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Conosciamo meglio Lorenzo Leoni

Lorenzo Leoni, classe 1972, nato e cresciuto a Firenze nasce alla pubblicazione con il romanzo storico ma sperimenta anche negli ambiti del fantastico e del racconto di formazione.

Sturando un serbatoio di aneddoti accumulati in anni di attività nella rievocazione storica, ha dato vita a un filone di romanzi sulle gesta delle Bande Nere di Giovanni de’ Medici, nello scenario del Rinascimento italiano del primo XVI secolo, per poi dare voce ad altri personaggi in contesti completamente differenti.

Fa parte del collettivo Sodalizio Wordsmith, in seno al quale è tutt’ora attivo.

È voce narrante e referente dell’omonimo canale YouTube tramite il quale “fa passare la voglia di vedere film storici”.

  1. Lorenzo, dici di essere un “ricercatore laico”, cosa intendi?

Il fatto è che mi sono accostato e appassionato al mondo della ricerca in ambito storico piuttosto tardi, quando già lavoravo e non avrei potuto intraprendere un percorso accademico; pertanto ho cercato di acquisire una visione della metodologia di studio, ma non ho un titolo universitario da appuntarmi sul curriculum.

La percezione contemporanea del passato, della storia e della storiografia, è sempre viziata dal filtro dell’epoca presente e schiacciata dal grandangolo prospettico: è difficile considerare che persone vissute secoli fa avessero schemi psicologici e valoriali completamente diversi dagli attuali, che le loro scelte siano state dettate da pulsioni da un lato umane e condivisibili, dall’altro culturali e perciò difficili da comprendere; il passato rischia sempre di apparirci compresso in insiemi sempre più omogenei più si va indietro nel tempo: diciamo “medioevo” come dire “gli anni settanta”, dove il primo è un millennio estremamente variegato e frammentato in ogni località d’Europa, mentre l’altro è un decennio globalmente connesso.

Il prurito che mi porta a scrivere romanzo storico viene proprio da questi studi “laici” che mi fannno balzare agli occhi dettagli da condividere, aneddoti da raccontare, pieghe delle cronache che vogliono essere scritte con il linguaggio di oggi per farsi conoscere di nuovo. Sono soddisfatto ogni volta che riesco a raddrizzare una percezione errata, a sfatare un mito sul passato, a rimettere in prospettiva gli eventi e a dare voce a personaggi rimasti nascosti tra le pagine di un epistolario.

  • Quale è il tuo percorso come autore? Hai mai pensato di pubblicare con un editore invece che restare nell’autopubblicazione?

Ho iniziato a scrivere piuttosto tardi, ma non troppo, come mi piace pensare. Credo che uno scrittore debba essere prima un grosso lettore, farsi le ossa sui classici e sui contemporanei, maturare un senso critico che gli consenta di non scrivere spazzatura. Nonostante avessi l’abitudine di fissare con frasi di senso compiuto quanto mi potesse passare per la testa, non avevo considerato la possibilità di pubblicare finché non me la propose un amico, a sua volta autore, cui avevo passato qualche cosa di mio.

Feci la mia esperienza con una piccola casa editrice e con quel mondo. Sarà per positivismo, ma mi ci vollero tre libri per rendermi conto che quella non era la via che credevo: finivo per pubblicare con tempi non controllabili e spendevo per farlo più di quanto servisse.

Il self publishing è il mio veicolo ideale: ho la piena responsabilità di quello che mando in stampa, il pieno controllo di tempi e contenuti; non ci guadagno nulla, ma nemmeno c’è qualcun altro che lo fa sul mio lavoro e la mia passione.

Devo ringraziare proprio la negligenza del mio vecchio editore, il quale non aveva la forza di accostarmi nel necessario lavoro di revisione, per aver avuto l’idea di coinvolgere Simone Cicali, e da lì di formare il Sodalizio Wordsmith.

Conoscevo Simone da anni, ma non avevamo una frequentazione regolare. Avendo diversi ambiti in comune, partecipai al suo matrimonio e fu proprio quello a farmi rammentare di lui quando cercavo un revisore per i miei scritti: assieme ai confetti, Simone e Debora non distribuirono bomboniere di porcellana o di peltro, bensì diedero a ciascun invitato un libro dai loro scaffali con una dedica personale. Chi meglio di un nerd bibliofilo poteva avere l’ardire di imbarcarsi in un simile progetto?

Nel collettivo lavoriamo a specchio: quello che uno scrive viene spulciato dall’altro, con un metodo che abbiamo affinato nel corso degli anni studiando ciascuno sia le tecniche di editing che i fondamenti della letteratura. Attualmente siamo molto soddisfatti dei risultati che otteniamo: a prescindere dal contenuto, sappiamo di avere una forma migliore di molti prodotti commerciali, anche editi da grossi nomi.

Il nome è idea di Simone, la filosofia che portiamo avanti frutto di discussioni e intese.

  • Dopo una lunga serie di romanzi storici rinascimentali, di cappa e spada, gli ultimi due titoli sono completamente differenti. Sperimentazione o un cambio di indirizzo?

Ho esplorato il filone delle Bande Nere finché avevo storie da raccontare e materiale su cui lavorare. Appena ho sentito la fatica di inanellare un ulteriore volume, ho deciso di ascoltare altre ispirazioni per non avvelenarmi la penna da solo.

Voglio molto bene a questi ultimi due romanzi: L’Ulano e il Sassaroli [La bizzarra vicenda di Pietro Sassaroli, scrittore]. Li sento ben riusciti e perfettamente dentro la mia filosofia di raccontare le storie che sento in fondo alla testa.

L’Ulano nacque come romanzo di viaggio ottocentesco, con l’idea di intercettare il favore di un certo tipo di pubblico o, meglio, di intersecare almeno tre tipologie di lettore. Così com’era rimase sei mesi nel cassetto, poi divenne una spy story in ambiente mazziniano e riprese vigore fino al suo compimento.

Ho acquisito e studiato diversi volumi tra saggi contemporanei e documenti dell’epoca, finché non sono stato in grado di sentire la voce dei personaggi storici, di vedere gli ambienti e di appassionarmi a quell’ottocento che fino al mese prima rischiava di sembrarmi decadente e polveroso.

Invece, il Sassaroli nacque per scherzo come racconto satirico e parodistico a proposito del mondo della piccola editoria, poi mi sussurrò che voleva essere ben altro. Sfidando me stesso ho stabilito che dovesse svolgersi non nella mia Firenze ma a Genova, città che conosco meno di quanto merita, e in un momento di cui non sapevo niente se non un sapore di gas light: l’inizio del novecento.

Una Genova fantastica in cui le mille storie di fantasmi sono reali e l’esoterismo ha un’efficacia, che vede Pietro Sassaroli avere un piccolo successo come autore e poi andare in blocco. Disturbando i morti, Pietro costringe un fantasma a scrivere per lui, facendosi di fatto il ghost writer.

Da quel momento, la vicenda si è divincolata dalle intenzioni primeve e si è raccontata in un intreccio che mi ha portato a riflettere sul costo del successo e dell’identità, intersecandosi con un altro filone del fantastico cui già avevo lavorato. Attualmente sto lavorando a un saggio sulla scherma antica, ma già ho nel cassetto delle idee un paio di spunti prepotenti per tornare a romanzare

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