nomi, a scriverli, loro non smettono di esistere.
Le verità provvisorie è un libro che insegna la delicata arte del perdono di sé. Scrivere per non “sparpagliarsi”, per ricomporre il macerato personale e accettare la nostra inevitabile frammentarietà, è la strada per riscoprire che la vita, pur attraverso le sue crepe, sa rivelarsi ostinatamente più forte di ogni fine.
Un’opera necessaria, un balsamo di carta che tende la mano alle nostre solitudini e ci ricorda che nella parola c’è sempre una possibilità di salvezza.










