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Conosciamo meglio i No hay problema

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Tre anni dal vostro esordio, cosa è cambiato in voi e nel vostro modo di fare musica e cosa invece avete mantenuto?\r\n\r\nNoi abbiamo avuto tanti cambiamenti, il più importante è stato la maternità di Irene che abbiamo vissuto tutti con grande gioia. Nella nostra musica c’è stata una maturazione che è frutto dei live in giro per l’Italia. Adesso sentiamo di avere un sound nostro ed anche una scrittura più uniforme e riconoscibile. \r\n\r\nLa scelta di spaziare tra gli argomenti con ironia vi ha aiutato o limitato?\r\n\r\nL’ironia ci ha sempre accompagnato. È una chiave di lettura del mondo. Noi viviamo, come tutti, le difficoltà e le brutture, solo che cerchiamo di affrontarle con una risata, a volte piena a volte tra i denti, ma comunque una risata. Finora il pubblico ci ha sempre ringraziato di questo aspetto anche un po’ goliardico. \r\n\r\n12 brani c’è un filo rosso che li unisce?\r\n\r\nIl filo rosso è il cambiamento. Senza premeditazione ci siamo accorti che tutte le canzoni parlavano della voglia di cambiare, di evolversi, di inventarsi nuove strategie o anche solo di accettarsi per quello che si è smettendo di cercare altrove una felicità a portata di mano.\r\n\r\nCome avete scelto il primo singolo La Simbiosi? Quali i motivi per far fare a questo pezzo da apripista?\r\n\r\nLa Simbiosi racconta un incontro passionale, molto “chimico”, tra due persone e della voglia di liberarsi dal desiderio un po’ moralista di dover per forza costruirci attorno una relazione. È il tentativo di non entrare in una simbiosi relazionale, ma in una più istantanea ed istintiva.\r\n\r\nVoi siete tre in cosa vi assomigliate e in cosa differite?\r\n\r\nSiamo tutti molto attivi, impegnati, curiosi, abbiamo molti interessi e questo ci aiuta ad essere aperti e osservare ciò che ci circonda. Per il resto siamo diversissimi, sia musicalmente (gusti, influenze, esperienze musicali fatte) sia umanamente. Abbiamo proprio tre caratteri diversi. Marco è certamente il più burlone e surreale dei tre, a lui dobbiamo molta della nostra allegria.\r\n\r\nDove traete le suggestioni per comporre i pezzi?\r\n\r\nMolti dei testi sono di Lucia, che scrive quasi sempre senza preavviso, colta da un raptus mentre è in motorino o intenta a fare altro, infatti porta sempre con sè un piccolo quadernetto. Irene in questo disco ha scritto il testo di “La parte fragile” che è una rielaborazione di un sogno di Marco durante il tour a Milano. Poi invece le musiche le scriviamo sempre insieme in prova, in forma laboratoriale. A volte si parte da uno spunto melodico, altre da un’idea ritmica, o da una linea di basso.\r\n\r\nCosa vi aspettate da questo disco?\r\n\r\nCi crediamo molto. È un disco che abbiamo curato nei minimi dettagli. Vorremmo poterlo suonare tanto e farlo sentire perché crediamo nel potere che la musica ha sulle persone, di quanto faccia bene. Per questo si chiama “Quando la musica suona”, perché la musica naviga nella vita delle persone e le attraversa, il musicista o l’autore è solo lo strumento comunicativo di questo miracolo. Noi speriamo di portare questa nostra musica ovunque.\r\n\r\n \r\n\r\nIntervista: Lucrezia Monti\r\n\r\n 

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