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“Pop, Rock, Jazz… e non solo” Aloe Blacc All Love Everything

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Aloe Blacc
All Love Everything
(BMG)

È molto probabile che sull’albero genealogico della musica a stelle e strisce, laddove il soul sconfina fra blues, spiritual e pop d’autore, sia giunto il momento di aggiornare la lista dei grandi. Perché pare proprio che dopo l’immenso Ray Charles, e quel John Legend che è sicuramente uno dei suoi più importanti (e ormai affermati) eredi, ora si possa scrivere che c’è anche Aloe Blacc, sulla scia di questi importantissimi nomi.

Cantautore, interprete, produttore e anche attivista di origini panamensi ma cresciuto in California, Aloe Blacc è infatti artista che richiama alla mente il meglio del linguaggio dei due miti succitati; e lo rinnova ulteriormente non solo -in fondo neppure tantissimo- miscelandolo con sapori centramericani ed eco dei ritmi di laggiù, quanto soprattutto immergendolo nella cruda realtà dell’oggi grazie a testi di pesante e concreto impegno; nonché coniugandolo con un pop-soul cantabile di spessore che a tratti richiama alla mente anche l’eredità vocale d’un altro gigante della black music, più orientato su r’n’b ed easy listening ma di gran pregio, quale il compianto Luther Vandross.

Però Aloe Blacc non va banalizzato fra i paragoni, ché la sua cifra artistica è personale, non solo notevole: e benissimo lo dimostra “All Love Everything”, sua opera seconda a sei anni di distanza da “Lift Your Spirit” che gli valse già una nomination ai Grammy. In questo periodo Blacc è maturato come persona, si è costruito una famiglia, ha avuto un figlio, s’è segnalato più volte per l’esporsi in battaglie sociali e civili: dalle proteste del Black Lives Matter al coinvolgimento attivo nella riflessione sul come uscire anche economicamente dall’emergenza Covid-19, sino alla battaglia per la revisione delle norme sull’inserimento di popolazioni minoritarie nel mondo del lavoro.
E “All Love Everything” conferma che siamo oggi davanti a un artista maturo e attentissimo a quanto lo circonda, capace nei dieci brani del nuovo album di proporre e denunciare temi e storie anche forti, rilanciando al contempo spiritualità vera e spesso spronando a dare senso forte all’agire e al vivere.

“All Love Everything” è difatti un gran bel mix, musicalmente parlando, di colori antichi e spunti moderni, con appunto testi validi ben oltre lo scontato e la marcia in più d’una voce davvero maestosa: che sa sussurrare con intensità come espandersi con vigore, e che Blacc adopera sia donandole spessore cantautorale sia valorizzandone il virtuosismo (specie in sinuosi falsetti). Ma ciò che rende Blacc all’altezza del lascito di Ray Charles o della lezione di Legend è anche il bel senso della misura ch’egli possiede, e che ad esempio gli fa impreziosire più tracce di spazi per la voce pura, per cori a cappella, per melodie “nude” e dunque valorizzate; senza dimenticare la sua capacità di donare a ogni brano del CD -tranne l’ultimo, come leggerete- un sostrato solidissimo di ritmiche magnifiche, profonde, tese, ancestrali nel mood quanto modernissime nel sound.

“All Love Everything” decolla subito con il pop-soul, a tratti sgranato da eco hip-hop, di “Family”, già canto di valori; poi la title track è gustoso mix fra Caraibi, soul e funk, energica quanto elegante, e “Wherever You Go” parte colorandosi di spleen contemporaneo per divenire via via incalzante canto dell’amare delle nuove generazioni. Mentre “Nothing Left But You” è pezzo intrigante, nient’affatto banale sia musicalmente che per la voce, e “Glory Days” su ritmo sincopato e guizzi hip-hop canta l’amore fra intimismo e passione sfruttando al meglio pure una linea melodica semplice quanto accattivante.
Il meglio di sé però Aloe Blacc lo riserva agli altri pezzi del CD. “My Way” è un inno motivazionale dall’abbrivio essenziale, di soul piano e voce, che esplode quasi in un gospel d’oggi; “I Do”, delicata e ammaliante, è un episodio da entertainer d’alto profilo che mostra di Blacc la strepitosa qualità vocale; e la spirituale “Corner” è maiuscolo florilegio di cori, vocalità singola, ritmiche, guizzi pianistici, che rimanda sia al pop che al soul che al gospel dentro un orizzonte in realtà ben compreso di tutti questi generi insieme.

Da segnalare poi, ultima ma nient’affatto ultima, “Hold On Tight”, pop battente con arrangiamento di gusto e notevole impatto: in esso Aloe Blacc invita a vivere davvero, fra cori di tradizione black e una ritmica tostissima di sapor contemporaneo.

E attenzione: che il disco non finisce con questi nove brani. Si chiude anzi mostrando un’altra tinta, della notevole tavolozza autoral-interpretativa dell’artista. Perché “Harvard”, storia vera d’una donna costretta a due lavori per mantenere la famiglia e soprattutto un figlio disabile, è un’elegia dolcissima, chitarra e voce, che nulla c’entra con tutto il resto. Se non per il fatto d’essere ennesimo testo coraggioso e di spessore (anzi è proprio spettacolare, nonché di notevole sensibilità) e perché conferma al cento per canto bravura, e potenzialità, di Blacc.

Il quale è evidente che ha pure la poliedricità fra le proprie armi, e che grazie al cielo si disinteressa di rispondere ad aspettative, tendenze, ovvietà: pur di dire cose importanti, sa invece miscelare i vari aspetti della cultura della black music in più modi, anche rinunciando -se necessario- a quanto è maggiormente comodo o d’impatto. Ed è dunque anche grazie a questo gioiello “extra” di “All Love Everything”, che Aloe Blacc ci convince in modo definitivo d’essere di fronte a un signor autore, a un grandissimo interprete, e ad un degno erede di quel ramo della storia musicale americana che, partendo da Ray Charles, già nell’ultimo decennio ci aveva regalato un John Legend.

Articolo di: Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare: “Hold On Tight”:
https://www.youtube.com/watch?v=nxOAYTd32X8

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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