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“Pop, Rock, Jazz… e non solo” De Sfroos Manicómi

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De Sfroos
Manicómi [25° anniversari-rimasterizzàa]
(My Nina / Misternet / A1 Entertainment)

Iniziava giusto un quarto di secolo fa, la carriera di uno dei cantautori oggi più incisivi, profondi, poetici e sensibili che abbiamo: Davide Van De Sfroos.
Ed iniziava con questo disco ancora godibilissimo, ben suonato e ricco di spunti, dentro una band. Appunto, i De Sfroos. Che erano -e si riuniscono per presentare la rimasterizzazione dell’opera, forse non solo- Davide stesso, Alessandro Frode, Didi Murahia, Lorenzo Mc.Inagranda. Più Teo De Sfris, presente nel CD con tromba ed armonica, e Marcu De La Guasta alias Marco Pollini, di cui si ascoltano nel disco dei fiati davvero strepitosi ed a cui il disco purtroppo però oggi è dedicato, giacché è venuto a mancare in questi anni.

“Manicómi”, che esce molto ben rimasterizzato sia in CD che in cofanetto deluxe autografato comprendente anche la versione doppio LP, è un signor disco: certo qualche ingenuità o taluni brani pleonastici ci sono nel suo percorso (vedi “Kaméll” o “La furmiga”), e del resto è un album di debutto. Ma che debutto: che ancor oggi impressiona e per qualità della band tout-court, e per poliedricità d’ispirazione compositiva, e soprattutto per poeticità nonché attualità dei testi.

I De Sfroos citavano consapevolmente e bravamente il Blues del Delta e le street parade di New Orleans, l’Irlanda e il Perù, i Firlinfeu e l’eredità del folk revival italiano -per tacere di De André o Nick Cave- già dentro un linguaggio però originale, ben preciso e piuttosto compiuto, che poco o nulla concedeva – a differenza dei loro primi live, per essere sinceri – allo strapaese o alla banalizzazione. E ancora oggi dei De Sfroos si apprezzano i magnifici colori dei fiati, citati sopra parlando del compianto Pollini, un gran bel gioco di squadra fra chitarre mandolini e banjo, una genuinità ruvida, appassionata, trascinante; a metà strada fra il folk e il bandistico in senso alto.

Certo poi in “Manicómi” c’è anche Davide Van De Sfroos, ovvero il primo parto del futuro cantautore in solo Davide Bernasconi. E alcune sue cifre si sentono, si colgono, sono già formate e pure ben proposte: che siano le immagini fantasiose o il gusto del sarcasmo, il taglio a volte autoral-melanconico dei brani o la raffinatezza di saper approfondire personaggi, panorami, tematiche lavorando di cesello sulle parole e i loro mille possibili simbolismi.

Del Van De Sfroos che conosciamo oggi, e che presto tornerà in scena da cantautore puro, manca semmai ovviamente la profondità autorale -anche sul piano musicale; ma in compenso, ancora ovviamente, c’è il recupero d’un’energia che nel tempo si è inevitabilmente tramutata in riflessività, dentro un discorso musical-interpretativo meno mosso per quanto più intenso e profondo.

Ma i De Sfroos, al di là di Davide, sono una gran bella faccenda: che merita riscoperta e ascolto. Fra i quindici brani del disco, soprattutto, vi segnaliamo: la title track “Manicómi”, incalzante testo di denuncia sociale con sfumature andine nel finale; “La curiéra”, inno già autorale, divertente, intelligente, commovente, della società dei bar, della piazza, della gente comune; l’acuta, quasi ante litteram, “La frontiera”, detta in godibilissimo country; il gran pezzo d’autore, quasi dylaniano, feroce e sarcastico insieme nonché attualissimo, “Poor’Italia”.

Ma ascoltando le belle atmosfere jazzate di “Zia Luisa”, dietro la goliardia già scorgerete l’attenzione di Van De Sfroos al rispetto degli anziani e della loro memoria; nella boccaccesca e bandistica “Lo sconcio” già ritroverete guizzi di pietas e capacità di ritrarre vita vera; nella vicenda agghiacciante di “Spara Giuvànn!” contro la guerra ascolterete eco di brani futuri su temi forti capaci d’essere graffianti quanto lirici (e pure ballabili); in “Nonu Aspis” vedrete prefigurarsi certe storie noir ed etiche degne del miglior cantautore qui in fieri; e con “Ave Maria”, beh, a parte il reggae vi sembrerà d’essere al cospetto d’una prima “40 pass”: uno dei capolavori massimi degli ultimi anni della scena italiana d’autore, con quella firma di denuncia e pietà, rabbia e spiritualità, sferza e sorriso, che sarà la firma del grande Davide Van De Sfroos.

Qui, con i De Sfroos, Davide Van De Sfroos è dunque già in parte sé stesso: solo fotografato ancora all’inizio, ma pure dentro una band che, obiettivamente, gli dava grande vitalità ed era (è) maiuscola sotto ogni punto di vista.

Articolo di : Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare: “La curiéra”:
https://www.youtube.com/watch?v=DF47pD2rir4

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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