Scrivere significa spesso abitare una sospensione. Lo sa bene Egle Corsani, la scrittrice protagonista di Carissimo dottor Jung, l’ultimo e denso romanzo di Sandra Petrignani. Seduta nella veranda della sua nuova casa romana, Egle vive un momento di profonda solitudine; il suo stesso esistere sembra fluttuare, fermo e in attesa, esattamente come il libro che sta faticosamente cercando di portare a termine. Un libro incentrato su Carl Gustav Jung, colto nell’autunno della sua esistenza, quando a ottantaquattro anni accetta di incontrare nuovamente Christiana Morgan, la tormentata “Lady Morgana” che fu sua paziente e seguace negli anni Venti.
La scrittura di Petrignani si insinua in questa stesura parallela, offrendo una visione privilegiata e intima che scardina la rigidità della biografia ufficiale per addentrarsi nei territori dell’inconscio. Raccontare gli ultimi tempi dello psichiatra diventa così il pretesto perfetto per compiere continue e affascinanti incursioni nel passato, riavvolgendo il nastro della sua memoria fino a toccare i giorni della giovinezza e i frammenti lontani dell’infanzia. È la vecchiaia a farsi cardine narrativo: non come un mero traguardo biologico o un lento spegnersi, ma come un’insperata possibilità – forse l’unica reale – di rileggere il vissuto, di rimettere ordine tra le luci e le ombre di un’intera esistenza.
In questo scorrere del tempo, l’acqua emerge come il simbolo archetipico più potente e come luogo d’elezione. C’è un legame fluido che unisce il Tevere, che Egle osserva scorrere oltre la propria finestra, e le acque del lago di Zurigo, su cui si affacciano la casa di Küsnacht e la torre di Bollingen dove Jung si rifugiava. L’acqua si fa specchio liquido della coscienza, un elemento in cui i sogni – inafferrabili per definizione, eppure capaci di mostrarsi incredibilmente concreti e presenti nella nostra quotidianità – trovano una loro cittadinanza. Accanto ai protagonisti si muove poi la presenza dei gatti: creature silenziose e necessarie, che popolano i confini della percezione come custodi discreti di segreti non detti.
Petrignani in Carissimo dottor Yung ci ricorda che anche le case hanno un peso specifico nell’economia dell’anima. I luoghi raccontano storie, le pareti trattengono i respiri e gli oggetti non sono mai semplici suppellettili, ma simboli parlanti, portatori sani di una memoria storica ed emotiva che attende solo di essere decifrata. Ne emerge un romanzo rarefatto e profondo, che non celebra il mito del grande psicoanalista, ma ne indaga l’umana fallibilità. Una lettura capace di muoversi su due piani temporali con naturalezza, lasciando al lettore una sottile malinconia e la netta sensazione che, per comprendere chi siamo, sia sempre necessario guardare dentro i nostri specchi d’acqua.
Elena Torre










