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Conosciamo meglio Simone Innocenti

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Simone Innocenti è un collega giornalista che si occupa da anni di coronaca nera per il Corriere Fiorentino. Le nostre strade si sono spesso incrociate e con mio grande piacere mai allontanate. Da poco ha pubblicato una raccolta di racconti che ha scritto ascoltando il jazz di Luigi Martinale e la musica dei Gatti Mezzi… Il titolo del libro è Puntazza ledizioni L’Erudita.\r\n\r\n\r\nVale la pena saperne di più ;)\r\n\r\n \r\n\r\nPersone senza scrupolo, amori senza fine e gelosie estreme, religiose sui generis… quale il filo conduttore dei tanti protagonisti che animano le pagine del tuo primo libro?\r\n\r\nUn filo del telefono, mi vorrebbe voglia di dire. È come assistere a una telefonata tra i personaggi, una specie di intercettazione quello che vorrei offrire a chi ha deciso di leggermi. Non c’è nessun indizio che collega una storia a un’altra. E se c’è, allora, sarà il lettore a dirlo. Non so se ci sono riuscito, ma volevo creare una polifonia: timbri diversi per personaggi diversi. Ecco perché Puntazza è un racconto noir ma L’ancora è invece una storia gay, che credo sia delicata: magari è per questo motivo che si è piazzata tra i finalisti del Caffè Corretto, associazione che ha come madrina d’onore Dacia Maraini.\r\n\r\n \r\n\r\nCosa ti ha spinto a dedicarti alla narrativa?\r\n\r\nLuigi Tenco, che è un cantautore che amo molto, ha detto: “Quando sono felice esco”. Per cui quando sono arrabbiato o triste mi metto a scrivere. Ho sempre scritto molto e continuo a scrivere molto.\r\n\r\n \r\n\r\nQuanto e cosa del tuo essere giornalista è entrato nel libro? Possibilità o limite?\r\n\r\nC’è una lezione fondamentale del giornalismo per me: c’è il rigore della parola, della punteggiatura e della scelta stilistica. C’è soprattutto la consapevolezza che ciò che viene scritto, una volta pubblicato, non è più di chi scrive ma di chi legge. Il giornalismo non è mai un limite: io sono un cronista del Corriere Fiorentino e scrivo da una ventina di anni. Il giornalismo è, in questo senso, una sorta di passepartout simile alla letteratura: ti consente di frequentare situazioni e ambienti diversi.\r\n\r\n \r\n\r\nOccuparti di cronaca nera ti è stato utile o ti ha condizionato?\r\n\r\nLa cronaca nera è un mastino che ti morde alle caviglia. È una bestia paurosa, che lascia ferite. Perché quando sei chiamato per lavoro a raccontare le bare bianche che contengono i bambini morti in tragedia la tua percezione della realtà non è più la stessa. È una cosa che non vorresti ti condizionasse e dalla quale scientemente non ti fai condizionare, ma ci devi fare i conti con certi immagini forti; con certe immagini di dolore.\r\n\r\n \r\n\r\nQuanto peso ha l’ironia?\r\n\r\nL’ironia è una cosa che impari velocemente in Toscana. Ti temprano all’ironia nei bar. In piazza 8 marzo, al mio paese, l’ironia dovevi usarla bene se volevi sopravvivere agli scherzi di quelli più grandi. Al Bar Carlino, dove ho passato molti anni con gli amici, l’ironia era una specie di gara a chi era più bravo a far arrabbiare il prossimo. L’ironia la amo, e la amo negli autori. Ci sono autori meravigliosi che dell’ironia hanno fatto un’arte e l’hanno reso a loro modo dolce e irriverente, come Tibor Fischer o Karl Kraus o Enio Flaiano, questo abruzzese schivo che ha raccontato una terra così bella e aspra che stra tra cielo e terra.\r\n\r\n \r\n\r\nDopo questa espeienza pensi di fare il bis?\r\n\r\nNon dipende da me. Penso che questo libro, che ha prefazione del direttore del Corriere Fiorentino Paolo Ermini, è per me molto importante. Penso a questo e scrivo. Il resto lo vedremo.\r\n\r\n \r\n\r\nIntervista di: Elena Torre

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