Alla Casa del Cinema di Roma, dal 18 al 20 settembre, la Festa del Cinema Bulgaro taglia il traguardo della sua XIX edizione con un programma che, guardato con un minimo di attenzione, racconta più di quanto dichiari. Dei cinque titoli selezionati dall’Istituto Bulgaro di Cultura, quattro portano la firma di una regista: Yana Titova, Tatyana Pandurska, Ralitsa Dimitrova, Zornitsa Sofia. L’unico film diretto da un uomo, Sylvie Vartan. Per amore di Georgi Toshev, è un documentario che restituisce sedici anni di lavoro attorno a una donna, l’icona musicale nata a Iskretz e diventata francese per scelta ma bulgara per radice mai recisa. Non è un dettaglio da caselle da spuntare: è la prova, semmai, che quando la parola passa senza filtri a chi ha qualcosa da dire, il risultato non si organizza per genere ma per sguardo.
Non è un caso da leggere in chiave di quote, ed è bene dirlo subito per evitare l’equivoco più comodo: il programma di quest’anno non nasce da un conteggio ma da un’oscillazione di registri che è essa stessa la cifra della cinematografia bulgara contemporanea, capace di muoversi dalla commedia al grottesco, dal documentario intimo al dramma sociale, senza mai ripetersi. È semmai il contrario del discorso sulle quote: quando le occasioni di raccontare sono aperte a chiunque abbia una storia da mettere a fuoco, la creatività smette di avere un colore assegnato, non è rosa né azzurra, è semplicemente quella di ciascun autore.
Ad aprire la rassegna, venerdì 18 alle 20.30, è Brunch per principianti di Yana Titova, commedia sull’ossessione per l’apparenza che in Bulgaria è già stata tra i titoli più visti dell’anno. Titova non è una scoperta di quest’edizione: la Festa l’aveva già portata a Roma con Diada, un film bello e crudo su un’adolescenza complicata, che restava addosso per la sua onestà nel non addolcire nulla. Ritrovarla ora in un registro completamente diverso, leggero e tagliente, dice qualcosa che vale la pena sottolineare: la stessa autrice può cambiare tono, genere, ritmo, senza che nessuno le chieda di restare dentro un’etichetta.
Il fine settimana prosegue sabato con due titoli che si rispondono da lontano. Alle 18.00 Sylvie Vartan. Per amore di Georgi Toshev, costruito in sedici anni e presentato a CineLibri 2025 alla presenza della stessa Vartan, ricostruisce l’ascesa della cantante, l’incontro con i Beatles, la relazione con Johnny Hallyday, la carriera francese, insistendo sul filo mai spezzato con le origini bulgare. È un ritratto che tratta la sua protagonista con lo sguardo di chi ammette, per la prima volta in una carriera di oltre cinquanta documentari, di avere una componente personale da raccontare. Alle 20.00 segue Fragole selvatiche di Tatyana Pandurska, esordio nella finzione dopo una carriera nel documentario: la storia di un’architetta di New York che eredita la casa di una nonna mai conosciuta sui Monti Rodopi, e che nel tentativo di liberarsene ritrova invece un legame con le proprie radici. È anche l’ultima interpretazione di Kiril Kavadarkov, scomparso nell’agosto 2025.
Domenica chiude il programma con due film che si tengono per mano attorno al tema dell’eredità che si accetta o si rifiuta. Alle 18.00 La vita è spaventosa eppure molto bella di Ralitsa Dimitrova recupera la figura di Penka Kasabova, la donna rimasta nell’ombra della carriera del basso Boris Hristov, restituendole attraverso lettere e ricordi un ruolo che la storia ufficiale le aveva negato. Alle 20.00 3.0 chilogrammi di felicità di Zornitsa Sofia affronta, con un dramma familiare ispirato a un caso reale, la gestazione per altri dentro la stessa famiglia, e lo fa senza mediazioni consolatorie.
Cinque film, dunque, che non hanno bisogno di essere raccontati come “cinema al femminile” per essere riconosciuti nella loro qualità. Bastano loro stessi, e il fatto che a deciderne la sorte, quest’anno come sempre, sia stata soltanto la storia che avevano da raccontare.










