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Lunario dei giorni insonni di Elvira Seminara

C’è un momento preciso in cui la realtà smette di essere un blocco monolitico e si trasforma, per usare le parole stesse dell’autrice, in una palla di vetro con la neve. Basta scuoterla perché il paesaggio perda i suoi contorni rassicuranti e si riveli per quello che è: un insieme di frammenti sospesi sul vuoto. È in questa intercapedine, nella soglia sottile che separa il giorno dalla notte, che si muove Iris, la protagonista di Lunario dei giorni insonni di Elvira Seminara. La soglia, qui, non è una linea di passaggio, ma un vero e proprio luogo autonomo tra due mondi, l’unico spazio in cui l’universo interiore dei protagonisti diventa finalmente esplorabile.

Ad indicare la direzione di questo viaggio, fin dalla prima pagina, ci sono loro: i gatti. Speciali guardiani della soglia, creature che per natura abitano i confini del visibile e che qui si fanno guide silenziose in un territorio dove le regole del giorno non valgono più. Iris vive la notte perché ha un cervello bicomponente e soffre di acufene – o forse, più semplicemente, è il rumore del mondo che le pulsa nelle orecchie con troppa insistenza. Ha un’attitudine innata a fare mappe per ricordare, custodendo i dettagli per proteggerli dal caos. Soprattutto, Iris conosce la lingua segreta degli oggetti, usa alfabeti alternativi. Per lei le cose sono dotate di una volontà propria: quando perdiamo qualcosa non è mai per distrazione, sono gli oggetti stessi che decidono, deliberatamente, di separarsi da noi.

Iris fa liste di tutto, nomina le cose affinché esistano, rendendo sacro ogni frammento di quotidiano anche grazie a un fortissimo legame con la natura. Si interroga persino sul destino dei personaggi dei libri rimasti a metà o mai scritti, condannati a un’eterna e insonne sospensione. I protagonisti di questa storia sono anime neurodivergenti, ognuno a modo proprio, che non hanno paura del vuoto e rifiutano il “buon senso” comune, che spesso altro non è che il buon senso del nulla. L’altro da sé si specchia in utopie geografiche e mentali come Alert, il posto più lontano del pianeta, un non luogo agognato che è al tempo stesso possibile e impossibile, altrove e presente.

Elvira Seminara firma un romanzo impalpabile, rarefatto, che si muove con passo leggero su una materia narrativa che fluttua costantemente. Evitando le trappole del lirismo consolatorio, la prosa asseconda le percezioni amplificate della sua protagonista, restituendoci il vuoto non come una mancanza, ma come uno spazio sacro e vibrante. Una lettura sospesa, che cattura proprio per la sua natura fieramente fuori sincrono.

Elena Torre

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