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“Titoli di coda”: intervista a Paolo Marino, aiuto – regista

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Questa settimana in “Titoli di coda” ospitiamo un amico e un professionista, una persona “di polso” sul set, ma di grande simpatia. Paolo Marino ha chiacchierato con noi sulla figura dell’aiuto-regista.\r\n\r\nPotresti spiegarci in cosa consiste il tuo lavoro e quali sono le qualità di un bravo aiuto-regista? Consiste nell’organizzare e cercare di prevedere tutto ciò che accade ed accadrà davanti alla macchina da presa. Partendo da cosa ci racconta il copione, dal conoscere il regista e sapere che scelte farà, dai luoghi dove si girerà e successivamente al rapporto con lo scenografo e il direttore della fotografia si arriva a “costruire” un’idea di quello che dovrebbe essere il film. La preparazione è un bellissimo percorso creativo dove si gettano le basi del futuro film. Sempre durante la preparazione tutti hanno bisogno di risposte, quante comparse? Quanti cavalli? Quanti stunts? Quante scene? E questa come la gireremo? E via dicendo, perché chi produce il film vuole sapere come saranno gestiti i soldi del budget, e ultimamente sempre più spesso, capire dove si può risparmiare. Qui entra in gioco quella che per me è una qualità di un bravo “aiuto”: difendere il film, fare di tutto perché il progetto sia bello, che ciò che va sullo schermo sia sempre di qualità. Come? Facendosi un’idea di ciò che veramente serve e difendendolo sempre nei momenti in cui qualcuno cercherà di “tagliarlo”, e in altri casi cercare di investire troppi soldi in scene che non sono proprio “necessarie”. Perché, se ci fate caso, ogni sequenza di un bel film è “necessaria”, non ci sono momenti “di troppo”, stonerebbero subito. Un’altra qualità che invece è molto importante durante le riprese è il riuscire a fare in modo che i componenti la troupe si sentano motivati a dare sempre il meglio.\r\n\r\nTu hai lavorato molto all’estero, quali differenze trovi tra il modo di lavorare in Italia e negli altri paesi? Da noi c’è meno specializzazione, tutti si danno da fare e magari si “impicciano” del lavoro altrui, per esempio in un set negli Stati Uniti nessuno sposterebbe mai un oggetto in scena se non l’attrezzista. Insomma qui c’è molta amalgama, molta collaborazione che a volte genera confusione ma rende il lavoro piuttosto umano. Sui set nordamericani dove ho lavorato è tutto molto piacevole, ma si sente troppa formalità che a volte confina con l’ipocrisia, ma a parte ciò si lavora molto bene. In Sudamerica sono divertenti perché sentono la vicinanza degli “yankee” e quindi credono di essere precisi come loro anche se non è esattamente così, ci sono molte persone sul set e una discreta confusione… ma sono comunque bravi. Personalmente preferisco lavorare “fuori casa” perché si entra in una dimensione più profonda del film ed è molto bello condividere momenti della nostra vita con persone così diverse da noi.\r\n\r\nTV e cinema: ci sono similitudini o differenze per ciò che riguarda il tuo lavoro? Qualcosa in televisione bisogna ricordarsi che lo schermo è proprio piccolo quindi qualche “primo piano” in più è importante. Anche se anche un bel “totale” fa la sua figura e poi gli spettatori ormai vedono i film per il cinema sul computer quindi sono abituati. Il cinema certamente ha il suo fascino, richiede molta cura e attenzione perché lo schermo in sala è grande e non perdona il minimo errore. Quindi la tensione è bella quando si lavora per il cinema.\r\n\r\nTu ci hai spiegato in cosa consiste il tuo lavoro: da tutti è considerato uno dei più difficili e impegnativi del set, come riesci e mantenere concentrazione e serenità per lunghi periodi? Ah, non lo so. Un po’ con l’abitudine e molto grazie al tentare sempre di fare un progetto che mi piace e mi coinvolge e provare ad evitare film che non mi piacciono. Non è un lavoro che si può fare solo per soldi, ci vuole passione. Per me ogni film è un viaggio in barca a vela, in tutti i sensi.\r\n\r\nLa vita del set comporta periodi di convivenza più o meno forzata e la tua posizione è per certi versi “di cuscinetto” o se preferisci “fra l’incudine e il martello”. Cosa hai visto e imparato sulla varia umanità che popola il mondo del cinema? Tante cose, anche su di me ho imparato tante cose… Vale sempre la barca a vela che raramente è più lunga di 12 metri… Certamente ho imparato a contare fino a 3 o a 10, ma a volte non basta…\r\n\r\nUn’esperienza decennale come aiuto-regista e molte regie di seconda unità. Non sono molti i professionisti che conoscono così profondamente la realtà del set, in un periodo in cui tanti si improvvisano, in molti settori. Cosa vorresti realizzare come regista? Ho diversi sogni. Da un fantasy per piccini e grandi molto ambizioso, ad una storia vera sul genere di Shine ad un’altra ambientata proprio in Argentina… Un difetto? Mi piacciono troppo gli antieroi, quelle persone normali, grigie, capaci di colpo di imprese meravigliose, di trasformare il mondo in un mondo a colori… Per ora continuo a pensare che “ognuno di noi ha un paio di ali ma solo chi sogna impara a volare”.\r\n\r\n

\r\n\r\nRubrica ed intervista a cura di Alessandro Bertolucci

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