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Il Metalmeccanicomio Renzo Brollo

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Le parole hanno un potere? Raccontare, fotogramma per fotogramma, un dramma lungo dieci\r\ngiorni può avere un valore catartico? Quando tutto è ormai compiuto, dolorosamente compiuto nel peggiore degli esiti, dare la propria versione ha senso? Roberpiero crede di sì.\r\nLui lo sa di non avere scampo, sa bene che per lui – ancor più che per tutti gli altri – non ci\r\nsarà pietà, ma ha bisogno di raccontare la sua verità su tutto quello che è successo. Anche se significa rivivere un crescendo di orrore fino ad un parossismo quasi insopportabile. Per farlo\r\nsceglie Daniele, un coetaneo (si ricorda che hanno anche fatto le medie insieme), uno dei giovani carabinieri, uno che solo per caso si è trovato dall’altra parte. Lui, Roberpiero, è uno\r\ndegli operai della Fabbrica, quel posto che per lui era quasi casa e che in dieci giorni s’è trasformato in inferno; quel luogo fuori dal tempo e dallo spazio dove tutte le coordinate umane hanno perso valore e si son confuse. Era cominciato tutto con uno sciopero, con qualcuno che parlava da un palco e altri che ascoltavano. Poi le prime scintille di violenza, uno\r\nsparo, lo smarrimento, la paura. Quindi la Fabbrica, luogo (fino a quel momento) sicuro dove\r\nrifugiarsi, per pensare, capire. Con calma. E invece no. Lì c’era il signor Celso, il padrone, a\r\ncui i suoi operai sono in certo modo legati. Ma per caso prende corpo tra loro e lui una parola,\r\nuna sola, che ha il potere perverso di innescare una miccia pericolosa: delocalizzazione. Ora\r\nniente sarà più come prima. Per nessuno.\r\n\r\nUna storia sulla famosa banalità del male, intesa stavolta come qualcosa che cresce piano\r\npiano, autoalimentandosi come un incendio, che divora ossigeno vitale e cresce e diventa\r\nstrumento di morte. Tutti i protagonisti di questa storia sono vittime e carnefici, su tutti\r\nRoberpiero (nome per nulla casuale, di per sé simbolo di una idea che nasce per senso di\r\ngiustizia e si trasforma in terrore o meglio, qui, in orrore), capro espiatorio suo malgrado,\r\nvittima sacrificale che assume su di sé tutte le colpe. Perché quando la violenza ha il sopravvento non possono valere più le regole umane, non hanno più senso le categorie di\r\ngiustizia o pietà: tutto si confonde, i confini sfumano, i limiti si spostano, i valori si capovolgono. E quello che spaventa di più è quanto tutto avvenga in maniera naturale, come\r\nse in quella dimensione aliena, lì nella Fabbrica, vigessero altre leggi, quelle della sopravvivenza, della paura, della vendetta, quelle antiche di occhio per occhio e di mors tua\r\nvia mea. Renzo Brollo, come ha spesso affermato, in questa storia non intende parlare né di\r\npolitica né di sindacati. Infatti ben presto la vicenda, pur nella sua crudezza, assume via via\r\ntoni surreali che la spostano in una dimensione, appunto, volutamente al di fuori della realtà\r\npossibile. Ciò che gli interessa è puntare il dito su due aspetti così delicati della vita umana\r\nche forse per parlarne è necessario prenderne le distanze attraverso una narrazione di questo\r\ntipo, quasi irreale. Uno di questi aspetti lo riguarda da vicino, in quanto metalmeccanico da\r\nvent’anni, ed è il legame quasi straniante che l’uomo stabilisce col suo lavoro e che dipende\r\ndal significato che esso finisce per rivestire e dal tempo che occupa nella sua vita. Lo spiega\r\nbene Brollo: “Quando vivi tanto in un posto, per brutto che sia, per spaventoso che sia, non\r\nriesci a non volergli almeno un po’ di bene, a non trovare in lui almeno un angolo tutto tuo. La\r\ntua tana per la vita”. L’altro aspetto, forse più spaventoso, è rappresentato dalla violenza e dalla riflessione su quanto sia latente in ognuno, pronta ad esplodere nelle giuste condizioni.\r\nCome in una valanga può accadere, e purtroppo accade, che un piccolo evento cresca spaventosamente: più la paura cresce, più si alimenta il cieco desiderio di far male o di\r\nvendicarsi. Nella migliore delle ipotesi di difendersi con ogni mezzo a disposizione. Come un\r\ncircolo vizioso che non si spezza o, per dirla con uno dei termini metalmeccanici che affascinano l’autore, come una vite senza fine. Infine, per chi conosce la scrittura di Renzo\r\nBrollo, resta sorprendente la capacità mimetica, quasi proteiforme di scrivere, che gli permette di cambiare registro espressivo e adattarsi all’argomento con una naturalità non\r\ncomune. Benché lui consideri questo libro, uscito adesso ma scritto alcuni anni fa, come\r\nlegato ad una fase conclusa della sua espressione artistica, in realtà è solo un esempio di\r\nquesta sua qualità che qui gli permette di raccontare una storia cruda come questa in maniera\r\nsecca, sincopata, senza fronzoli, attraverso periodi spesso brevi e taglienti. Non c’è nessuna\r\npietà né speranza per i personaggi di Metalmeccanicomio: non servono troppi giri di parole\r\nper dirlo.\r\n\r\nMetalmeccanicomio di Renzo Brollo (Cicorivolta)\r\n\r\nRecensione di: Alessandra Farinola

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