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“Pop, Rock, Jazz… e non solo” Hugo Race

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Hugo Race and The True Spirit
Starbirth / Stardeath
(Gusstaff Records)

Quindicesimo album coi True Spirit dell’affascinante sperimentatore dell’anticonformismo musicale Hugo Race; ed ennesima prova d’autore e d’innovatore, stavolta con un doppio album che scardina ogni convenzione finendo col sottolineare il potere della musica -un potere che va dal saper denunciare al saper emozionare, dal distruggere le derive all’aprire gli orizzonti- in due modi insieme contrastanti e complementari.

In “Starbirth” infatti Race propone una musica che dice, canzoni anomale ma pur sempre canzoni, con testi forti da songwriting arguto e coraggioso; in “Stardeath” invece, pur seguendo un percorso parallelo a quello dell’altro album (tramite gli stimoli alternativi dati da titoli dei brani simili a quelli di “Starbirth”), il discorso sull’oggi e sull’uomo è declinato da Race e dalla band in musica pura, senza testi, e sprona a riflettere in modo indipendente dal suggerire un argomento o una problematica specifici.

Al centro dunque c’è la musica tout-court, in questa nuova, fascinosissima e frastagliata opera di Race: una musica affrontata fra l’antico della canzone d’autore e il futuro d’un’elettronica aggiornata al 2020; una musica declinata partendo dal blues, passando dal rock, arrivando a una sorta di sperimentalismo futuribile fra disco-trance e classica-contemporanea; una musica coniugata in due maniere uguali e contrarie, l’una che punta forte sul senso dei testi e l’intensità del vestirli e l’altra che approfondisce stati emotivi, percorsi compositivi e spunti di novità sonora, ma entrambe sempre pensate mirando a comunicare.

Ché poi sia comunicare un problema o un sentimento, un’angoscia o un’emozione, un’opportunità di farsi scuotere da parole forti o una possibilità di viaggiare in atmosfere sonore ammalianti e rinvigorenti, sempre musica che “parla” in qualche modo è, quella di Hugo Race. E del suo maiuscolo collettivo nato a Berlino trent’anni fa, alla caduta del Muro, composto da eccellenti strumentisti e diversi, notevoli polistrumentisti (su tutti Russo e Mansy), con l’intento di rinnovare in modo il più possibile aperto e il meno possibile rispettoso -nel senso di “ovvio”- la musica d’un oggi che poi in realtà, dall’89 a ora, si è sempre più omologato.

E in “Starbirth / Stardeath” Race riesce benissimo, a riproporre tale propria dichiarazione d’intenti di trent’anni orsono aggiornandone una coraggiosa declinazione musicale pluripartita ai drammi etici, ambientali, sanitari, politici del 2020; rinvigorendo così il suo percorso certo anomalo, sempre provocatorio in senso alto e intelligente, e sicuramente -ci pare- unico.

“Starbirth”, dodici tracce, è un percorso di songwriting variegato ora ruvido ora carezzevole, ora abrasivo ora meditabondo, ora autorale ora quasi ipnotico, sempre però oltre che vivace e multitasking anche personalissimo e veracemente originale. I brani sussurrano o gridano, ammaliano di rabbia o per sentimento ma sempre pesano parole e contenuti: denunciando una televisione-anticristo in un oggi da grande fratello orwelliano in “Can’t Make This Up” e il virus della menzogna che uccide ogni futuro in “Embryo”, cantando “divisi cadiamo” in “United” o il dramma d’essere tutti sacrificabili in “Expendable”, proponendo risposte d’alto romanticismo in “Where Does It End” o attualissime preghiere gnostiche del IV secolo (per ritrovare dentro noi, maieuticamente, saggezza e conoscenza) in “The Rapture”. Fra i vari gioielli della tracklist musicalmente spiccano la già citata “Embryo”, palpitante e allarmata, stridente e ipnotica, l’alternarsi di florilegi battenti e rallentamenti che squarciano i pensieri di “Only Money”, la tesa ma sospesa, un po’ alla Nick Cave, “Everyday”, la fiera, screziata, “2Dead 2Feel” tra dark e prog e -incisivamente- contro assuefazione ed indifferenza.

In “Stardeath”, sempre dodici tracce, il percorso del disco di cui sopra viene invece riletto provocando un po’ nei titoli, che mutano da “Holy Ghost” a “Hungry Ghost”, da “United” a “Divided”, da “Can’t Make This Up” a “Can’t Make Shit Up”. Ma il centro non sta nella reale o solo adombrata aderenza dei nuovi titoli a sviluppi contenutistici differenti rispetto agli altri (in diversi casi peraltro non c’è neppure corrispondenza presunta), bensì appunto nel cambiare segno per puntare anziché sulle parole su un libero fluire delle emozioni musicali e della ricerca in esse, che ora sviluppando ora cambiando abiti sonori, ora sperimentando ora ampliando gamme timbriche porta avanti senza testi la spinta a pensare a chi siamo: al di là di quello che abbiamo intorno.

E il centro di “Stardeath” si colloca fra “Love Is The Energy”, ammaliante e aperta cavalcata di tastiere inquiete ma con solarità inattese sullo sfondo, e il sinuoso spleen quasi jazzato e molto vintage di “Only Money”. Passando però, quasi a suite, per “Virus Of The Mind”, “Angels Whistleblowin’” e “All We Have Is Love” che sono tutti sviluppi multiformi di “Love Is The Energy”, dentro una sorta di possibile viaggio interiore che prima scuote e turba ancora di più, poi s’apre a una ritrovata energia pur restando inquieto, alfine diviene metafora sonora di compiuta, rinfrescante rinascita.

Gli ultimi brani di “Stardeath”, faccende tipo la quasi ambient “My Little Wars”, le micro-melodie di “Spirale”, i loop di slancio cool quasi fusion di “Etheric Bodies”, mirano invece a una chiusa del progetto più “easy”, per quanto molto sperimentale. E però li si gusta appieno, quali indizi d’un futuro ancora e sempre da approfondire sul piano musicale, proprio nella misura in cui coronano in modo più lieve un lungo viaggio: iniziato con parole pesanti sul mondo dentro una musica moderna quasi “assoluta”, e culminato con tale musica proiettata purissima dentro il pensiero dell’uomo.

Il che non è mica male, per un disco… O no?

Articolo di: Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare, “2Dead 2Feel”
https://www.youtube.com/watch?v=ozSYiA-U06g

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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