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Franco Moretti direttore artistico del Premio Internazionale Enrico Caruso

Un concorso di canto lirico nato per valorizzare i giovani talenti internazionali nel borgo che custodisce le radici familiari del più celebre tenore della storia: è il Premio Internazionale “Enrico Caruso”, la nuova iniziativa promossa dal Comune di Piedimonte Matese nell’ambito della V edizione del festival Le radici della voce.

In programma dal 28 al 30 agosto 2026, il concorso si distingue nel panorama internazionale per l’iscrizione completamente gratuita, l’apertura a tutte le vocalità e un importante montepremi complessivo di 14.000 euro. Tra i riconoscimenti principali spiccano il Primo Premio Assoluto di 6.000 euro, il Secondo Premio di 3.000 euro, il Terzo Premio di 2.000 euro e il Premio Speciale “Canzone Napoletana” di 1.000 euro. A questi si aggiunge l’esclusivo Premio Speciale “Enrico Caruso” di 2.000 euro, un riconoscimento dal forte valore simbolico assegnato in autonomia dal discendente del tenore presente in commissione per premiarne l’autentico calore timbrico e la generosità interpretativa.

A coronare l’evento, una giuria di altissimo profilo composta da direttori e sovrintendenti dei più prestigiosi teatri d’opera italiani ed esteri e il Concerto di Gala finale con orchestra del 30 agosto.

Ne abbiamo parlato con il Direttore Artistico del concorso, Franco Moretti, per scoprire da vicino la visione, le opportunità e lo spirito di questa prima attesissima edizione.

1.Il Premio Internazionale “Enrico Caruso” nasce a Piedimonte Matese, borgo legato alle radici familiari del leggendario tenore. Quanto conta oggi restituire una dimensione territoriale e identitaria a un mito della lirica di questa portata?

Conta moltissimo, e per una ragione che va oltre l’orgoglio municipale. Caruso è stato il primo artista veramente globale della storia: la sua voce è la prima ad essere stata sottratta al luogo e al tempo dell’esecuzione, incisa su cera e spedita ovunque. È il mito di una voce senza territorio, per definizione. Restituirgli un radicamento non significa dunque rimpicciolirlo, ma compiere un’operazione di verità: ricordare che quella voce non è nata dal nulla tecnologico del grammofono, bensì da una vicenda familiare, da una lingua, da una geografia precisa. Le radici paterne dei Caruso appartengono a questa terra matesina, e nel nome stesso della rassegna che ci ospita — «Le Radici della Voce», giunta alla sua quinta edizione grazie alla visione di Guido Civitillo e dei suoi fratelli — c’è già l’intuizione che stiamo portando a compimento.

C’è poi una questione di giustizia culturale. I grandi nomi della lirica vengono normalmente celebrati nei luoghi del loro trionfo, mai in quelli della loro provenienza: si commemora il divo, non l’uomo che è diventato divo. Un borgo dell’Alto Casertano che si assume l’onere di un premio internazionale sta dicendo che il patrimonio operistico non è proprietà esclusiva delle capitali. Pavese lo scriveva con una nettezza che non ho mai saputo migliorare: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via» (La luna e i falò, 1950). Caruso se n’è andato lontanissimo. Proprio per questo il paese gli serviva.

2. Oltre al prestigio storico, il concorso si distingue per scelte molto concrete: iscrizione gratuita, apertura a tutte le vocalità e un montepremi importante. Qual è la visione artistica alla base di questa impostazione così inclusiva?

La gratuità dell’iscrizione non è un gesto promozionale: è una scelta di politica artistica, e va detto con franchezza. La quota d’iscrizione è un filtro che non seleziona il talento, ma il censo. In un circuito concorsuale dove le tasse cumulative di una stagione possono superare il costo di un anno di studio, chiedere denaro a un giovane cantante significa selezionare in anticipo chi può permettersi di provarci. Noi abbiamo preferito che l’unico criterio selettivo fosse la Commissione. Vale la pena ricordare, tra l’altro, che Caruso stesso era figlio di un operaio meccanico e non conseguì mai un diploma di canto — titolo che del resto, nell’ordinamento italiano, non ha mai avuto natura abilitante. Un premio a lui intitolato che sbarrasse la strada per ragioni economiche o di certificazione formale sarebbe una contraddizione in termini.

L’apertura a tutte le vocalità risponde a una diagnosi analoga. Il mercato concorsuale tende a premiare le tipologie più immediatamente spendibili, e finisce per impoverire proprio i registri gravi, quelli che maturano più tardi e più lentamente. Per questo abbiamo costruito limiti d’età graduati per registro — trentaquattro anni per soprani e controtenori, trentasei per mezzosoprani, contralti, tenori e baritoni, trentotto per i bassi: non una concessione, ma un’onestà fisiologica. Il montepremi, infine, va inteso nella stessa logica: non un trofeo, ma uno strumento di lavoro, perché a un giovane cantante servono mesi di studio, spartiti, viaggi, un’audizione raggiunta senza contare i centesimi.

3.Per la prima edizione è stata annunciata una giuria di altissimo profilo, con direttori artistici e sovrintendenti di grandi teatri italiani ed esteri. Che segnale vuole dare il Premio al mondo della lirica con una commissione di questo livello?

Il segnale è deliberato e vorrei fosse letto con precisione: non abbiamo composto una giuria di celebrità, ma una giuria di decisori. Nicola Colabianchi è Sovrintendente e Direttore artistico della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia; Federico Pupo è Direttore artistico della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova; Simon Krečič è Direttore artistico e musicale dell’Opera del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor; Fulvio Artiano dirige il Conservatorio «Giuseppe Martucci» di Salerno. Sono, cioè, le persone che costruiscono le stagioni e che formano i cantanti. Chi canta davanti a loro non canta davanti a un giudizio astratto: canta davanti al mondo che potrebbe assumerlo. È l’unico modo perché un concorso non si esaurisca nella propria premiazione.

Vi è poi una consonanza che considero il vero centro simbolico di questa prima edizione. Colabianchi è uno dei maggiori conoscitori italiani di fonografia vocale storica, con circa centoventi trasmissioni realizzate per RAI International dedicate proprio a quel patrimonio. Che a presiedere idealmente l’ascolto sia chi ha passato anni a decifrare le incisioni dei grandi del Novecento, in un premio dedicato all’uomo che quel patrimonio ha inaugurato, non è una coincidenza: è la struttura stessa del progetto. Accanto a loro siede, quale membro honoris causa, Enrico Caruso Junior, pronipote e omonimo del tenore e componente del Comitato nazionale del Ministero della Cultura. La sua presenza aggiunge alla competenza tecnica ciò che nessuna competenza può fornire: la continuità di un nome.

4. Nel programma dei partecipanti figurano un’aria del repertorio carusiano, una a libera scelta e una canzone napoletana per la sezione speciale. In che modo questa combinazione misura il vero talento e la versatilità di un giovane cantante?

Ciascuna delle tre prove misura una facoltà diversa, e nessuna delle tre può essere simulata. L’aria del repertorio carusiano — attinta dal corpus discografico documentato fra il 1902 e il 1920 — mette il candidato in una posizione di rischio inconsueto, perché il termine di paragone esiste, è inciso, è verificabile da chiunque. Non chiediamo un’imitazione, che sarebbe artisticamente inerte; chiediamo di confrontarsi con una lettura storicamente accertata e di avere qualcosa da dire in più. Verdi scriveva a Francesco Florimo, nel gennaio del 1871, che occorreva tornare all’antico «e sarà un progresso»: la frase descrive esattamente ciò che ci attendiamo.

L’aria a libera scelta misura invece la conoscenza di sé, che è la virtù più rara nei cantanti giovani. La scelta è l’esame: dimmi cosa porti e ti dirò se hai capito che strumento possiedi. Ho ascoltato carriere compromesse non da un difetto tecnico, ma da un errore di autovalutazione ripetuto per dieci anni.

La canzone napoletana della sezione speciale — attinta al repertorio inciso da Caruso fra il 1909 e il 1920 — è, contrariamente a quanto si crede, la prova più difficile. Non c’è orchestrazione che nasconda, non c’è tessitura che imponga rispetto: c’è solo la parola, la dizione, il fraseggio, e la capacità di essere semplici senza essere generici. «Tu ca nun chiagne» di Bovio e De Curtis, che Caruso incise il 16 settembre 1915, smaschera un cantante in trentadue battute. Chi supera le tre prove non è semplicemente versatile: è un artista che sa dove si trova.

5. Con la serata finale accompagnata dall’Istituzione Sinfonica Abruzzese e la partecipazione di Enrico Caruso Junior, quale messaggio spera che il pubblico e i giovani artisti portino a casa da questa prima edizione?

Vorrei che i giovani artisti portassero a casa, anzitutto, un’esperienza professionale e non celebrativa. Cantare accompagnati dall’Istituzione Sinfonica Abruzzese, con quarantasei professori d’orchestra sotto la direzione del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli e accanto a un interprete affermato come Vincenzo Costanzo, significa attraversare il passaggio che separa lo studio dal mestiere. Si impara a cantare con un’orchestra soltanto cantando con un’orchestra: nessun pianoforte, per quanto eccellente, insegna la respirazione di un tutti sinfonico. Per molti dei nostri ammessi sarà la prima volta, e sarà la sera che ricorderanno.

Al pubblico vorrei invece consegnare un’idea meno ovvia: che l’opera non è un lusso importato, ma una forma di autocoscienza collettiva, e che un borgo può esserne custode a pieno titolo. Quando Enrico Caruso Junior consegnerà il Premio Speciale intitolato al suo avo, avremo davanti agli occhi una genealogia in atto — una trasmissione che passa da una mano all’altra, in una piazza, davanti a chi è nato qui.

Rilke, davanti a un torso antico privo di volto, concludeva che non c’è punto dal quale non si sia guardati, e ne traeva un imperativo: Du mußt dein Leben ändern, devi cambiare la tua vita (Der neue Gedichte anderer Teil, 1908). È ciò che una voce fa, quando è vera. Se una sola sera del prossimo agosto qualcuno tornerà a casa con quella sensazione, questa prima edizione avrà raggiunto il suo scopo.

Franco Moretti
Direttore Artistico e del Progetto

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