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Marco Di Noia: l’intervista

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\r\n\r\nDa poco è uscito l’album “MARCO DI NOIA”, lavoro  sostenuto dalla fondazione “Via del Campo 29 Rosso”, la casa dei cantautori genovesi. “MARCO DI NOIA”, si compone di 6 brani in cui il cantautore con sguardo lucido e intelligente fa un ritratto ironico della società moderna: la lotta contro i problemi quotidiani, la crisi e la denuncia sociale sono i temi affrontati a volte in modo scanzonato altre in maniera più intimista. Noi l’abbiamo incontrato ecco cosa ci ha raccontato.\r\n\r\nCome si possono unire le sonorità folkloristiche a quelle rock?\r\nRiferendoci prettamente alle sonorità, questa convivenza nasce dall’utilizzo di strumenti musicali tipici di determinati paesi con strumenti musicali e stili di esecuzione che caratterizzano il rock. In altre parole, un crossover di generi e atmosfere, con poche regole, se non quelle dettate dal mio personale gusto estetico e dalla mia coerenza. Utilizzando una metafora, per me il “folk” rappresenta la varietà di colori utilizzati, mentre il “rock” rappresenta lo stile di pittura.\r\n\r\n

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\r\nCome raccontare la società in cui viviamo?\r\nM: Informandosi prima di tutto. Quindi prendersi del tempo per riflettere e trovare un proprio punto di vista su persone, fatti e argomenti di discussione; e infine esprimersi artisticamente con le forme enunciative più congeniali alla propria persona e al proprio contesto.\r\n\r\n

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\r\n\r\nIronia o sarcasmo?\r\nDipende dai casi. Generalmente direi ironia, dato che il sarcasmo ha una connotazione più astiosa e impulsiva. L’ironia è un’arma più “sorridente” e, quindi, spesso più pungente.\r\n\r\nTante le collaborazioni quante le influenze?\r\nCredo che le influenze si subiscano, a differenza delle nozioni recepite attraverso lo studio, che si ricercano attivamente. Quindi, nel mio caso, le influenze maggiori derivano dalla musica ascoltata da bambino, quando avevo minori capacità di selezione e filtro.\r\n\r\n

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\r\n\r\nIn questo senso, posso dire di essere stato fortunato, avendo avuto una madre appassionata di musica cantautorale, che, quando ero più piccolo, metteva le musicassette e i cd dei vari De André, Dalla, Battiato, Zero ecc.  Poi crescendo ho iniziato a decidere attivamente cosa ascoltare, innamorandomi dei Queen, e di vari generi musicali tra cui il musical, il rock anni 70, l’opera e anche alcune forme di metal. Da quando ho preso a scrivere canzoni, mi sono accostato alla musica con un approccio quasi didattico, cercando di apprendere la capacità comunicativa e la tecnica utile per le mie composizioni dai grandi cantautori italiani.\r\n\r\n

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\r\n\r\nQuanto il tuo mestiere di giornalista entra nel tuo essere musicista e viceversa?\r\nCiò che del giornalismo entra nella scrittura dei miei testi sono sicuramente il concetto di ‘notizia’ e l’abitudine a cercare di dare un inizio, una fine e una coerenza interna a ciò che scrivo. Viceversa, la musica entra molto poco nel mio giornalismo, se non come spunto per articoli o rubriche.\r\nCosa ti proponi con questo tuo lavoro?\r\nNella fase di scrittura dei brani mi sono proposto di esprimere ciò che avevo dentro, di creare un album che rispecchiasse la mia personalità e il contesto da cui derivo, e che piacesse innanzitutto a me. Anche perché, statisticamente parlando, ciò che piace a una persona, dovrebbe piacere anche a qualcun altro con gusti simili… quindi, con questo lavoro mi propongo di iniziare la ricerca di quei “qualcun altro”.\r\n\r\n

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\r\n\r\nIntervista di: Cinzia Ciarmatori\r\n\r\n

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