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In libreria Il tempo dei semplici di Luigi Nacci

In libreria Il tempo dei semplici di Luigi Nacci Feltrinelli Editore

C’è una domanda, radicata e scomoda, che attraversa sottotraccia l’intera architettura di questo romanzo: fino a quando si rimane figli? Esiste un punto di non ritorno, una soglia invisibile oltre la quale i ruoli si invertono e ci si ritrova ad armeggiare, spesso senza alcuna preparazione, con la necessità del prendersi cura. È questa incapacità strutturale, questa goffaggine dell’amore filiale, il cuore di Il tempo dei semplici di Luigi Nacci.

È un viaggio a ritroso nel tempo, una conta spietata e dolcissima del tempo della cura. L’autore lo mette a nudo con una frase che resta impressa nella pelle: “ora che sono vecchi sto aprendo ad amarli come meritano. Non sono ancora morti ma mi mancano terribilmente”. È la nostalgia anticipata, il dolore preventivo per un addio che non si è mai pronti ad pronunciare. Nacci decide di affrontare due degli ultimi grandi tabù della nostra epoca – la vecchiaia e la malattia – svestendoli di ogni patina consolatoria per restituirne l’epopea quotidiana.

A fare da scenografia a questo lento commiato non è la Trieste elegante, asburgica e mitteleuropea dei caffè letterari e di Svevo, ma una Trieste di periferia, marginale, operaia, fatta di persone abituate ad aggiustare le cose con le mani piuttosto che con le parole. A questa geografia del Nord sbieco si contrappone un Sud nostalgico e ancestrale: il luogo delle radici dove “andare Giù” non è solo un viaggio geografico, ma un ritorno a uno spazio in cui il tempo scorre con un’altra frequenza, un grembo materno dove la cura è ancora possibile, da cui fuggire e a cui inevitabilmente ritornare.

Attraverso una prosa essenziale, affilata, volutamente tagliente e necessaria, Nacci costruisce un compendio sui saluti e su ciò che conta davvero quando le sovrastrutture crollano. I genitori non sono figure idealizzate, ma corpi che invecchiano, gesti che si inceppano, oggetti che si rompono senza che nessuno li ripari più. Eppure, proprio dentro quella fragilità, il figlio impara a riconoscere l’essenziale. Il tempo dei semplici non cerca la commozione facile; è piuttosto un testo sulla resa felice alla memoria, una mappa per orientarsi nel crepuscolo di chi ci ha dato la vita e una riflessione profonda su cosa resti quando tutto il resto svanisce.

Elena Torre

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